Tanto rumore per nulla? Sì e no. Sì, perché dopo mesi che se ne parla con crescente concitazione, fino alla conferma di Mattarella, si torna al punto di partenza. Non proprio. Le tensioni della settimana che si sta chiudendo si scaricheranno con tutta probabilità sul Governo.

Salvini e Giorgetti si sono già messi avanti chiedendo un appuntamento a Draghi. Aleggia da qualche giorno la richiesta di un rimpasto dell’esecutivo. Possibili nuove fibrillazioni in vista. Per questo chi si compiace di una stabilità salvaguardata non è detto che abbia piena ragione. A elezione appena conclusa si sprecano le dichiarazioni e i commenti che tentano di individuare meriti e paternità (sottolineo paternità non a caso) del risultato. Insomma, di salvare qualche capra e qualche cavolo dell’indegno teatrino a cui abbiamo assistito in questi giorni. Una impressione dall’esterno.

No, perché abbiamo assistito alla replica, se ce ne fosse stato ancora bisogno, di un indecoroso e avvilente spettacolo della politica, messa a nudo nelle sue dinamiche. Ciò che mi pare sia emersa con chiarezza è la totale assenza di leadership dei partiti, neppure in grado di governare i rispettivi gruppi parlamentari (non da oggi del resto). Fanno sorridere, per dissimulare l’amarezza di fronte a tanto annaspare, le dichiarazioni che si affannano a individuare i vincitori e i vinti, i meriti e i demeriti, fino a chi invoca il pareggio. Ha vinto il Paese perché Mattarella è il più amato. Hanno vinto i parlamentari che hanno improvvisato uno schieramento trasversale tenendo il punto sul Presidente uscente. Ha perso il centro destra o a ha perso il centro sinistra. Più ci si addentra in questi commenti più si amplifica l’eco dell’indegno spettacolo.

Sergio Mattarella (Foto Wikipedia)

Nonostante laV ripetuta dichiarata e motivata indisponibilità, Mattarella, scatoloni in partenza dal Colle, se la fa andar bene. Convinto dallo spirito di servizio. C’è da crederci, trattandosi di personalità autorevole. Lo spirito di servizio, inteso alla Mattarella, è estraneo alla politica che va per la maggiore. Caratterizzata più da ambizioni personali, da una gestione del potere finalizzata ad interessi particolari che a quello del Paese. Molta tattica poca strategia, molto fare (spesso a parole) poco pensiero a indicare prospettive con soluzioni agli enormi problemi dell’Italia, di cui molti strutturali. Tanti equilibrismi, poche scelte coraggiose in grado di rispecchiare il cambiamento della società e di applicare i valori costituzionali. Parlare di “sacrificio” del Presidente rieletto è dunque appropriato. Ma trovo un poco ipocrita sottolinearne l’apprezzamento. Il Presidente confermato si ricarica sulle spalle un Paese tormentato.

Io credo che in questa vicenda la Politica abbia perso comunque. L’incapacità di individuare personalità coi requisiti idonei alla carica su cui convergere è anche il risultato della annosa rinuncia a formare e selezionare una classe politica competente, autorevole, credibile e con una cultura istituzionale e politica adeguata. I partiti sono ormai imbarcazioni elettorali da lasciare all’ occorrenza a bordo della prima scialuppa disponibile. Circa 300 parlamentari in questa legislatura hanno cambiato gruppo. Alla Camera il gruppo misto conta 180 deputati. Un paradosso evidente. Il Parlamento è polverizzato in componenti più o meno consistenti che dovrebbero rappresentare un elettorato parte del quale al momento del voto ha votato altro. In questo contesto, di che rappresentanza parliamo?

