Bologna. Questo scritto è frutto di una riflessione effettuata in un periodo di grande incertezza, come tale deve essere preso. Parla di come ho cercato di risolvere queste incertezze con l’esistenzialismo. Con le chiusure di alcuni eventi a causa dell’aumento dei contagi, il periodo poco fertile a livello eventistico e lo stallo dell’ambiente universitario nel periodo degli esami, mi sono trovato poco ispirato, nelle ultime settimane, ad esplorare Bologna.

Ho invece riflettuto sulla condizione dell’inserimento post-studi nell’ambito lavorativo. Sono, in questo periodo, entrato in contatto con il gruppo di ragazzi che ha vinto un bando organizzato da Unibo per l’organizzazione di una serie di conferenze, tenute da docenti interni ed esterni ad Alma Mater, riguardo all’inserimento nel mondo lavorativo da parte dell’università. Si tratta di un ciclo di quattro incontri, davvero interessante in particolar modo per gli studenti, ma non solo. Per ora non posso parlarne in modo approfondito, dato che l’aumento dei contagi ha rallentato la situazione, posso solo accennare che si terrà verso marzo e di stare in occhio. Ma veniamo all’argomento vero e proprio.

Università di Bologna (Foto Unibo.it)

L’università, nell’ultimo trentennio, ha subito grossi cambiamenti, che possono coincidere con la variazione della capacità lavorativa richiesta dalla società del capitale. Dalla riforma Ruberti, che ha diminuito l’autonomia delle università nei confronti delle aziende, trasformando l’università stessa in un’azienda alla ricerca di fondi. Alla riforma Berlinguer, che ha introdotto il sistema “3+2” e il meccanismo dei crediti, fino alle riforme Moratti e Gelmini, che hanno lasciato invariato questo sistema fino ad ora.

Ci troviamo in una situazione in cui il rendimento previsto dal conseguire una laurea è visibilmente diminuito. Non solo non basta più possedere una laurea triennale, ma il solo possedere una laurea non ti fa accedere a cariche con stipendi aumentati e di minore precarietà. C’è anche poi da considerare la differenza tra le lauree scientifiche e quelle umanistiche. I dati Istat, riferiti al 2011, indicano che circa il 30 per cento in più dei laureati magistrali in aree scientifiche, rispetto agli umanisti, è occupato in posizioni ad alta specializzazione o tecniche[1].

Le percentuali mancanti si dividono tra lavori non specializzati o addetti alle vendite, ai servizi, operai, etc… Romano Alquati, attivista e saggista italiano, esponente di spicco del Marxismo operaista in Italia scrisse: “[…] spesso per la laurea ci si accontenta, anche da parte delle famiglie, di un posto (stabile) pure di modesto prestigio e medio salario (di fatto). Questo smentisce gli opinionisti e le convinzioni suddette! Così stando le cose l’università sarebbe un grande spreco, comunque.

Ma allora gli utenti si sbagliano, come sembrerebbe? Studiano per (quasi) niente? […]”[2]. Pure la differenza di reddito è considerevole. Sempre dai dati Istat del 2011, le carriere che permettono di eccedere a salari più alti sono quelle Mediche (1660 euro al mese) e ingegneristiche (1633). Le carriere come quelle letterarie (1042) e politiche-sociali (1300), prevedono salari visibilmente più bassi[3].

Il problema è che un certo gruppo di dirigenti domanda dal lavoratore un’elevata specializzazione, a basso costo. Specializzazione che si ricerca in aree tecnologiche e scientifiche e costo che, dopo aver conseguito una laurea, dovrebbe notevolmente aumentare. Concorsi pubblici, lavori a media specializzazione, sono esempi di occupazioni per cui una laurea non sempre è necessaria.

Un datore di lavoro potrebbe decidere di assumere, a parità di esperienza, qualcuno che non ritenga di essere pagato di più per lo studio che ha svolto. Verrebbe quindi da chiedersi se, come scrisse Alquati, davvero lo studente, specie quello iscritto a discipline umanistiche, davvero studi per niente.

Che senso ha affrontare un ciclo intero di una laurea in filosofia, per dirne una, se poi rischio di non accedere a posizioni che mi permettono di sfruttare le mie conoscenze appieno? La domanda a cui voglio rispondere oggi è questa e non è di certo di facile risposta.

