Non poteva mancare, sul nostro giornale, una pagina in ricordo di Lina Wertmüller, senza dubbio alcuno una regista tra i grandi del secolo scorso e la prima donna regista candidata al premio Oscar.

La sua capacità di analisi a mezzo immagini, la sua abilità nel gettarci in faccia realtà crude e dure facendoci sorridere e la sua arte nel trasformare banali situazioni in stravolgenti realtà la rendono davvero unica nel panorama registico non solo italiano. Per non parlare del suo rifiuto assoluto nella ricerca della parafrasi: solo immagini vere e reali nelle sue “favole” ridondanti verità inconfutabili. Occorrerebbe elencare anche le sue eccelse capacità nell’individuare l’inquadratura corretta, mai ridondante nella narrazione con quel pizzico di ironia che prima ci fa sorridere poi ci fa riflettere.

Lina Wertmüller (Foto Sannita, da Wikipedia)

Qualche anno fa, nel bel mezzo di una delle mie tante camminate nella bellissima Sardegna, sono transitato in una delle baie dove qualche anno prima erano state girate le scene di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” e ho avuto modo di conversare con il gestore di un vicino ristorante che non si era perso neppure un attimo della produzione: l’uomo era ancora decisamente preso dall’aver potuto “partecipare” alla vicenda e ne riferiva con referenza e gratitudine. Forse in nessun altro dei tanti film da lei diretti è possibile scorgere l’insieme lampante e decisamente complesso di una realtà che ci tocca molto da vicino, quotidianamente, e che ci circonda inevitabilmente nella nostra vita quotidiana.

Il Gennarino Carunchio (un già grande Giancarlo Giannini), povero uomo di mare maritato a terra, si trova a far parte della ciurma di un lussuoso veliero costretto all’opera tra ricchi industriali del nord e relative mogli o accompagnatrici (lui invece spiccatamente meridionale), tra i quali prende il sole la Raffaella Pavone Lanzetti (Mariangela Melato in tutta la sua capacità di fascino e suggestione). I due si allontano sul gommone, il motore si guasta e i due diventano naufraghi su di un’isola deserta. Là, tra la dura natura, la necessità di sopravvivere e l’isolamento totale dei due, scoppia inevitabilmente lo scontro, proprio là dove il denaro e il potere della Raffaella Pavone Lanzetti nulla possono contro l’esperienza e le capacità pratiche del Gennarino Carunchio.

La grande abilità della Wertmüller nel dipingere immagini forti e chiarissime, la sua innata capacità nel lanciare messaggi attraverso la macchina da presa, dipingono una vicenda dove lo scontro tra il povero proletario pescatore Gennarino e la ricca Raffaella inizia senza esclusione di colpi nel tentativo di quest’ultima di ricreare sull’isola gli equilibri della terra ferma (tutto si può comperare) e la certezza dell’uomo di mare nel sapere che, nell’isolamento, le regole sono ben diverse e terminano nell’amore tra i due: amore forzato, forse, ma inevitabile. Lei ritrova così un equilibrio sconosciuto e sottovalutato e lui un amore ben diverso perché comunque affascinato dalla bella donna e dalle complesse diversità dalla sua precedente relazione coniugale. Poi lei, avvistato il possibile salvataggio, cerca di rifiutarlo nel timore di ricadere in un mondo che, ora, scopre vuoto e falso, ma il proletario non accetta il sotterfugio e cerca la verità nella vita di tutti i giorni.

Una volta sulla terra ferma lei non riesce nella perseveranza del rifiuto e lui si ritrova con la moglie ancora una volta bastonato dalla cruda realtà. Forse in nessun’altra pellicola lo scontro/incontro tra il ricco e il povero riesce in una perfezione di inevitabilità e il gioco, così bello nella solitudine dell’isola, diviene immancabilmente drammatico. Così, tra una risata e un sorriso amaro, la Wertmüller dipinge la difficile convivenza tra il proletariato e la classe ricca, definendo il risultato finale con l’inevitabile realtà.

Mentre la Raffaella si allontana in elicottero verso la sua vera vita, il Gennarino si incammina tristemente a riprendere la sua inevitabile vita e la Wertmüller ci lascia con le parole parafrasate da un’antica poesia della Grecia arcaica, opera di Salvatore Quasimodo: ” Questo vorrei vedere che tu soffra / tu che m’eri amica un tempo / e poi mi camminasti sopra il cuore”. Ecco la capacità della grande Lina di farci sorridere fino alla piena risata mentre ci coinvolge nella realtà più cruda e vera. Questa l’eccelsa capacità della grande regista: la favola come realtà. Fortuna piena, la nostra, nel poter attingere facile realtà nelle sue immagini: ci resta la ricchezza del suo lavoro e della sua arte nel momento del triste commiato. Grazie Lina.

(Mauro Magnani)