Imola. Ricordo bene le immagini e le sensazioni di quell’aprile del 2009 quando un terremoto devastante distrusse la città dell’Aquila. Sento ancora il rumore confuso dei telegiornali della mattina che davano informazioni confuse su quanto era accaduto nella notte tra il 5 e il 6 aprile di dodici anni fa. Collegamenti improvvisati, i giornalisti spaventati delle redazioni locali, informazioni frammentarie. Poi cominciarono ad arrivare le prime immagini e non servì molto per capire l’enormità di quanto era accaduto. I numeri lo confermeranno dopo poco: 309 vittime, più di 1.600 feriti e oltre 10 miliardi di euro di danni.

La reazione degli italiani, come spesso accade in queste occasioni, fu straordinaria. Si innescò immediatamente una corsa alla solidarietà come in poche altre occasioni nella storia recente del nostro Paese. Presi dalla forte emozione del momento anche io e i miei amici ci candidammo per fornire i primi aiuti alla popolazione. Ma non fummo chiamati, le richieste erano troppe, addirittura ci furono comunicati ufficiali per impedire ai troppo volenterosi di partire in maniera autonoma.

Da quel giorno è sempre rimasto vivo in me il desiderio di andare all’Aquila, a vedere di persona le conseguenze di quel terremoto su una città che da sempre mi affascina, un po’ per le mie passioni letterarie per Ignazio Silone e un po’ per la figura eroica di Papa Celestino V che qui è sepolto. Una città epica, il cuore spirituale di quell’Appennino che tanto amo.

Dopo tutta la devastazione e l’abbandono di cui ho parlato nei racconti precedenti mi aspettavo una città distrutta, un cumulo di macerie senza futuro. Quanto sono stato felice nel trovare qualcosa di completamente diverso. La speranza del Centro Italia di rinascere dalle ferite del sisma riparte dall’Aquila.

Entriamo dal lato del Forte Spagnolo, un diamante di pietra sul petto della città. Mi guardo da una parte all’altra alla ricerca di macerie e ponteggi ma non vedo nulla. Solo gente che si gode il caldo di agosto all’ombra di alberi imponenti. Poco più avanti, un telone che copre l’impalcatura della facciata di una chiesa in ristrutturazione, lancia con chiarezza un messaggio: “L’Aquila Rinasce”. Ed è proprio vero, questa volta non è una beffa ma una rivendicazione dell’orgoglio della città che risorge dopo tanti anni dalle sue ceneri. Ceneri non metaforiche ma fatte di vite spezzate e sogni infranti.

L'Aquila_Palazzo storico ri

Continuiamo lungo Corso Vittorio Emanuele, deviando sulle stradine laterali che da questa si diramano. In alcuni punti la sensazione è quella di camminare in una città appena costruita. Deve essere stata la sensazione degli abitanti del ‘500/‘600 italiano che hanno visto in diretta la nascita dei più bei palazzi e opere architettoniche del nostro Paese. E’ un toccasana al cuore vedere questi palazzi splendenti, perfetti, maestosi. Quando sarà completamente rinata l’Aquila si potrà candidare a Capoluogo più elegante d’Italia.

La bellezza raggiunge il suo apice nella ricostruzione dei tre dei simboli di quel terremoto. Il primo è la Chiesa di Santa Maria del Suffragio nella Piazza del Duomo. Ricorderete di certo le immagini della cupola crollata e del pompiere calato dall’alto per monitorare i danni. Nel 2018, il Presidente Mattarella l’ha riconsegnata agli aquilani. E la piazza centrale della città oggi, pur con alcune gru ancora a guidare la ricostruzione del cuore dell’Aquila ferita, è un luogo vivo e dinamico. E trovarvi anche una delle gelaterie migliori di Italia non fa che confermare che il motore della città si è riacceso.

