La condivisione della memoria è impossibile perché ognuno ha la sua, la memoria di chi ha avuto parenti deportati (quasi) al pari di chi ha avuto la casa a Alfonsine o Civitella bruciata o fatta “brillare” dai tedeschi in ritirata, non può essere la stessa di chi invece ha bruciato o aiutato a bruciare, ma è (forse) possibile una “conclusione” condivisa a suon di scuse (coraggiose) come fece la Merkel tempo fa quando dichiarò a proposito della Shoah, “…noi tedeschi siamo responsabili di questa immane tragedia per sempre.”

Auschwitz (Foto di Dariusz Staniszewski da Pixabay)

La scelta di salire in montagna e combattere i nazifascisti ovviamente è stata la scelta giusta verso la libertà anche per quelli che scelsero il contrario combattendo a fianco dei nazisti, forse convinti in buona fede di servire la patria, ma per anni non è stato altrettanto ovvio il sentimento di comune appartenenza allo stesso “campanile” democratico e antifascista perché della Resistenza si è sempre fatto un uso troppo politico, spesso a spese di figure laiche (repubblicani e liberali) ed ecclesiastiche, come i preti “coraggio” e i tanti cattolici in generale sui quali spesso è calata la scure dell’indifferenza, del silenzio e in tanti casi anche quella della gogna. Per questo più che di nostalgie, effimere condanne e facili assoluzioni in futuro ci sarà sempre più bisogno di mettere all’angolo quelli in malafede, i fanatici e i volutamente mal informati, sponsorizzando a gran voce il 27 gennaio “Giornata della Memoria”, coinvolgendo le nostre ragazze e i nostri ragazzi, nella “Mission Impossible” di far crescere in loro la voglia di combattere tutte quelle giornate storte che rischiano una deriva di guai, facendo Resistenza, contro la quale ovviamente non hanno nulla in contrario ma che in molti (troppi) non sanno nemmeno cosa sia.

La paura più grande infatti è che la “Giornata della Memoria” venga prima o poi dimenticata (o negata) “dall’indifferenza” che è poi sempre causa di violenza e disgrazia. Ecco perché della Shoah è necessario scrivere e approfondire ciò che è stato il disastro dell’Olocausto, studiandone gli aspetti storici e le disumane violenze, soprattutto per ricordare ai giovani di oggi di non ripetere gli errori di quelli di allora che furono colpevolmente “indifferenti” a quelle violenze e quelle discriminazioni di genere, che poi sfociarono nelle deportazioni verso i campi di sterminio dove si era ridotti a Stuche (a pezzi), il tutto “nell’indifferenza” generale di Paesi e istituzioni internazionali che per troppo tempo non si mobilitarono in aiuto di quelle vittime innocenti.

Ecco perché anche nel recente passato forti sono state le iniziative istituzionali a favore della necessità di non essere “indifferenti” e tenere alta la guardia convertendo la memoria in consapevolezza. Ad esempio contro le tante (troppe) infelici “uscite” di personaggi politici sul fascismo, “…che ha fatto anche cose buone…”, o che “…in quegli anni di dittatura furono gettate le basi del nostro welfare…”, banalizzando (e giustificando) così l’antisemitismo, il coinvolgimento in una guerra di sterminio e tutti gli altri guai di quel (nostro) disgraziato periodo senza democrazia, libertà e anche senza futuro.

Già da qualche tempo un qualcosa di simile sta accadendo in rete dove il negazionismo a prescindere ha successo e dove si moltiplicano teorie fantasiose di complotti e revisionismi soprattutto da parte di menti fragili e “navigatori” poco acculturati forti solo di un falso rigore scientifico, come d’altronde all’oggi dove in piena emergenza sanitaria da Covid-19 la canalizzazione della rete sta amplificato a dismisura una propaganda, da parte di chi non è d’accordo sulla campagna vaccinale in corso, che ha assunto pericolosi contorni da fanatismo calcistico.

(Giuseppe Vassura)