Pubblichiamo questo pezzo di Tiziano Conti che riprende liberamente una riflessione di Mons. Nunzio Galantino, presidente della Fondazione per la sanità cattolica.

Ripartenza: sta diventando la parola d’ordine, ripetuta spesso in questo periodo; entrata di diritto negli auguri per l’inizio del nuovo anno. Occorre però avere desiderio di riempirla di contenuti credibili e aver dato forma compiuta a un futuro che divenga presente e possa rigenerare e rimettere in moto la voglia di vivere.

Sarà complicato, se non impossibile, ritornare alla fase precedente la pandemia.

Quello che ci aspetta è un mondo e un modo di stare insieme inediti. A patto però che sappiamo abbandonare la convinzione che per ripartire basti sostituire sogni e progetti concreti con un decreto. Sapendo che abbiamo davanti ancora molta strada e che ogni giorno occorre ricominciare.

Riparte allora solo chi, a seconda delle circostanze, accetta il vento impetuoso che arriva talvolta a rigare di lacrime il nostro volto, con la sua esplicita richiesta di assumerci delle responsabilità; oppure di essere disposti ad accogliere la brezza, delicata ma sufficiente ad allontanare le nuvole, facendo intravedere i colori, oltre il grigio costante del nostro tempo.

Riparte davvero solo chi, proprio per questo, accetta la sfida del nuovo e ricomincia. Pronto a vivere al ritmo di un amore che non lascia indietro nessuno e si fa carico della vita residua di chi non vuole proprio lasciarsi andare.

Perché la ripartenza è una impresa personale, di ciascuno di noi, non solo delle élite.

Non basta ripensare l’organizzazione esterna, personale o collettiva, per ripartire. Bisogna mettersi in ascolto di eventi ed emozioni che fremono dentro di noi, se non si vuol correre il rischio di restare impantanati nelle sabbie mobili della responsabilità delegata ad altri e delle facili illusioni, seguite per allontanare lo sguardo dalla realtà.

È una luce che ci domanda di tenere i piedi ben saldi sulla terra, chiedendo di “imparare a scendere a compromessi con l’incertezza, a vedere la complessità e cercare di scendere a compromessi con la complessità”, come ci ricorda in un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, che nello scorso luglio ha tagliato il traguardo delle cento candeline.

Per Morin, protagonista di un’idea forte di responsabilità personale come radice della libertà collettiva, la via da seguire per uscire dalla “grave crisi in cui ci troviamo” è “rafforzare la conoscenza”, cominciando dalle scuole, dall’istruzione, dai più giovani. Nell’identità attuale dell’Europa, come nel passato, c’è infatti quello che può essere il suo destino: i diritti o le guerre. La scelta dipenderà in ultima istanza da noi.

Questa è la lezione che ci consegnano le parole forti e intense di un testimone unico della nostra storia, per ripartire, se possibile in un percorso di crescita comune.