Con questo articolo inizia un’inchiesta su un fenomeno decisamente nuovo per la società italiana: la fuga dei lavoratori dalle aziende nelle quali operano. Nei prossimi giorni le testimonianze dei manager e dei lavoratori.

Non bastassero il caro-energia e le difficoltà nel reperimento di semiconduttori, le imprese italiane si stanno trovando a fronteggiare un’altra emergenza, improvvisa e poco preventivabile in queste dimensioni: stiamo parlando del notevole incremento fatto registrare dalle dimissioni volontarie a partire dal secondo trimestre 2021. In questo periodo, secondo gli ultimi dati del ministero del Lavoro, si è registrato un aumento delle dimissioni volontarie del 37% rispetto al trimestre precedente e dell’85% rispetto allo stesso trimestre del 2020.

I dati delle comunicazioni obbligatorie parlano di quasi mezzo milione di persone: 292 mila lavoratori e 191 mila lavoratrici. Tale aumento è solo in parte compensato da una riduzione dei licenziamenti economici, i quali, oltre al blocco in vigore fino a pochi mesi fa, scontano anche la presenza delle moratorie e del credito agevolato, cui molte imprese hanno fatto ricorso. Sono rimaste invece stabili le cessazioni per fine contratto, mentre sono cresciuti i licenziamenti disciplinari.

Come molte altre tendenze socio-economiche, il fenomeno è iniziato negli Stati Uniti, subito dopo la fase più acuta della pandemia. Dall’inizio del 2021 il numero di dipendenti dimissionari è salito di mese in mese, con un balzo da poco più di 3,5 milioni al mese a inizio 2020 a 4,4 milioni a settembre 2021.

Come spiegare questo fenomeno?

Un’indagine della Regione Lombardia segnala che l’aumento riguarda profili più facilmente spendibili sul mercato: si abbandonano posti che in questo momento offrono poca sicurezza per altri in fase di crescita. È una migrazione fisiologica, perché il mercato del lavoro sta tornando a dinamizzarsi dopo la fase pandemica: chi lascia il posto fisso lo fa per prospettive migliori, perché in pochi possono permettersi di stare a casa senza lavorare. Così, ad esempio, molti camerieri si sono ricollocati nei settori manufatturiero o logistico. Spesso si tratta di una fuga da posti finora tenuti in vita artificialmente dagli ammortizzatori sociali, per cercare nuove opportunità o, in casi meno frequenti, mettersi in proprio.

L’insicurezza del mercato del lavoro ha giocato indubbiamente un ruolo di primo piano: “Queste grandi dimissioni sono un fenomeno sistemico che è esploso oggi, ma era in preparazione già da diversi anni: il mondo del lavoro per come è stato tradizionalmente inteso e organizzato non risponde più alle necessità e ai desideri dei lavoratori attuali, soprattutto i più giovani. Fino a qualche anno fa si decideva di cedere sulla soddisfazione personale a favore della sicurezza: ora che anche quest’ultima non è più garantita, vale davvero la pena non provare a realizzarsi? È un vero e proprio capovolgimento di paradigma. Con la pandemia la gente ha cominciato a non accettare più una serie di condizioni a cui prima sottostava pensando di non avere altra scelta: oggi questa nuova scelta esiste e per tanti l’opzione migliore è ricominciare da capo”, spiega Claudia Barberis, consulente di personal branding.

Le aziende, a loro volta, in alcuni casi sembrano assecondare questo fenomeno, per sfoltire gli organici aggirando il blocco dei licenziamenti, e sostituendo chi se ne va con nuovo personale precario. Sul totale dei nuovi contratti avviati, infatti, l’80% è a termine o in somministrazione. È un “segnale preoccupante […], indice di incertezza e di un generale peggioramento delle condizioni di lavoro”, spiega Enzo Mesagna, segretario della Cisl Lombardia. “Il rischio, in una situazione del genere, è quello di una ripresa non in grado di creare occupazione di qualità”.

Una recente indagine di Aidp (Associazione italiana per la direzione del personale) su un campione di circa 600 aziende pare confermare quanto finora esposto. Il 60% delle aziende del campione è coinvolta dal fenomeno delle dimissioni volontarie: di queste, tre quarti sono state colte di sorpresa. La fascia d’età maggiormente coinvolta riguarda i giovani (26-35enni), pari al il 70% del campione, con un’anzianità aziendale inferiore a 5 anni (75%), soprattutto nelle mansioni impiegatizie (82%) e nelle regioni del Nord Italia (79%).

La ripresa del mercato del lavoro (48%), la ricerca di condizioni economiche più favorevoli in altre aziende (47%), l’aspirazione a un maggior equilibrio tra vita privata e lavorativa (41%) e la ricerca di maggiori opportunità di carriera (38%) sono le ragioni principali alla base della crescita esponenziale delle dimissioni. Per il 57% dei direttori del personale il fenomeno è la dimostrazione di quanto sta cambiando la percezione che le persone hanno del senso del lavoro e per il 30% di quanto, invece, stia cambiando il mercato del lavoro.

“Siamo stati colti di sorpresa nella maggior parte dei casi anche se dei segnali deboli dello sviluppo di questo fenomeno erano già ravvisabili – commenta Matilde Marandola, presidente nazionale di Aidp -. Il rispetto dei valori individuali, la qualità delle relazioni, il benessere sul posto di lavoro e una serie di aspetti aderenti alla propria motivazione e alle proprie aspirazioni sono diventati non solo importanti ma addirittura indispensabili. Il fattore scatenante, a mio avviso, è che le persone si sono interrogate rispetto al senso del proprio lavoro e in qualche caso della propria vita e, nella maggior parte dei casi, le risposte hanno indirizzato le persone al cambiamento. Come emerso dalla survey c’è una ripresa del mercato del lavoro e una riorganizzazione delle aziende e i giovani rappresentano gli attori più interessati».

Anche da questa indagine risulta che le aziende si stanno attrezzando per far fronte alla crescita repentina e inattesa di dimissioni soprattutto sostituendo i fuoriusciti con altri dipendenti con contratti a tempo indeterminato e determinato, ma con percentuali meno drammatiche rispetto alla precedente ricerca (55%), oppure riorganizzando i processi produttivi (25%).

Un’altra inchiesta di Ypulse sottolinea che in Europa Occidentale ben il 20% dei Millennials ha lasciato il proprio posto di lavoro nell’ultimo anno: anche qui, tra le cause vi sono sia la ricerca di migliori opportunità e paghe più alte, sia una maggiore attenzione alla tutela della propria salute mentale, sia l’aspirazione a un migliore equilibrio tra vita lavorativa ed extra-lavorativa.

I più giovani, più abituati ad essere flessibili e cambiare lavoro, costretti per anni a farlo in modo forzato, attraverso il mancato rinnovo di contratti a tempo determinato da sostituire con altri ugualmente a termine, ora passano da un posto all’altro da soli, e lo fanno anche una volta ottenuto il cosiddetto “posto fisso”, non più concepito come tale. Si è smesso di accettare ogni sacrificio pur di avere un riconoscimento che, spesso, neppure arriva.

La pandemia ha reso ancora più chiaro questo fatto, e in tanti hanno capito che la cosa migliore è darsi da fare da soli, cercando di meglio. Una maggiore consapevolezza che però deve ancora fare i conti, sul fronte dell’offerta, con un sistema imprenditoriale che dovrebbe a sua volta cogliere l’opportunità di diventare più produttivo, più attrattivo e più attento a non sottovalutare l’importanza delle risorse umane – o, per meglio dire, delle persone portatrici/detentrici di risorse.

(Mainardo Colberti)