Cade in questi giorni, il 10 gennaio, l’anniversario della morte dell’illustre nostro concittadino Andrea Costa, di cui Giovanni Pascoli fu amico ed ebbe parte importante al momento del decesso, come vedremo. Ci sono fatti e curiosità poco note che riguardano il grande poeta: vediamone alcune.

Giovanni Pascoli

 

Il 27 novembre 1906 la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna, che era stata di Giosuè Carducci, venne attribuita a Pascoli, che mantenne tale insegnamento fino alla morte, nel 1912. Ebbene, tra Pascoli e Bologna vi è stato uno strano rapporto: dal 1873 il poeta aveva studiato nello stesso ateneo dove poi si trovava ad insegnare e conosceva bene la città.

Pascoli ha abitato in via del Borgo San Pietro al n. 127, al n. 53 di via Zamboni, in via Pelacani oggi via Petroni, in via San Vitale, in via Rialto in strada Maggiore al n. 15, infine via dell’Osservanza n. 2 dove morì. Inoltre, come vedremo, era stato anche arrestato e aveva passato alcuni mesi nel carcere di San Giovanni in Monte.

Nelle sue opere parlò del torrente Aposa e del Canale di Reno, dove pare avesse pensato al suicidio,  poi dei frati francescani sul colle dell’Osservanza. Da universitario frequentava l’antica “Osteria del sole” in vicolo Ranocchi, poi da giovane docente il “Caffè dei Cacciatori” ed il “Caffè dei Servi” i quali non esistono più. Da studente e da docente si recava anche alla trattoria in piazza Foro Boario, ora piazza Trento e Trieste. In città aveva iniziato la sua attività giornalistica, la cui prima traccia si trova sulle pagine della rivista “Colore del tempo” del 6 maggio 1876 e tra il 1908 e il 1909 dedicò a Bologna l’opera “Le canzoni di Re Enzio”, ispirata in parte dalla figura di Alfonso Rubbiani.

Ma sono altre le curiosità che possono farci uscire dallo stereotipo di poeta lieve, cantore della natura, delle piccole cose, legato al nido famigliare ed alle sorelle, magari introverso e schivo, moderatamente attento all’altro sesso e così via.

Gli amori

Gli amori, perché, ebbene sì, ne ebbe, anche se infelici e sfortunati.

Il binomio “amore e morte” segna la sua prima delusione amorosa, l’innamoramento per Erminia Tognacci, sua dirimpettaia, morta a soli 17 anni per un incidente stradale: il suo calesse, a causa del ghiaccio si era ribaltato provocandole lesioni mortali. Più avanti, un’altra morte ferirà l’animo del poeta, quella di Clementina Marcovigi, sorella di un suo amico riminese alla quale, pur essendosene innamorato, non aveva ancora avuto il coraggio di dichiararsi. Infine ebbe un grande, platonico amore, quello per l’“Ignota”, Emma Strozzi, sposata col pittore Vittorio Corco, e madre di 6 figli: si videro solo fuggevolmente, per timore che un contatto diretto potesse turbare quel loro delicato rapporto, solo epistolare, ma intimo e appassionato.

La scelta di fare da padre alle sorelle Ida e Maria, in un nido solo apparentemente sereno, nascondeva rancori e frustrazioni sentimentali e sessuali: “Mi sono quasi evirato… Ho avuto degli amoretti… ci ho rinunziato. Ma le battaglie ci sono state, dentro di me, e durano a esserci, ancora… le ultime schioppettate”, queste sue parole amare. Addirittura, in una lettera al fratello Raffaele, ha confessato di frequentare le case di tolleranza “per necessità”, almeno in gioventù.

Rivoluzione, anarchia e socialismo

All’Università di Bologna aveva conosciuto Andrea Costa, con cui ci fu feeling grazie alla comune origine romagnola, e si era avvicinato al movimento anarco-internazionalista, per cui cominciò, nel 1877, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Durante una manifestazione a Bologna, dopo l’attentato fallito dell’anarchico Giovanni Passannante ai danni del re Umberto I, il giovane poeta lesse pubblicamente un proprio sonetto dal presunto titolo “Ode a Passannante”. Lo scritto venne subito strappato e se ne conoscono solamente gli ultimi due versi tramandati oralmente: “colla berretta d’un cuoco, faremo una bandiera”.

Pascoli fu arrestato il 7 settembre 1879, per aver partecipato a una protesta contro la condanna di alcuni anarchici, i quali erano stati imprigionati per i disordini generati dalla condanna di Passannante: a Bologna decine di giovani manifestavano a favore di diciotto internazionalisti imolesi, arrestati l’anno precedente. Durante il loro processo, il poeta urlò: “Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!

Dopo poco più di cento giorni, esclusa la maggiore gravità del reato, con sentenza del 18 novembre 1879 la Corte d’Appello rinviò gli imputati – Pascoli e Ugo Corradini – davanti al Tribunale: il processo, in cui Pascoli era difeso dall’avvocato Barbanti, ebbe luogo il 22 dicembre e fu chiamato a testimone anche il maestro Giosuè Carducci che inviò una sua dichiarazione: “Il Pascoli non ha capacità a delinquere in relazione ai fatti denunciati” (già in precedenza Carducci aveva testimoniato a favore di Andrea Costa in un altro processo). Il futuro poeta venne assolto, ma attraversava un periodo difficile.

Giovanni Pascoli dal 1876 era affiliato al movimento anarchico-internazionalista, amico di Andrea Costa insieme al quale frequenta l’osteria del Foro Boario in cui operava Teobaldo Buggini, ex garibaldino, tra i principali organizzatori degli anarchici bolognesi.

