Imola. Massimo Solaroli, allenatore nazionale di basket che anni fa salvò l’Andrea Costa da una retrocessione quasi certa e ora è prof. di educazione fisica, ha un’altra grande passione: la storia, quella non ufficiale che spesso non entra nei libri per le scuole. Così ha scritto un volume su un personaggio del passato della “sua” Faenza, città natale. Il titolo è “Raffaele Raffaeli: le due vite del famigerato gerarca fascista”.

“La motivazione che mi ha spinto a questo progetto che sta per diventare un libro con editrice ‘La Mandragora’ – spiega Solaroli – è esclusivamente esistenziale, ovvero studiare come in ogni persona possano convivere il bene e il male, anche estremi, e una riflessione sul concetto di punizione e di giustizia. Non è assolutamente un libro revisionista, per quello che ha fatto durante il fascismo Raffaeli doveva essere fucilato con i suoi camerati, ma essendo scampato a quella fine nella sua seconda parte di vita ha fatto pure cose buone che ho raccolto grazie a una serie di interviste a suoi ex studenti e colleghi insegnanti”.

“Nato a Faenza nel 1922, diplomato maestro elementare all’Innocenzo da Imola, Raffaele Raffaeli giovanissimo sposa gli ideali del fascismo (il padre fece la marcia su Roma) – spiega Solaroli – e si arruola volontario nella milizia volontaria fascista. Combatte in Jugoslavia e in Russia, dove conosce l’orrore della  guerra e rimane ferito nella ritirata di fronte all’Armata Rossa. Per il congelamento, gli vengono amputate tre dita dei piedi e resta a lungo senza cibo”.

“Tornato a casa – continua Solaroli – dall’ottobre del 1943 all’ottobre 1944 compie, come segretario del partita fascista faentino e poi capo delle brigate nere, una serie di operazioni di rastrellamento, rappresaglia, tortura ed esecuzioni violente nel territorio faentino contro i partigiani. E’ protagonista pure di orrende operazioni mirate a eliminare qualsiasi forma di collaborazione da parte della popolazione che non sopportava più la dittatura e la dominazione fascista e cercava di dare una mano ai partigiani. Un comportamento da vero gerarca, assolutamente da condannare”.

Nel 1943, Benito Mussolini viene delegittimato dal re, ma poi viene liberato dai tedeschi. Dopo l’8 settembre del 1943, Raffaeli torna a Faenza e si distingue, da segretario del partito fascista, per circa un anno come uno dei fascisti più tremendi nel dar la caccia ai partigiani torturando ancora una volta tanti avversari politici e la popolazione che mal sopportava il regime.

“Nel maggio del ’45, fugge con la sua banda prima dell’arrivo degli Alleati – continua il prof. di educazione fisica – e fugge nel nord-Italia nella Repubblica sociale italiana combattendo e uccidendo in particolare a Vicenza e Novara. Forse è fra i responsabili della morte di don Giuseppe Rossi, per il quale è in corso una causa di beatificazione, perché il prete vedendo arrivare i fascisti fece suonare le campane della chiesa per far scappare i partigiani, che aiutava e proteggeva come tutti coloro che avevano bisogno”.

“Finita la guerra – sottolinea Solaroli – Raffaeli fugge in modo rocambolesco con la moglie incinta verso Roma e, protetto da ambienti ecclesiastici, riesce a costruirsi una nuova vita familiare e professionale cambiando nome, evitando una cattura che gli sarebbe stata fatale (sul suo capo pende una condanna a morte in contumacia del ‘46 che sarebbe stata giusta, ndr). La sua pena viene ridotta con il passare degli anni fino all’amnistia definitiva nel 1959″.

“Da qui, per il protagonista di gesta fino ad allora da condannare – racconta Solaroli – la sua vita cambia totalmente. Non solo può tornare al suo vero nome, ma da metà degli anni Cinquanta divenne professore di un liceo privato a Roma, l’Istituto Cristo Re dove insegna Filosofia e Latino fino alla fine dei suoi giorni; stimatissimo dai suoi allievi, punto di riferimento per generazioni di studenti, vive con loro non solamente durante l’orario scolastico, ma pure al pomeriggio aiutandoli nello studio di varie materie e diventando un esempio per parecchi di quei giovani un po’ sul modello del film ‘L’attimo fuggente’. Ne ho intervistati tanti e tutti si ricordano di lui come un professore capace e loro amico. Nell’inverno del 1981, si sente male, il suo medico lo visita e riscontra problemi di cuore dicendogli che deve operarsi subito. Raffaeli risponde che non può, prima deve preparare e portare i suoi studenti alla maturità e infine muore di infarto nel maggio del 1981”.

(Massimo Mongardi)