È sempre molto triste ammettere la sconfitta ma è ancor più difficile accettare di non aver imparato nulla, sia dall’esperienza degli altri che dalla propria.

Mentre scorrevano le immagini relative alle operazioni di scarico di tonnellate e tonnellate di armi e munizioni che gli amici (si fa per dire) dell’occidente avevano provveduto ad inviare in Ucraina allo scopo di rendere più solida la difesa contro l’invasore russo, mi veniva da pensare che se provvedessimo ad inviare con altrettanta sollecitudine, con altrettanta generosità e altruismo l’equivalente in aiuti umanitari alle tante zone del mondo in carenza di cibo, medicine e aiuti umanitari in genere, potremmo risolvere il problema della fame, delle carestie, della miseria nel mondo nel giro di pochi anni.

Al contrario siamo bravissimi e solleciti nell’invio di armi di ogni tipo e avari e parsimoniosi nell’invio di aiuti. Perché? La risposta è una sola, purtroppo: dalla storia delle vicende umane non abbiamo imparato nulla.

Le immagini che da tempo invadono le televisioni di tutto il mondo che illustrano il dispiego di mezzi blindati, postazioni missilistiche e di cannoni, trincee mimetizzate con attenti osservatori, grigie navi che solcano minacciose tratti di mare dove fino a poco tempo fa veleggiavano legni turistici e multiformi caccia da guerra nell’atto di alzarsi il volo rendono perfettamente il livello di stupidità raggiunto dall’uomo: più il dispiego risulta essere altisonante più risulta essere l’esposizione della propria insulsa stupidità.

Poi, ma non per ultimi, i grandi ufficiali, questi esperti di guerra, questi petti costellati di medaglie, medagliette, stemmi, banderuole, fregi e altre pinzillacchere che stanno vivendo il loro momento di gloria mentre, con impareggiabile lucidità, quantificano i risultati possibili dell’avanzamento del nemico, la sostenibile durata dell’attacco e la dinamicità delle linee di difesa: le loro parole odorano di antica saggezza lontano un miglio mentre automaticamente accertano la perversa inutilità del loro ruolo.

Mentre scriviamo, ancora non si è deciso quale sarà l’ultimo atto di questa tragicommedia il cui copione è stato scritto da tempo immemorabile e tragicamente sempre uguale a sé stesso: io ti mostro il mio muscolo, tu prima lo valuti poi minacci di mostrarti il tuo. E giù botte. Poco conta se da entrambe le parti il dispendio di tale “muscolatura” risulta essere tanto oneroso da minacciare seriamente il già povero bilancio economico dei contendenti: per i poveri di spirito è la dimostrazione di forza ciò che veramente conta, particolarmente nel caso di carenza di intelletto.

In questa triste, misera e povera vicenda non risulteranno, comunque vada, vincitori e vinti e, statene certi, ci sarà comunque chi cercherà di trarre buon profitto di posizione comunque le cose vadano a finire e non si sarà, ancora una volta, imparato nulla.

Nessuno avrà definitivamente messo a fuoco la realtà riguardante l’isola felice dove solo io posso vivere, nessuno avrà messo in chiaro che solo in aperta comunità si riesce a vivere decentemente, nessuno avrà ascritto a punto fermo il fatto che non ci sono buoni e cattivi ma solo uomini diversi e nessuno dichiarerà risolutamente che dato che dopo la rissa si finisce inevitabilmente per stringersi la mano, tanto vale evitare la rissa, non fosse altro per la semplice ragione che la rissa non può durare ventiquattro ore e ricominciare il giorno dopo.

Ma continueremo ad armarci, il mio fucile sarà sempre un po’ più lungo del tuo, il mio aereo un po’ più veloce e la mia bomba un po’ più devastante. E la mia testa un po’ più vuota.

(Mauro Magnani)