Pascoli insieme ad Andrea Costa scriveva sul periodico rivoluzionario “Il Martello” e contribuiva a diffonderlo e nel luglio 1877 aveva partecipato alla ricostruzione della sezione bolognese dell’Internazionale anarchica.

L’impegno politico fu forse la causa del temporaneo abbandono degli studi, interrotti da Pascoli tra la fine del 1875 e l’inizio del 1880, periodo in cui si dedicò ad un’intensa attività giornalistica, la cui prima traccia si trova sulle pagine del numero inaugurale della sopracitata rivista “Colore del Tempo” (6 maggio 1876), dove, con lo pseudonimo di Gianni Schicchi (il folletto dantesco di Inferno XXX, 32-33), stilò un “programma utopico” indirizzato “Ai lettori” e sottotitolato “Fantasmagoria”.

Nel 1876, dopo il processo contro Costa e gli altri internazionalisti seguito al fallito moto dell’8 agosto 1874 nel Bolognese, Pascoli soppiantò nella carica di segretario della Federazione bolognese dell’Internazionale l’amico Alceste Faggioli, partito volontario per partecipare alla guerra serba contro la Turchia, che morirà di tisi nel 1881: per l’amico scomparso scrisse un manifesto, censurato dalla polizia, che circolò in 5000 copie, conservato tra le carte della Prefettura.

Nel corso del 1878 Pascoli intensificò il suo impegno politico, come si evince dalle numerose segnalazioni rinvenute fra i documenti della Prefettura, e ciò rischiò di compromettere la sua supplenza presso il Ginnasio comunale “Guido Guinizelli” (il futuro “Galvani”), incarico propiziato dall’interessamento di Carducci, cui il preside del ginnasio indirizzò nel mese di marzo di quell’anno diverse missive in cui lamentava la latitanza di Pascoli come professore supplente.

Professerà idee socialiste almeno fino al 1883, quando abbandonò la militanza politica, mantenendo tuttavia l’idea di un socialismo umanitario che incoraggiasse l’impegno verso i deboli e la concordia universale tra gli uomini.

L’amicizia

In genere Pascoli è visto come personaggio schivo e riservato, in realtà anch’egli aveva amicizie, anche di lunga data, in quanto da giovane fu maggiormente socievole ed espansivo.

Vediamo una testimonianza di Giulia Cavallari Cantalamessa, un altro personaggio imolese illustre da riscoprire: “… lo rimasi nella scuola e vi restò pure il Pascoli, fu quella la prima volta che ebbi occasione di parlargli. – Ella è romagnola – mi disse. – Sì – risposi – d’Imola -. Ed io di S. Mauro -. E la conversazione avviata sulla terra natale continuò animata. – Conosce Andrea Costa? – lui chiese; ed avendo io risposto affermativamente il nostro discorso si fermò sul giovane socialista che attirava attorno a sé un’onda così grande di simpatia e di persecuzione.”

Nel corso degli anni Pascoli ha anche esternato idee conservatrici e nazionaliste, tuttavia si considerò sempre amico di Andrea Costa, che stimava ed ammirava: l’epitaffio sull’urna di quest’ultimo, tumulata nel Famedio del cimitero di Imola, è dettata appunto da Giovanni Pascoli che descrive il grande imolese come una fiamma che non si spegne.

I due erano uniti non solo dalla vecchia amicizia dei tempi dell’Università, ma è pressochè sicuro che Pascoli abbia aderito alla Massoneria, come Andrea Costa, appunto.

Ma la cosa non si ferma qui: il 21 gennaio 1910, pochi giorni dopo la morte di Costa, Pascoli iniziò la sua lezione alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna con una toccante prolusione dedicata ad Andrea, il suo antico “compagno di scuola”, esaltandone l’operato e le conquiste a favore dei lavoratori e ricordando che anche Carducci, persino in vecchiaia, pronunciò parole di stima, affetto, rispetto e gratitudine per l’illustre imolese.

Pascoli (1855-1912) e Costa (1851-1910) erano quasi coetanei ed il poeta sopravvisse al militante politico solo un paio di anni.

(Marco Pelliconi)

Salutiamo il nostro compagno di scuola. Fu qui nella sua prima gioventù, biondo e roseo. Non aveva avuto danaro assai per fare i suoi studi regolari: non poteva essere iscritto. Era solo un uditore: ma udiva Giosuè Carducci. Sacro uditorio era questo. Vi si preparavano i militanti e i confessori, gli eroi e i martiri.

 Roma era da poco nostra. Nostra per che? Per che, se non bandire al mondo la parola della libertà?
E si cominciava così, col dichiarare sospetti di malaffare è addirittura malfattori quelli che a Roma risorta chiedevano le tavole della nuova legge, la luce dei nuovi diritti, il morem pacis, da insegnare ai popoli. Quel giovane sospetto continuò la sua via.
Se la meta non raggiunse, egli potè vedere, a grandi bagliori, l’aurora dei tempi novelli. Considerate la condizione d’ora degli operai è paragonatele a quella d’allora; vedete quanto industriarsi è affannarsi insolito di legislatori intorno al lavoro!
Quanti diritti riconosciuti al popolo! Quanti doveri assunti o almeno confessati dallo Stato!
Tutto questo progresso si deve, per gran parte, a quel nostro compagno di scuola.

Benedetto!

Giovanni Pascoli (sintesi della commemorazione di Andrea Costa all’Università di Bologna nel 1910).