L’inizio del nuovo anno, pur in una situazione pandemica tutt’altro che vicina alla conclusione (con tassi di assenze del personale tra il 10 e il 20%), sembrava aver portato alle imprese italiane la speranza concreta di una ripresa, dopo gli anni bui del Covid: ordinativi e commesse in forte crescita, in alcuni casi addirittura oltre i livelli pre-pandemia, e produzione industriale a +6,3% a novembre su base annua (fonte Istat). Invece questa formidabile spinta deve fare i conti con una situazione congiunturale che, per il periodo in cui si sta presentando, sembra sia fatta apposta per tarpare le ali alla ripresa.

Già nell’ultimo trimestre del 2021, e ancora di più nelle previsioni del primo trimestre 2022, si sta infatti assistendo ad un’impennata senza precedenti dei prezzi di energia, combustibili e materie prime, ossia in pratica di tutto ciò che serve alle imprese per funzionare. L’aumento della domanda dei combustibili fossili dopo i lockdown, la grande necessità di materie prime in Asia e i ritardi nella messa in opera del gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 (anche per le sue implicazioni geopolitiche) hanno avuto effetti dirompenti. Il costo del gas, ad esempio, è schizzato nell’Unione Europea del 723%, oltre dieci volte l’aumento registrato nello stesso periodo negli USA, a causa di un’oggettiva scarsità e delle attuali tensioni geopolitiche tra UE e Russia. Il prezzo del petrolio Brent è ai massimi dal 2014, dopo essere sceso fino a 20 dollari a inizio pandemia. Molte materie prime come rame, cotone, argilla, ferro, alluminio, registrano a loro volta aumenti ben oltre il 50%. I trasporti terrestri e marittimi non hanno fatto eccezione a questi rincari, cui si aggiungono le ben note difficoltà di approvvigionamento di semiconduttori e componentistica, che hanno caratterizzato l’intero 2021, in un effetto-tenaglia dagli esiti potenzialmente letali per la ripresa.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, famiglie e imprese: l’inflazione è schizzata quasi al 4%, le famiglie lamentano bollette mai viste prima, e le imprese si trovano una situazione paradossale e scomoda, in cui si cerca di internalizzare gli aumenti riducendo la marginalità per evitare di scaricare i costi sui prodotti finiti, ma ovviamente solo fino a un certo punto, superato il quale la produzione diventa antieconomica. Il fatto è che sempre più aziende si trovano già in questa situazione, e trovano più conveniente – nonostante il gran numero di ordini e commesse – arrestare la produzione con soste programmate dell’attività, in attesa che i costi di produzione si riducano: l’unica alternativa, ossia l’aumento dei prezzi al cliente, mina la competitività in un mercato che rimane altamente concorrenziale.

Sono soprattutto le PMI e le imprese dei settori più energivori (come il ceramico, il chimico, le fonderie e acciaierie, la produzione di carta e vetro), a lanciare campanelli d’allarme sul presente e sul prossimo futuro: la CNA di Bologna stima che oltre 2000 imprese manifatturiere della provincia siano a rischio chiusura, mentre il presidente di Confindustria Ceramica, il faentino Giovanni Savorani, ha affermato testualmente: “Da ottobre è come star seduti sulla bomba atomica”.

In questa situazione che rischia di mettere a dura prova la ripresa dell’economia, si moltiplicano le richieste di intervento alle istituzioni pubbliche per soluzioni a sostegno di cittadini e aziende. Così, ad esempio, il 18 gennaio in Regione la consigliera faentina Manuela Rontini (Pd) è intervenuta richiedendo con forza un’azione sinergica col Governo nazionale per soluzioni compensative nell’immediato, in modo da sterilizzare i rincari e ridare fiato al sistema produttivo. L’assessore regionale Vincenzo Colla, dal canto suo, ha promesso un dialogo serrato con il Ministero delle Attività Produttive per avere risposte a breve.

E’ chiaro, però, che – al di là di soluzioni-tampone già in via di adozione, come i gruppi d’acquisto – è necessaria una visione più a lungo termine, con l’adozione di un Piano nazionale per l’autonomia energetica che punti in maniera decisa sulle fonti rinnovabili e sullo sblocco dei giacimenti strategici di gas naturale, che ridurrebbero le importazioni per un Paese in cui il prezzo del gas è già superiore alla media europea. Ma non è solo il livello nazionale a dover intervenire: secondo lo stesso Colla, l’Unione Europea deve diventare “soggetto calmierante per i prezzi dell’energia”, superando la mancanza di una politica comune che ha contribuito anch’essa ai rincari record. Altrimenti i rischi di veder annullati buona parte dei benefici derivanti dall’impiego delle risorse del Recovery Plan si fanno sempre più concreti. Ma ci sono anche economisti che, a livello globale, chiedono di riflettere sull’effetto sugli aumenti derivante dal meccanismo degli oneri di compensazione sulle emissioni di CO2 (ETS). Il tutto mentre la Cina tocca un nuovo record assoluto nella produzione di carbone. Insomma, è una battaglia che deve essere combattuta a tutti i livelli e in tempi rapidi, tenuto conto che secondo tutte le stime il prezzo del gas non diminuirà per tutto il primo semestre 2022. E a luglio, senza interventi incisivi, sarà già troppo tardi.

(Mainardo Colberti)