Giulia si appoggiò allo stipite della porta perché la piena di ricordi si abbatteva su di lei minacciando di travolgerla. Riudì il latrare dei cani dall’esterno della struttura, ma questa volta l’impressione fu notevolmente inferiore rispetto a quella suscitata in precedenza.
Si era appena alzata dalla poltrona, una delle poche occasioni in cui abbandonava la sua postazione davanti alla finestra, dove passava la maggior parte del tempo guardando il viale alberato.
Auto che andavano e venivano, coppiette che passeggiavano mano nella mano, piccioni che eseguivano i loro volteggi.
I momenti migliori dell’anno in cui i fiori pitturavano a chiazze gli alberi.

Quel giorno purtroppo era nuvoloso; una squallida giornata di novembre. L’occasione più avvincente della sua giornata era stata quando due automobilisti si erano quasi tamponati per una precedenza non rispettata e si erano messi a litigare in mezzo alla carreggiata.
Per questo, le era dispiaciuto troppo quando il suo corpo anziano aveva reclamato una sosta al bagno.

Mentre stava per varcare la soglia, aveva tuttavia udito quell’abbaiare lontano, che aveva suscitato una reazione inaspettata nella sua mente nebulosa.
Aveva visto distintamente un parco, pieno dei colori brillanti della primavera, e una giovane che rideva mentre veniva rincorsa da un bel cane dal pelo lungo e fulvo. Fu come essere sommersi da un’onda, o essere abbagliati da un lampo: un attimo dopo, il ricordo si era dissipato.

Giulia aveva scosso la testa con enfasi, col respiro affannato, incapace di rendersi conto di cosa avesse appena visto. Al secondo latrato, seguito da una risposta, aveva subìto una seconda ondata, ma molto meno potente. I dettagli dell’immagine erano diventati offuscati.

Dimentica delle esigenze del suo corpo, corse alla finestra, si affacciò e scorse un uomo anziano che faticava a tenere al guinzaglio un cane di taglia piccola, tirava ringhiando furibondo contro un altro cane di stazza maggiore, tenuto da un giovane, che invece si limitava ad abbaiare pigramente.
La scena non le suscitò altre immagini: la suggestione era svanita e sentì un senso di perdita. Un’esperienza del genere non le era mai successa, l’aveva sconvolta l’intensità di pur brevissime emozioni che le aveva suscitato.
Cosa significavano quelle immagini nella sua testa, per lei che aveva sempre vissuto confinata tra le pareti di quella stanza? Giulia rimase a fissare curiosamente l’esterno, mai aveva avuto una tale bramosia di osservare il mondo là fuori, cercava qualcosa, qualunque cosa.

Una giovane col pancione spingeva un passeggino, un bambino correva facendo palleggiare la palla, una coppietta passeggiava mano nella mano e le giunse una nuova ondata emotiva: al tavolo di un ristorante, un uomo e una donna adulti si tenevano per mano.
Lui disse qualcosa che la fece ridere di gusto e non si accorse del gesto di lui che aveva infilato la mano libera nella tasca del cappotto appeso allo schienale della sedia ed aveva estratto un piccolo contenitore quadrato.
Lei spalancò gli occhi sorpresa, lui aprì la scatoletta e qualcosa brillò alla luce soffusa della sala.

La luce svanì immediatamente, così come la scena. Davanti agli occhi di Giulia c’era di nuovo solo il vetro della finestra e oltre, il viale di alberi spogli e il cielo grigio.
Sentì un gelo alla bocca dello stomaco, il senso di perdita e di disperazione che si dipanava in tutto il suo essere, aveva perso tutto di nuovo.
Tornò a scrutare l’esterno ma non trovò più nulla, allora fu colta da un’illuminazione improvvisa, si alzò nuovamente dalla poltrona e, dapprima a passi stentati poi man mano sempre più sicuri, attraversò la camera e uscì nel corridoio ignorando il personale con i camici bianchi che le domandavano dove stesse andando.
Determinata, discese la struttura fino al piano terra, percorse l’atrio inseguita dagli infermieri che adesso, allarmati, le invocavano a gran voce di fermarsi. Ma lei andava avanti, non li sentiva, a ogni passo i ricordi acquisivano una forma sempre più concreta e i dettagli diventavano sempre più definiti.

Aveva avuto un cane, era stata sposata, aveva avuto dei figli, aveva vissuto veramente, non solo all’interno di quella prigione. Varcò l’uscita della struttura, e si ritrovò in strada. In quel momento iniziò a piovere, in preda ai tremiti di freddo sotto quella pioggia gelida, vestita solo di una vestaglia bianca, a piedi nudi, ricordando la sua vita cominciò a ridere in maniera incontrollata, felice per la prima volta in vita sua. Non si accorse delle mani degli infermieri che la prendevano e la trascinavano dentro l’istituto.

Giulia sedeva serena sulla poltrona davanti alla finestra a guardare l’andirivieni di gente lungo il viale di alberi in fiore, in una calda giornata di primavera. Si sentiva felice, in tutta la sua vita, dalla nascita fino alla vecchiaia, era sempre vissuta in quella stanza, e non aveva fatto altro che guardare fuori dalla finestra. Non avrebbe potuto chiedere di più.

(Alessandro Tozzola)