Capitolo secondo

Il suo nome sul manifesto era Doris Morgan, in realtà si chiamava Aldina Zampini, ballerina di seconda fila. Vittorio perse con lei la verginità. Gli apparve davanti alla porta che conduceva al palcoscenico e ai camerini un pomeriggio grigio di febbraio, dopo il suo passaggio ufficiale come “responsabile tecnico” dell’Ariston, che in realtà significava proiezionista, custode, portinaio, facchino. Non avrebbe mai dimenticato quell’incontro. Il misero arredo della scena era già stato montato prima di pranzo e allo spettacolo del pomeriggio mancava solo un’ora.

«Salve», disse lei con un sorriso che lo fece arrossire.

La timidezza e il suo carattere schivo lo facevano sentire in profondo imbarazzo davanti alla bellezza delle attrici e delle ballerine delle quali subiva il fascino. Il suo desiderio era alimentato dalla loro esuberante avvenenza e il suo evidente disagio unito all’innocente sorriso, ai profondi occhi neri, all’allegria trasmessa, al fisico slanciato e asciutto, fomentava in loro attenzioni maliziose messe in atto solo per vederlo divenire paonazzo.

«Buonasera, signorina» rispose con un soffio di voce, senza peraltro spostarsi dall’entrata e non rendendosi conto di non riuscire a distogliere gli occhi da quel volto “angelico”. Vittorio non notò, né l’adorabile cappellino, né il trucco delicato, il vestito aderente che metteva in risalto le sue forme, i guanti leggeri di pelle, e nemmeno l’ombrellino con cui si proteggeva dalla pioggerellina nebbiosa.

«Posso entrare?» disse lei guardandolo negli occhi.
«Si… certo… mi scusi» e si fece da parte, imbarazzato più del solito. “Che tipo!” pensò.
«I camerini?» chiese la ragazza, sorridendo del suo evidente turbamento.
«Sì. Mi segua. Prego. L’accompagno».

Con lo sguardo puntato a terra e quello di Doris sulla schiena, Vittorio s’avviò lungo lo stretto e basso cunicolo che, dal piano stradale, portava al palcoscenico e ai camerini prospicenti i lati, disposti su due piani. Lo stretto pianerottolo superiore, dotato di una bassa solida ringhiera, dava l’impressione più di un cortile delle case popolari costruite durante il fascismo che l’interno di un teatro.

«Ecco» disse indicando il camerino rimasto disponibile e mettendosi da parte.

Erano presenti altre ballerine, i musicisti, l’anziana sarta, china da ore sui vestiti da ravvivare dopo la trasferta passata dentro i grandi bauli; tutti salutarono l’ultima arrivata con il suo nome d’arte. Vittorio l’ammirò salire il piano superiore quasi in estasi, senza rendersi conto che tutti lo stavano osservando, sghignazzando.

Doris era entrata solo qualche mese prima nella compagnia delle gemelle Zawart, in realtà le sorelle Zavartini, dopo il forfait di una scritturata rimasta in stato interessante, poiché mancavano pochi giorni all’inizio della tournée e il regista, nonché produttore, aveva avuto poco tempo per cercare una sostituta.

Lei aveva inseguito il sogno di diventare ballerina classica fin dall’infanzia, sostenuta e incoraggiata dalla madre. Però nonostante l’impegno, la dedizione, non fu mai accettata nel corpo di ballo di un teatro dell’opera e ripiegò per il teatro di rivista, l’avanspettacolo. Quando si presentò all’audizione il capocomico non esitò a scritturarla. Ebbe la parte. Ballerina di seconda fila.

Sapeva muoversi a tempo, possedeva due belle gambe, un fisico asciutto, un bel visino e non aveva mostrato nessun imbarazzo all’idea di esporsi con il costume di scena succinto e stretto con cui aveva fatto la prova. La sera stessa debuttò come se avesse sempre provato quei balletti. Questo accadeva quattro mesi prima, all’inizio dell’autunno.

Doris, la cui vita sentimentale e amorosa non era stata condizionata dalla rigida morale dell’epoca, non aveva avuto nessun complesso a darsi ai ragazzi, senza peraltro volersene innamorare e meno ancora, sposarsi, e anche per questo non provava nessun imbarazzo al mostrarsi semi nuda davanti al pubblico.

Gli scherni, le urla spesso volgari indirizzate a tutto il corpo di ballo, non lasciavano segno in lei e anzi, fecero aumentare in Doris il desiderio di eccedere nelle movenze provocatorie dei balletti da interpretare.

E il capocomico non perse occasione di sottolineare la sua bellezza, di farle capire che sarebbe bastato un cenno per ricevere un trattamento di favore, qualche regalo. Ma Doris, che non voleva avere relazioni con uomini sposati, tantomeno il marito della soubrette, sempre ridendo e scherzando, scansò le attenzioni, e lui alla fine le rivolse a un’altra ballerina, più disponibile.

Venne il giorno dell’ultima replica serale all’Astoria a cui sarebbe seguito il film in programma. Vittorio aveva in tutti i modi cercato di attirare l’attenzione di Doris: per la prima volta aveva avvertito di provare sensazioni sconosciute, che non erano solo animate dalla brama del piacere fisico.

Il pensiero di non vederla più lo aveva via via incupito nel corso del fine settimana, tanto da suscitare domande preoccupate della madre, alla quale il figlio aveva risposto con vaghezza. Doris, alla quale le premure e le cortesie di Vittorio non erano certo sfuggite.
«Che carino e dolce» aveva confessato la prima volta alle altre della compagnia, così diverso dai tanti ragazzi conosciuti e frequentati in precedenza.

Terminato lo spettacolo, si fermò davanti a lui immobile davanti all’uscita; la compagnia proseguiva verso il ristorante e gli disse: «Hotel Savoy. Camera 5. Dopo le dieci». Poi si allontanò sfiorandogli una guancia con le dita.

Vittorio rimase a guardarla svanire dentro la nebbia serale mentre l’emozione trattenuta per quattro lunghi giorni, abbatteva tutti gli argini. “A chi potrei chiedere consiglio?”, pensò. “Forse agli amici del bar?”.

Ma non aveva confidato agli amici il sentimento per Doris, perché lo avrebbero preso per i fondelli. Chiuse la porta, e vi sostò appoggiato con le spalle, bloccato, incapace di credere che ciò potesse stare accadendo sul serio: “E ora?”, si chiese.

Ma un attimo dopo, si avviò deciso lungo lo stretto corridoio del teatro. Il lavoro lo reclamava.

Continua… la prossima settimana

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