Il mio amico Giovanni passò a prendermi all’orario stabilito per andare al cinema a Faenza. In macchina c’erano anche sua moglie Francesca, che doveva venire con noi, e il loro figlio. “Lo accompagniamo a Faenza, dove si troverà con degli amici per una serata insieme” mi spiegò Giovanni. Giunti ad Imola ci dirigemmo alla stazione ferroviaria per offrire un passaggio ad altre due ragazze della combriccola, che arrivarono in treno da non so dove. Il tragitto da Imola a Faenza fu caratterizzato da un continuo e forte vociare dei tre ragazzi, al quale anche Francesca prese parte.

Arrivati a Faenza, Giovanni chiese ai tre giovani presso quale locale avremmo dovuto accompagnarli: “da Salvatore” rispose una delle ragazze. Viste le indicazioni alquanto sommarie riguardo al percorso da seguire per giungervi, Francesca inserì la destinazione sul navigatore satellitare del telefono, che cominciò a guidarci di conseguenza.

“Non mi sembra che sia per di qua” prese a dire il figlio del mio amico Giovanni.

“Ma sì che è in questa direzione” gli fece eco una delle ragazze.

“Ma non dovevamo oltrepassare la scuola, che si trova nella direzione opposta?” obiettò l’altra.

A un certo punto Giovanni, interpretando erroneamente un’indicazione del navigatore, svoltò a destra.
“Ma no, Giò, dovevi girare più avanti!” lo rimproverò la moglie.

Trovato a fatica uno spazio per fare manovra, tornammo indietro e imboccammo di nuovo la strada lasciata poco prima. Finalmente, dopo aver percorso un tragitto quanto mai incerto, arrivammo davanti all’agognato locale, presso il quale però non c’era nessuno degli amici dei ragazzi.

“Eppure il posto è questo” affermò Francesca, osservando il navigatore che indicava il punto di arrivo.

“Però non mi sembra proprio che Salvatore lavori qui” disse una delle ragazze.

“Ma quindi ‘da Salvatore’ non è il nome del locale, ma un’espressione che avete usato per indicare quello dove questo Salvatore lavora…” osservò la moglie del mio amico attonita, dopo un momento di silenzio.

“Sì, Salvatore è un nostro amico cameriere” confermò l’altra ragazza. Dal canto mio scoppiai a ridere, non riuscendo a trattenermi, mentre Giovanni, costernato, cercava di imboccare un percorso a ritroso.

Ripercorremmo lo stesso tragitto in direzione opposta, tornando praticamente al punto in cui l’avevamo imboccato all’inizio, per poi addentrarci in un altro dedalo di strade dall’altra parte della città. Passati davanti alla scuola dei ragazzi, cominciammo ad orientarci con punti di riferimento tutt’altro che sicuri. Dopo aver praticamente attraversato tutta Faenza giungemmo al chiosco previsto per il ritrovo della compagnia. Scesi dall’auto, i tre giovani, dopo aver salutato, raggiunsero gli amici in assoluta spensieratezza.

Evitammo di determinare quanta strada avanti e indietro avevamo percorso e quanto tempo avevamo perso, a causa dell’espressione fuorviante con cui era stata data l’indicazione del locale; di certo i navigatori svolgono abbastanza bene la loro funzione, ma interpretare i pensieri delle persone è impossibile anche con le tecnologie più avanzate.

(Marco Martelli)