Il mondo del lavoro, al giorno d’oggi, è un mercato la cui merce è semplicemente la capacità lavorativa dell’uomo. Tendiamo a percepire l’università come il campo in cui aumentare questa capacità, in modo da aumentare la nostra produttività e quindi da essere più appetibili nel mercato del lavoro.

La grande bugia della nostra generazione è quella che ci racconta che qualsiasi sia il tipo di lavoro che vorremo fare, basterà laurearsi nell’ambito di interesse e il salto sarà automatico. La verità è che non c’è una richiesta così elevata di specializzati in filologia, per dirne un’altra, in modo da offrire lavoro a tutti gli studenti che si laureano ogni anno.

Per esempio c’è sempre domanda di lavoratori nel campo della ristorazione, ma nessuno si immagina un futuro da cameriere dopo la propria laurea magistrale. In realtà,non bisogna essere legati per forza alla concezione dell’università come macchina che aumenta la propria produttività.

Sempre Alquati arriva alla definizione del motivo principale per cui si dovrebbe scegliere la formazione universitaria superiore, ovvero “l’aumento della propria cultura e conoscenza per se stessi; magari tuttora perfino come persone o addirittura come soggetti. […] la scuola deve essere una comunità, ma deve servire innanzi tutto a creare comunità, cultura locale, socialità, significati, profondità ecc…”[4]. La conclusione di Alquati slega la partecipazione allo studio dalle logiche di mercato, per cui non è previsto il puro interesse per la costruzione della propria cultura. L’obiettivo della carriera[5] universitaria in questo senso, non è legato alla possibile conclusione ma al godimento del percorso, intrapreso per il puro interesse nei confronti di esso, non per la speranza di un ricavo futuro.

A questo proposito mi viene in mente la filosofia post-esistenzialista di Camus nel “Mito di Sisifo”. Sisifo (lo studente), verrebbe costretto dagli dei a rotolare un masso fino in cima ad una collina, per poi vedere vanificati gli sforzi quando, arrivato ormai alla cima, il masso ogni volta cede davanti ai suoi occhi. Spesso mi sono sentito come Sisifo.

Spesso sento la pesantezza dei miei studi e temo che per mantenermi dovrò accettare un lavoro qualsiasi, vedendo tutti i miei sforzi vanificati. Ogni esame, ogni tassa, ogni sforzo per arrivare ad un lavoro che mi soddisfi, che metta in gioco quello che ho imparato, sfumare davanti ai miei occhi. Sarebbe davvero una tragedia? Davvero l’impegno che ho posto in quest’attività vale in base alle logiche del mercato lavorativo? Un altro prodotto della nostra epoca è la valutazione di qualcosa in base alla sua produttività. Sisifo in tal caso sarebbe, oltre che un eroe assurdo, anche un eroe anticapitalista. Camus infatti ci propone di immaginarsi Sisifo felice.

Ci propone di immaginarselo contento mentre scende per tornare alla sua pietra, perché “anche la lotta verso la cima a volte basta riempire il cuore di una persona”. A mio parere bisogna vivere alcune facoltà proprio come Sisifo, godendosi la lotta verso la cima, godendo della cultura assorbita più che di ciò che si può produrre con essa. Questo non implica che non si deve puntare ad ottenere un lavoro che abbia a che fare con i propri studi, ma a godere del percorso in modo che non si debbano avere rimpianti a prescindere del risultato.

(Francesco Lacchini – Foto di Doug Davey)

[1]
Gruppo Medico: 98,5%. Gruppo Scientifico: 95,8%. Gruppo Ingegneria: 95,5%. Gruppo Chimico-Farmaceutico: 94,5%. Gruppo Letterario: 72,2%. Gruppo Politico-Sociale: 64,1%. Gruppo Linguistico: 63,3%.

[2]
“Nella società industriale d’oggi” (Torino, 2000), Romano Alquati, prologo.

[3]
Per tutti i riferimenti, visitare il sito Istat: https://www.istat.it/it/istruzione-e-formazione?dati

[4]
Ibidem.

[5]
E già il chiamarla carriera è un indicatore abbastanza chiaro dell’immaginario che abbiamo a riguardo.