Ora si invoca la riforma della politica. Da tempo lo sentiamo invano. Il crescente astensionismo elettorale è un segnale ma si preferisce attribuirlo alla irresponsabilità degli elettori e delle elettrici che non apprezzano il diritto di voto. Si invoca la modifica dei regolamenti delle Camere (dopo il referendum che ha ridotto i parlamentari andrebbe fatto per un equilibrio democratico corretto) e della Costituzione. Prima di questo i partiti devono tornare a essere corpi intermedi del sistema democratico e recuperare capacità rappresentativa e di dialogo con la gente. Prima, la classe politica deve garantire l’affidabilità e l’adeguatezza necessarie a un cambio delle regole.

Una donna al Quirinale

Non ho mai creduto all’elezione di una donna al Quirinale. Il contesto politico stesso lo suggerisce. Le donne non esprimono oggi una forza né nei partiti né trasversale ad essi. Vi è una posizione di subalternità agli uomini. Le stesse quote, nel contesto attuale, funzionano in questa logica.

Ciò non toglie che vi siano donne che ricoprono ruoli importanti e cariche prestigiose con competenza e autorevolezza. E questo è il frutto del salto di emancipazione compiuto dalle donne individualmente e collettivamente dalla metà del secolo scorso. Siamo tuttavia lontane, più oggi che in passato, a esprimere una cultura di genere antagonista a quella patriarcale (fonte del gender gap), in grado di rappresentare e agire le istanze delle donne producendo cambiamenti significativi verso il superamento concreto della disparità di genere.

Sbandierare l’opportunità di una donna al Colle da parte di più di un leader politico è stato un prevedibile specchietto per le allodole, il tentativo ipocrita di accreditarsi alla platea femminile guadagnando in immagine. Lo svelano i fatti. I nomi proposti , per lo più dal centro destra, si sono ben presto offuscati. La Casellati “bruciata” nella conta dei voti di schieramento. La Belloni strumento di depistaggio dalla posta in gioco reale nonostante la delicatezza del ruolo ricoperto.

Nel centrosinistra un silenzio assordante. Significativo il linguaggio (mai casuale) usato da giornalisti e politici, rivelatore di un pensiero tutto maschile. Fra chi evidenziava la necessità di una donna “in gamba” (come se la stessa qualità non dovesse appartenere anche a un uomo) e chi “Non si è avuto il coraggio di eleggere una donna”. Se ci vuole coraggio, chi propone una donna non è credibile perché pensa che in realtà non possa avere tutti i requisiti necessari a ricoprire la carica di Capo dello Stato.

Oppure non si crede che ci siano donne abbastanza competenti e autorevoli. Ed ecco svelato l’arcano. Se gli uomini credessero davvero e riconoscessero il valore del contributo delle donne alla soluzione dei problemi del Paese cederebbero potere e farebbero spazio, facendosi convinti sostenitori con loro di politiche concrete a favore del superamento della disparità di genere. La realtà esprime tutt’altro.

D’altra parte l’appello di diverse donne intellettuali e di spettacolo per una donna al Quirinale di qualche settimana fa era debole, per quanto apprezzabile sul piano simbolico. O si punta su un nome condiviso e si fa campagna su quello mettendo in campo tutta la forza che le donne possono esprimere nella società, nella politica e nelle istituzioni, oppure siamo di fronte a un fumus. Si finisce per appellarsi ancora una volta alla magnanima concessione degli uomini, accettando posizioni di potere di fatto diminuito. Non si vince da una posizione subalterna, soprattutto se l’obiettivo è la produzione di cambiamenti radicali. In queste settimane si è sviluppata una discussione interessante e di merito sul tema in più realtà femminili, con opinioni articolate e diverse. Da qui si può ripartire, consapevoli che siamo più lontane di qualche decennio fa dalle sedi di decisione e di potere, a dispetto dei numeri. Il problema è come costruire una forza politica in grado di negoziare e di dare senso alla presenza e ai numeri stessi. Del resto in questa settimana concitata le donne sono state, ancora una volta, nel silenzio assordante, con buona pace anche dei media.

(Virna Gioiellieri)