Si chiamava Giuseppe ma in realtà preferiva lo chiamassi “Peppino”, magro esile e aveva un’espressione seria e triste, in più era anche analfabeta, come tanti altri era un mio commilitone ma con Lui si istaurò un rapporto diverso, quasi di amicizia.

Devo ammetterlo, mi faceva tenerezza, sapeva raccontarle bene le sue pene e le sue disgrazie.

Un giorno mi chiese se per favore gli avessi letto una lettera della sua ragazza, lo feci, ricordo che al contrario di Lui, Lei sapeva scrivere benissimo e conosceva bene le parole necessarie per stuzzicare la fantasia maschile.

Passarono un paio di giorni e mi chiese di scrivere una lettera alla sua amata, acconsentii con piacere, anche perché all’epoca non avevo nessuna a cui scrivere, ci accordammo per dopo cena e così si fece.

Mi piace ricordare che in quell’occasione diedi sfogo alle mie fantasie, mi immedesimai a scrivere ad una ragazza che conoscevo ma era irraggiungibile per me, scrivendo frasi esagerate che non saprei più ripetere, un po’ per scherzo e un po’ sul serio concludemmo la missiva, quando gliela lessi tutta insieme mi guardò ammirato e mi disse che se Lui avesse saputo parlare in quel modo le ragazze del suo paese sarebbero state tutte ai suoi piedi.

Scrissi un post scriptum spiegando chi ero e salutandola anche da parte mia.

Passò circa una settimana e “Peppino” ricevette una lettera dalla ragazza, leggendola rimasi male, essa usò parole poco gentili nei suoi confronti e lo accusava di non avermi dettato Lui le frasi scritte (non aveva tutti i torti) e terminava con altre cose poco carine.

Cercai di non ferirlo leggendogli tutto quello che era scritto, mi inventai anche qualcosa di carino per farlo stare meglio (erano bugie a fin di bene).

Il lato comico di questa storia è che dopo un paio di giorni ricevetti io una lettera da Lei, subito mi stupii e non capivo come avesse fatto con l’indirizzo, invece era facile siccome il nome glielo avevo scritto io, il resto era uguale per tutti.

Nella busta c’era una sua foto, mi chiedeva di spedirne una anch’io, tutta la lettera era composta da frasi carine e alla fine chiedeva di conoscermi.

Sarebbe venuta Lei dalla Puglia e mi chiedeva solo una data.

Mi affrettai a risponderle che mi era appena stato comunicato che entro pochi giorni sarei stato trasferito al Nord ma non sapevo dove, tutto questo a Peppino non lo dissi mai.

La nostra amicizia comunque non durò in eterno, Peppino se la giocò con una furbata ingenua.

Venne da mè piagnucolando come sapeva fare lui (in questa arte era un maestro) dicendomi che aveva ottenuto un permesso per recarsi a casa per raggiungere suo padre in punto di morte e che gli mancavano cinquecento lire per poter acquistare un biglietto che gli permettesse di prendere un treno più veloce, temendo di non vederlo vivo.

Detto fatto, riuscì a spillarmi le 500 lire, dopo di che mi sdraiai in branda a leggere.

Di lì a poco un commilitone mi chiese ridendo se avessi dato dei soldi a Peppino, annuii e lui mi disse che se volevo vedere che fine stesse facendo il mio danaro non dovevo fare altro che scendere allo spaccio.

Mi recai allo spaccio e vidi che se le stava giocando, felice, mi misi di fronte a lui e lo osservai, attesi che perdesse tutto, dopodichè gli feci un discorsetto sul valore dell’amicizia e conclusi dicendo che mi faceva una gran pena.

Non saprò mai se quella lezione a lui sia servita, a me sì.

(Carlo Buscaroli)