Devi varcare quella soglia. Non basta aver letto libri, resoconti di testimoni, diari di sopravvissuti. Non basta. Devi varcare quel confine che ancora persiste dentro di te tra la fantasia e l’aver toccato con mano. Devi entrare in quel silenzio che oggi regna tra quelle povere pietre, testimonianze di uomini come noi di un po’ di tempo fa e di teorie, pensieri, certezze che ancor oggi ci attanagliano, ci costringono, ci annientano.

Il campo di concentramento di Mauthausen

Mauthausen: io ci sono stato. Devi entrare in quel piccolo ufficio con l’unico arredo di un piccolo tavolo di legno, due sedie e uno sgabello pure di legno. E sopra lo sgabello, ben conficcato nel muro un robusto chiodo di acciaio.
Questa la scenografia.
La trama vede due uomini in divisa militare seduti uno dietro al tavolo l’altro di fianco. Sul tavolo un grosso libro pieno di numeri, poi altri numeri e ancora numeri: nessun nome. Non esistono nomi e cognomi su quel vistoso libro: solo numeri.

Ed ecco scandito un numero: a voce alta. La porta si apre e viene sospinto dentro la stanza quello che resta di un essere umano.
Di umano sono rimasti solo gli occhi, troppo grandi nelle vuote occhiaie. Occhi che non cercano più, che non comprendono più. Occhi che cercano solo una fine per non vedere ancora e ancora e ancora tutto quello attorno.

I due in divisa si scambiano poche parole e viene lanciato a gran voce un ordine in una lingua non conosciuta. Entra un terzo uomo in divisa, senza gradi sulle braccia che sospinge quello che non è più un uomo, solo un numero, e lo solleva depositandolo sullo sgabello.
In piedi sullo sgabello.
Ora, nel robusto chiodo d’acciaio è fissato un canapo robusto con uno strano e solido nodo in fondo al quale la corda prende la forma del contorno di una goccia.

Il cappio, perché di questo si tratta, viene passato attorno al collo di quello che è solo un numero, la corda viene ben tesa in attesa di un nuovo ordine che non tarda a venire. Un calcio ai piedi dello sgabello e un numero viene cancellato sulle pagine del libro aperto sul tavolo.
Fuori, altri numeri sono in attesa.
Forse non riescono neppure più a piangere: hanno finito le lacrime.
Non comprendono, non capiscono.
Nella “normalità” non risulta comprensibile una tale vicenda, una tale uomo.

Questo tanti anni fa e il ricordo fa ancora molto male. Un male indegno, un male che neppure le bestie che troppo spesso evochiamo in errore, loro che uccidono solo per difesa o per nutrirsi.
Poi arriva la data del “Giorno della Memoria” e tutti ricordiamo. Siamo specialisti delle ricorrenze, magari senza accorgerci che di “Giornate della Memoria” dovremmo fissarne un certo numero.

Ma sì, oggi i reticolati hanno assunto forme e sostanze diverse e i perimetri fissati non sono più sorvegliati da altri uomini, ma dall’indifferenza, dalla cecità, dall’ignoranza, dalla superficialità. Dall’egoismo.
La nostra coscienza, quando riesce ad attivarsi, riesce a obnubilarsi dietro sigle, sigle come Medici senza Frontiere, Croce Rossa, Caritas e tante, tante altre.
Ma i reticolati sono sempre più numerosi, grandi, immensi, aperti sotto gli occhi di tutti. Occhi che restano chiusi, che non vogliono vedere perché disturberebbe il gustarsi l’espresso nel bar lì all’angolo, che lo sa fare tanto bene …

Ma restiamo alla ricorrenza: è di oggi la notizia che due ragazze quindicenni hanno insultato, aggredito e picchiato un ragazzo di dodici anni al grido di “sporco ebreo”. Ragazze e ragazzo italiani.
Questi i nostri giovani? Il frutto prezioso della nostra opulenta (per pochi) società? Il frutto del nostro progresso? Il “Giorno della Memoria”?
Sarà bene cessare di “ricordare”, rimboccarsi le maniche e cercare di capire cosa sta succedendo attorno a noi.
Prima che sia troppo tardi. Anche per ricordare.

(Mauro Magnani)