Capitolo quinto

L’lp continuava a girare sul piatto e rilasciava nella stanza il suo fruscio, simile al debole ronzio di un insetto sopra il vetro della finestra. L’opale chiarore dell’alba, amplificata dalla nebbia che da quattro settimane gravava su Donegallo e sull’intera pianura, tutto rarefaceva e allontanava, e a fatica penetrava nell’oscurità della camera. Solo una fioca luce giallastra accanto al letto si spandeva sul pavimento. I muri, la porta, non si intravedevano nel buio profondo che ingoiava le cose e ne nascondeva i contorni come se fosse un buco nero dell’universo.

Il cumulo sul letto a malapena imitava le forme del corpo nascosto lì sotto; quella gibbosità pareva un soldato sepolto dall’esplosione che lo aveva ricoperto di terra, lasciandolo esamine e non più visibile ai compagni. Da sotto lo strato di coperte non fuoriuscivano respiri o gemiti e dalla strada non giungeva alcun rumore. La vita a Donegallo pareva essersi presa una pausa.

Un suono improvviso e lontano irruppe nella stanza ma attraversò l’aria oscura senza provocare alcuna reazione; trascorsero solo pochi secondi perché la suoneria squillò di nuovo e nessuno la fermò. Silenzio. La terza volta che ricominciò infine, qualcuno rispose. Dall’altra parte della porta chiusa, indistinguibile tra le tenebre, si udirono parole incomprensibili pronunciate con tono nervoso. Rumori attenuati iniziarono a spargersi nell’appartamento, ma non ebbero alcun effetto sul corpo immobile sotto il piumone. Infine, l’uscio si aprì e nel riquadro di luce opalescente, apparvero e svanirono due ombre claudicanti.

La testa scapigliata sbucò tra le coperte e il cuscino, gli occhi chiusi. Apparve un braccio, poi l’altro. Passarono altri minuti. Una mano sollevò il piumone e né uscì il pigiama con Vladimiro dentro. Si sedette sul bordo del materasso, in attesa del completo risveglio. Si alzò e si diresse in bagno. La luce lattiginosa del mattino, lo accecò. Quasi a tentoni aprì il rubinetto e tuffò il volto sotto l’acqua fredda; il contrasto con la pelle calda, lo rianimò del tutto. Vladimiro iniziò a compiere i soliti rituali in vista dell’uscita.

Doveva recarsi al cine-teatro Astoria per accendere il riscaldamento, ricordare a Vittorio di ordinare il gasolio, controllare che la sala fosse pulita, i bagni in ordine, cambiare una lampadina dello specchio e infine montare la pellicola da proiettare al primo spettacolo delle 14.30.

Attraversò la cucina e gettò un’occhiata alla camera di Greta. Il solito casino.
“Non c’è la può fare” pensò.
Scosse il capo e andò in bagno.

Sollevò il coperchio del cestino, per gettarvi dentro il cotton fioc, e allorché vide i due preservativi, sorrise e pensò: “Almeno è stata attenta. Chissà chi è sto tipo” e provò per la figlia una sensazione indefinita: dispiacere, perché la vedeva dibattersi tra un confuso presente e un incerto futuro, ma allo stesso tempo, da padre nutriva la speranza che un giorno avrebbe trovato anche lei la sua strada. Si ricordò che lei non gli aveva risposto a proposito dello psicologo.

Mentre si dirigeva in cucina gli parve di ricordare di non avere udito la sveglia di Greta e gli sorse il dubbio che forse dormiva ancora; poi vide le tazze nel lavabo. Aveva intuito della sua nuova frequentazione con un ragazzo, anche se lei, come ora e come sempre, non gli aveva confidato niente dei suoi rapporti “amorosi”.

Per ora i “fidanzatini” si erano limitati a due. Il primo era apparso un giorno a casa e per qualche mese arrivavano e partivano con un breve saluto come se fossero dei ladri e di cui Greta non gli disse mai nemmeno il cognome; “forse si chiamava Mauro”.

Con il secondo Vladimiro scambiò ancora meno parole ed era sparito ben presto anche lui, senza lasciare traccia apparente nella vita di lei.

Il cucchiaino mescolava lo zucchero nella tazzina e salì in lui, di nuovo, l’ansia che provava per il complicato rapporto con la figlia con la quale, dopo la separazione avvenuta cinque anni prima da Vanessa, non era più riuscito a ricostruire un rapporto sereno; e di questo, si sentiva responsabile.

Vedeva vagare Greta tra le due abitazioni incapace di scegliere quello in cui stare. Lui sapeva che accusava entrambi della sua inquietudine, irrequietezza e poca felicità; e l’ingresso nell’adolescenza, aveva scavato più a fondo il fossato e il rapporto si era incanalato sulle «montagne russe»; così diceva lei.

Un giorno ridevano e scherzavano, il mattino dopo Greta piangeva per ore, accusando il padre di essere la causa principale di quella sua vita da «monaca, migrante, nomade».

Per Greta lui era «bipolare, egoista, egocentrico, difficile, complicato». Usciva sbattendo la porta e andava dalla madre per qualche giorno, per poi riapparire come se non fosse successo niente.

Anche i rapporti con i suoi coetanei erano influenzati da quell’altalena di emozioni contrastanti. Per fortuna, la scelta di iscriversi alla locale sede distaccata dell’istituto artistico provinciale, senza peraltro che avesse mai dimostrato una passione e una capacità particolare per l’arte, dopo i primi due anni di quasi totale disinteresse verso la scuola e le conseguenti discussioni, i colloqui con gli insegnanti a cui lui non sapeva mai cosa rispondere per giustificare il poco impegno della figlia, le materie da recuperare durante i mesi estivi, stava iniziando a piacerle.

Quasi all’improvviso, un giorno, l’atteggiamento di Greta verso la scuola cambiò e i risultati positivi non tardarono ad arrivare.

Vladimiro, perso nei ricordi, a un tratto riebbe in mano la tazzina vuota. Rifece il letto, spense il giradischi, si ripropose di mettere in ordine tutte le copertine degli lp ascoltati nelle ultime settimane e uscì. L’appartamento ritornò silenzioso.

Ora solo la pallida luce esterna rischiarava l’interno della casa ma, anche lì era penetrata la lattiginosa umidità; i mobili, le sedie, gli oggetti, trasparivano e ondeggiavano come sospesi nell’aria rendendoli quasi immateriali, privi della loro intima essenza.

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