Capitolo quarto

Vittorio non gli prestò subito attenzione, ma il dolore continuava a salire d’intensità, e si accorse che proveniva dalla parte del cuore. Strinse i denti per trattenere il gemito giunto alla bocca.
“Ci siamo?”, pensò.
Il momento tanto temuto forse era giunto. Ripensò a suo padre. L’avevano trovato in auto, davanti all’Astoria. Sorrise, per la coincidenza.
“Succede così, allora?” si chiese.

Sapeva che sarebbe stato inutile urlare. Non c’era nessuno nel cinema e non gli sfiorò nemmeno l’idea di prendere il telefono per chiamare aiuto. Sua moglie Ottavia non c’era più da anni. I figli, Laura e Goffredo, si erano costruiti la loro vita e abitavano ambedue a Milano. Aveva perso di vista anche le sue tre sorelle: Ada se ne era andata da tempo, Augusta aveva l’Alzheimer e Agnese viveva a Ferrara, vedova ma nonna felice.

Ma il cine-teatro Astoria era ancora aperto. Era stata, la sua, una vita bella e piena di soddisfazioni. Solo Vladimiro avrebbe potuto soccorrerlo, ma non aveva voglia di resistere e non aveva nessuna paura. Il dolore divenne sempre più acuto ed era inutile cercare di fermarlo con la mano; si appoggiò al bastone e s’inginocchiò, la vista si offuscò e la realtà intorno a lui svanì.

Le dita trovarono il tavolato e con l’ultimo scampolo d’energia rimasto si adagiò su un fianco, lasciandosi andare del tutto. Il respiro scemava, lo spasimo si esauriva e gli apparve il viso di Doris. Così lo trovò Vladimiro, con il volto sereno.

La calda mano di Enry si appoggiò sui glutei nudi di lei e iniziò a risalire lungo la schiena e lenta s’intromise sotto la canottiera, mentre il suo desiderio iniziava a divenire sempre più acuto.

Il lampione dall’altra parte della via spandeva il suo malato chiarore perfino sul muro della palazzina e il riverbero luminoso attraversava i vetri della finestra semi coperti dalle tende.

La luce gialla entrava di soppiatto nella camera per spandersi come il colore diluito di un acquarello sulla carta.

Ora la mano del ragazzo massaggiava con delicatezza tutta la schiena morbida e la mente ritornò a poche ore prima, quando rientrati a casa, Greta aveva iniziato subito a spogliarlo e, in breve, si erano trovati nudi e avvinti senza trattenere la golosità e il bisogno impellente per il corpo dell’altro. L’orgasmo aveva travolto entrambi, lasciandoli afoni e in affanno. Spossati dall’amplesso si erano addormentati.

Lei ripensò alla sera scorsa: lo vedeva ridere e scherzare al pub, il magnetismo che emanava tutt’intorno a sé l’aveva attratta e non era riuscita a staccargli gli occhi da dosso. Si erano incontrati solo due settimane innanzi.

Ricordava molto bene il corteggiamento messo in atto e la naturalezza con cui l’aveva fatto. Sapeva bene dal racconto delle amiche, la fama di sciupafemmine, il suo atteggiarsi da rapper, la finta indifferenza che mostrava verso le ragazze; ma a Greta non importava.

Durante quel loro primo incontro, la fece molto ridere. Sicuro di averla già conquistata, Enry la lasciava per poi tornare, ma rimanere solo pochi minuti. Lei conosceva bene le regole del gioco e non poteva nascondere a se stessa che l’essere cercata e corteggiata, non la lasciava certo indifferente.

Dopo le due brevi storie d’amore finite ancora prima di cominciare, si era convinta che l’amore era da lasciare ai falliti, ai perdenti e mettersi a nudo nei confronti di un altro, poteva portare solo sofferenza. I suoi genitori erano i testimoni viventi di tutto ciò e in particolare suo padre. Lei non voleva seguire le sue orme e ammise di odiare la sua debolezza e la susseguente rassegnazione con cui affrontava la vita. Ma le dita di Enry sulla pelle come una gomma cancellarono tutti i pensieri e la sensualità prese il sopravvento. Si girò. La mano di lui si posò sui seni e iniziarono a baciarsi. Sorrise tra sé; lui sapeva il fatto suo e si fece guidare, lasciandosi andare, per cadere, di nuovo sfiniti; e il sonno, li avvolse.

Il trillo ripetuto e insistente della sveglia la destò. Guardò l’ora. Dovevano alzarsi e sparire in fretta. Suo padre non doveva vederlo. Lo scosse e il ragazzo aprì gli occhi; il suo sguardo tradì la sorpresa. Sembrava stupito nel vederla, ma lei non se ne accorse. Gli ci vollero alcuni minuti per ricordare come si chiamava, mentre la guardava vestirsi in fretta e in silenzio: “Greta”.

Non erano passate ventiquattro ore da che lui si era svegliato nel letto di un’altra; doveva fare attenzione.
Lei cercava qualcosa nei cassetti.
Enry prese l’I-Phone, e scattò una foto; era senza gli slip e il suo culo perfetto era la prova di cui aveva bisogno. Al bar avrebbe potuto così esibire i suoi ultimi due trofei; cinque scopate nell’arco di ventiquattr’ore.
“Congratulazione” si disse ridendo.
Ora si poteva alzare e vestire. Per fortuna il bagno era lì accanto.
“Il coglione non mi vedrà.” pensò.

Aprirono la porta e nel riquadro di luce ovattata svanirono, come due anime che fuggono dall’Ade, troppo concentrati a non fare un minimo rumore, da non udire lo strofinio della puntina sul vinile, unico suono che tradiva la presenza di qualcuno nell’appartamento.

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