In un giorno di venticinque anni fa, Imola ha gettato il sale dietro le spalle per suggellare la fine del Manicomio e per affermare che mai più sarebbe risorto. Non era per la sola attuazione della legge Basaglia del 1978, ma per chiudere un percorso storico ormai giunto al tramonto per il comune sentire, per ragioni di umana civiltà e per l’ evoluzione delle competenze sanitarie.

Il percorso verso la chiusura

Il merito dell’Asl fu di non scaricare sulle famiglie degli ospiti l’ uscita degli stessi per fine gestione; coerentemente si diede vita a strutture di accoglienza affidate alle associazioni, alle cooperative e al terzo settore. Fu un percorso molto delicato che mise in fibrillazione la politica locale: infatti, ci fu il timore che nella fretta di chiudere l’ Osservanza si creassero tante piccole Osservanza.

Il programma comunque proseguì seppure tra difficoltà e incertezze, superate dalla determinazione della politica e dalla lealtà della componente sanitaria. Lodevole fu l’ apporto operativo e culturale dei gestori delle nuove strutture residenziali; il non essere più tra le mura del manicomio facilitò il delicato processo di umanizzazione, inserimento e integrazione sociale.

In verità, la smobilitazione dell’Osservanza era iniziata tempo addietro: una delle prime innovazioni fu l’abbattimento delle mura che chiudevano i cortili dei reparti. I singoli micromondi così si incontrarono e lentamente si fecero comunità.

Molti cittadini ricorderanno la tradizionale “Sagra della Polenta” che nel mese di ottobre attirava cittadini e allietava gli ospiti; la città prendeva conoscenza e coscienza diretta di ciò che era il mondo lì dentro. il teatro proiettava film di attualità; le uscite fuori porta erano frequenti e ben organizzate.

La cucina, ancora dimensionata per oltre 1200 ospiti, si avvalse di un servizio dietetico esclusivo e la personalizzazione dei pasti divenne sempre più diffusa; poi fu scelta la esternalizzazione del servizio e la cucina appena rinnovata chiuse i battenti. L’ Azienda agraria fu alienata nel corso degli anni 70, pertanto cessarono gli approvvigionamenti diretti.

Chiuse il panificio, la porcilaia era stata cancellata da tempo, le famose botteghe artigiane vennero sostituite dagli appalti, la lavanderia e il guardaroba finirono con il subentro del lavanolo; barbieri e parrucchieri trovarono soluzioni esterne. La merceria, un tempo meta di acquisti a prezzi convenienti per degenti, personale ed esterni, chiuse in anticipo sui tempi finali.

La chiesina di recente è diventata auditorium ed ora ospita l’ hub vaccinale Covid dell’Asl di Imola. La struttura pregevole della grande serra attende il recupero che merita.

Conclusione: la Cittadella autosufficiente incastonata nel cuore di Imola non c’è più; Imola si è appropriata di quello spazio di grande pregio che ben si presta per insediamenti di alta qualità sociale e culturale. Chiudere era un dovere, ma non si può e non si deve dimenticare la storia delle centinaia di ospiti che hanno sofferto l’ esclusione e in molti casi l’ essere dimenticati: deve restare un segno concreto della loro presenza.

L’oggi

Vogliamo essere la “Civiltà del Ricordo”. In questa prospettiva, bene ha fatto il Consiglio comunale di Imola a celebrare i 25 anni dalla chiusura del Manicomio Osservanza. Ora si parla di “realizzare nell’ ex manicomio Lolli una grande casa-comunità”. Idea buona purchè si tenga a mente che Imola i Manicomi li chiude.

(Vittorio Feliciani)