Un esperimento. Non è usuale che un giornale di informazione pubblichi un racconto a puntate. Lo facciamo grazie alla disponibilità di Mauro Conti, con la convinzione che ciascuno di noi possa trovare durante la giornata quei cinque minuti per immergersi nella lettura di un buon libro. “Vintage” ci dà la possibilità di uscire per un momento dalla routine quotidiana, serve solo quel po’ di attenzione in più che si dedicherebbe alla lettura di un semplice articolo. Giusto per potere apprezzare al meglio la storia che Mauro ci racconta. Un capitolo alla settimana fino alla conclusione del romanzo, che potrete comunque scaricare dal nostro archivio aggiornato settimanalmente man mano che verranno pubblicati i vari capitoli. (v.z

CAPITOLO PRIMO

La nebbia che gravava su Donegallo da settimane così come su tutta la pianura circostante, dalla base delle Alpi fino al mare e al contrafforto degli Appennini, accompagnata dalla conseguente e persistente umidità, aveva diradato con il sopraggiungere dell’autunno la presenza dei cittadini lungo le vie, le piazze, i giardini pubblici; i caffè all’aperto si erano svuotati dei soliti avventori, il mercato settimanale vedeva transitare tra le bancarelle, i furgoni, le grandi tende, radi e frettolosi compratori, e persino i funerali diretti verso il cimitero, assumevano un’aria ancora più mesta e triste, mentre le strade parevano invase da una sorta di malia, come presagio di eventi funesti.

Le rare porzioni del piccolo borgo ottocentesco, su cui attorno era stata costruita negli anni Trenta del Novecento una “Città Nova”, eretta secondo lo stile del più puro razionalismo dell’epoca, conservavano ancora gli originali e antichi colori che erano stati riusati per i nuovi edifici, tra cui spiccava attorno alla piazza, al cui centro sorgeva la splendida fontana adornata da sette levrieri di bronzo scolpiti in sette pose diverse, il lungo portico che la racchiudeva per metà. Ma la densità della nebbia era tale che l’intera cittadina ne veniva quasi inglobata e celava però ai rari viandanti, l’oblio e la decadenza che Donegallo viveva da decenni e rendeva la sua architettura ancora più rarefatta, come il fondale sbiadito di un teatro.

Lungo la via principale, un uomo camminava lento e curvo del peso della vecchiaia, facendosi sostenere dal nodoso e robusto ramo intarsiato, quasi come un’ombra uscita dall’Ade e quando ormai il corpo stava per apparire in tutta la sua interezza, il fantasma si fermò davanti a una grande vetrata, ne aprì un’anta e scomparve all’interno; le lettere in bassorilievo, vergate nel tipico carattere usato su tutti gli edifici pubblici di Donegallo, erano semi nascoste dal lungo cassettone in plastica al neon, ora spento, su cui era stampata la stessa dicitura sottostante: “Cine-Teatro Astoria”.

Vittorio apparve nell’ampio e ancora freddo foyer e senza esitazione, anche se zoppicante sul vecchio bastone di legno appartenuto al padre, raggiunse e spinse gli interruttori su cui era scritto Sala 1- 2.  E quando fece scorrere le consunte e lise tende rosse della sala del cine-teatro Astoria, benché ormai fossero migliaia le volte che aveva ripetuto quel gesto, sentì di nuovo l’emozione salirgli dentro. Era la stessa della prima volta quando a undici anni gli era stato concesso di essere lui ad accendere le luci, aprire le doppie porte, entrare per primo nell’enorme hall illuminata dai grandi lampadari che brillavano come fossero preziosi diamanti, con le lunghe file di sedie di legno lucide della platea e su cui troneggiavano, come statue di un’antica e scomparsa religione, le nere grosse trombe acustiche da cui usciva il sonoro dei film.

Ora invece, bianche e fredde luci al neon avevano preso da tempo posto dei vetusti lampadari; le scomode seggiole pieghevoli erano state sostituite all’inizio degli anni Settanta da comode poltroncine di velluto rosso che gli spettatori avevano inesorabilmente consumato, come l’abito di un povero prete di campagna giunto al termine del suo servizio. Più moderne casse amplificate erano subentrate agli ingombranti altoparlanti; ma anch’esse avrebbero dovute essere cambiate così come il proiettore per la pellicola da 35 mm. Il progresso tecnologico non s’arrestava mai, ma ormai Vittorio sapeva che il tempo per lui e l’Astoria aveva giocato tutte le carte; la partita stava per finire e il futuro aveva già scritto la parola fine e lui, durante la lunga malattia e la successiva scomparsa di Ottavia, si era appropriato del pensiero della propria morte, che aveva sempre voluto tenere lontano, e accettato nell’intimo di volere vivere la fine della propria esistenza, come un passaggio.