L’altro grande simbolo della ricostruzione è la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, il cuore spirituale e culturale della città e dell’Abruzzo intero. I danni inferti dal sisma all’edificio furono terribili, intere sezioni della volta crollarono e cumuli di detriti nascosero le opere d’arte, compresa la tomba di Celestino V. Cancellare i segni di danni così rilevanti è impossibile ma forse è meglio così. Le parti ricostruite sono state dipinte di bianco, segno di un recupero che vuole diventare storia e monito ai posteri. La distruzione della chiesa è stata l’occasione per ricostruire tutto l’edificio più forte e solido di prima. Per me il simbolo più evidente del terremoto che può diventare il motore di un nuovo inizio, di una nuova storia per queste terre. E non è un caso che aggirandosi nella chiesa decine di cartelli mostrino con orgoglio come le nuove tecnologie abbiano permesso di ricostruire questo simbolo. Per capire l’importanza di questo luogo, il luogo in cui Benedetto XVI ha lasciato intendere per la prima volta l’intenzione della sua rinuncia al pontificato, leggete “L’Avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone. Questa chiesa è molto di più di un edificio religioso, è un faro sulla storia degli ultimi. Un faro che è tornato a splendere.

Il terzo simbolo della ricostruzione è la Fontana delle 99 Cannelle. Oltre alla spettacolarità del sito, a colpirmi è un cartello a lato della fontana che recita “Questa fontana simbolo e vanto della città dell’Aquila e degli aquilani, umiliata e ferita dal sisma del 6 aprile 2009, grazie al concorso generoso di tanti cittadini italiani e di lungimiranti imprese, il FAI – Fondo Ambientale Italiano – alla città e all’Italia riconsegnano restaurata. 16/12/2010”. Sintesi perfetta della tanta solidarietà arrivata alla città, da privati cittadini e da numerose imprese che sono intervenute per sostenere la ricostruzione. Certo, un fallimento dello Stato, ma se questo può essere un modo per fare arrivare maggiori risorse pubbliche alla gente che ha perso casa e alle imprese che necessitano di un aiuto per ripartire ben vengano.

Certo all’Aquila non ci sono solo luci che splendono. Ci sono anche strade in cui la distruzione regna ancora sovrana e in cui i ponteggi tengono ancora in piedi i muri sopravvissuti a quel sisma. Queste case sono probabilmente quelle degli aquilani che abbandonarono la città nel 2009, complice anche quella scelta scellerata di costruire una “New Town” fuori dalla città storica. Le città purtroppo sono esseri viventi, una volta ferite ci vuole tempo ed energia per rimarginare le piaghe. E queste case vuote, abbandonate, dimenticate temo siano la conseguenza di quelle scelte sbagliate fatte all’epoca. Così, nelle strade residenziali senza i monumenti più importanti, la ricostruzione sembra una guerriglia urbana in cui si combatte casa per casa, ponteggio per ponteggio. Molto rimane da fare ma sarà la bella giornata di sole, l’essere usciti quasi indenni da un tremendo temporale estivo che ha allagato la città, saranno le tante chiacchiere fatta con gente del posto fiduciosa nel futuro, il messaggio che ho riportato felicemente a casa è che c’è speranza. Il Centro Italia può risorgere.

Finisce così, cullato dal suono delle 99 fontanelle attorno a me, il viaggio nelle aree terremotate del Centro Italia. Un viaggio partito da Norcia, passando per i Sibillini e la Valle del Tronto attraverso una devastazione che chiude il cuore. Uno dei ricordi più vivi di quel viaggio sono i silenzi che in certi momenti calavano tra me e il mio amico di mille avventure, persone che difficilmente riescono a concedersi momenti di silenzio. Ma le emozioni in alcuni momenti sono troppo forti per darle voce. Questi silenzi, così come queste terre, non possono essere raccontati, devono essere vissute vistando questi luoghi. Solo con la nostra presenza questi luoghi potranno rinascere, io voglio sperare più belli e vivi di prima. Tornare di nuovo in queste terre tra venti anni ed essere travolto da una vita nuova che rinasce è il mio sogno più grande, il motivo che mi ha portato a scrivere le parole di questi racconti. Vorrei rileggere queste parole tra venti anni a Norcia, a Castelluccio di Norcia, nella Valle del Tronto, all’Aquila e fare capire a mio figlio che non esiste disperazione, che anche da una tragedia immane come quella di un terremoto può nascere un’Italia migliore, “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. Tutti quei morti, troppi, non sono caduti invano.

(Denis Grasso)

LINK alla prima tappa, Norcia

LINK alla seconda tappa, I Sibillini

LINK alla terza tappa, La Valle del Tronto

 

 

 

 

 

 

 

Bonus track. I protagonisti di questa avventura in cima al Gran Sasso.