Il cine-teatro Astoria, costruito dal nonno di Vittorio nel 1935, in simbiosi con il rinnovamento di Donegallo nel nuovo stile Razionalista, aveva ripreso l’attività già dal primo inverno seguito alla fine della guerra e due anni dopo ripresero a ritornare anche sul suo lungo e poco profondo palcoscenico, le compagnie di Avanspettacolo con le splendide ballerine che facevano ingelosire la nonna e la mamma di Vittorio e da cui lui, ancora bambino, era assolutamente tenuto lontano.

Ma lui, primogenito e unico maschio di quattro figli, finita la scuola dell’obbligo aveva iniziato la sua carriera all’interno dell’Astoria, come desideravano sia il padre sia lui, come venditore di bibite, caramelle, gomme da masticare, liquirizie prima e durante le pause dei film. E appena entrato nell’adolescenza, alla madre non fu più possibile impedirgli di assistere alle caotiche, irriverenti e scandalose rappresentazioni dell’avanspettacolo; e mentre s’aggirava con la cassettina a tracolla, tra le file della platea assordante di fischi, grida, applausi, i suoi occhi non potevano staccarsi dalle gambe nude, dalle pance scoperte, dai seni messi in mostra, coperti da pochi centimetri di stoffa, dai glutei che roteavano senza posa delle ballerine. E più cresceva, più la curiosità e il desiderio verso le forme semi nude della ragazze così esposte ai suoi occhi aumentava, spingendolo a intrufolarsi tra le quinte, i fondalini di legno e carta, i grandi e verdi bauli strabordanti costumi, i camerini volanti dove comici, soubrette, fantasisti, maghi potevano cambiarsi costume se non c’era tempo di andare nei rispettivi camerini; e la tenda leggera che fungeva da porta, spesso non riusciva a nascondere la pelle scoperta che, tra un cambio di abiti e l’altro, non c’era neppure il tempo di tenere nascosta. E lì, in quei brevi lampi di nudità, Vittorio vide esposti per la prima volta dei seni in tutta la loro estasiante e meravigliosa bellezza.

Nell’arco di pochi anni fu introdotto nella cabina di proiezione tra le pizze, la pellicola, il calore della lampada, che non fece che aumentare la passione per il cine-teatro. Divenne la sua casa, il luogo a cui in fondo sentiva di appartenere da sempre, come se fosse l’unico abitante di una meravigliosa isola dell’oceano Pacifico.

Il primo spettacolo con cui debuttò sul palcoscenico, come collaboratore messo a disposizione dall’Astoria, fu quello della Compagnia di Avanspettacolo Ester Martin, al secolo Esterina Quattrocchi, moglie del capocomico nonché impresario, regista, della compagnia stessa e che aveva in cartellone quell’anno la riedizione de La favola di tutti i tempi. E le gambe nude fino alla vita, i seni appena coperti, le bianche braccia voluttuose, i corpi che entrando e uscendo dalle quinte lo sfioravano e l’inondavano di profumi, travolsero completamente ogni resistenza alle sue fantasie e ai desideri non più trattenibili e che non trovava il coraggio di confessare al vecchio e inflessibile prete della parrocchia di San Giacomo.

Alla soglia dei diciannove anni, s’invaghì, ricambiato, di Elvira, che abitava nel palazzo di fronte al loro e con cui, fino da bambini, c’era una simpatia innata e trovò del tutto naturale dopo diversi mesi chiederle di fare all’amore anche se conosceva la sua ritrosia, che fino ad allora gli aveva concesso solo di essere baciata ma di non permettergli di sfiorarle neanche un seno. Ma lei, oltre a negargli la sua richiesta, si fece corrompere dal tarlo della gelosia e antipatia nei confronti delle attrici, delle danzatrici, del tormento riguardo alle chiacchiere maliziose che riguardavano l’innamorato, tanto che Vittorio decise alla fine, davanti alla sua richiesta di trovarsi un altro lavoro se voleva ancora uscire con lei, di interrompere la relazione dopo solo sei mesi. Elvira tre anni dopo si sposò con il becchino del comune.

Continua… la prossima settimana