Dopo un primo intervento sul tema della epidemia da “dimissioni volontarie” che vede coinvolte tante aziende (dedicato ai numeri del fenomeno) abbiamo chiesto un’opinione a chi vive il problema dalla parte della scrivania, il dirigente d’azienda (R.F che opera in un’importante società dell’area boolognese.)

Bologna. Tutto è cominciato, come spesso avviene negli Usa, dove in piena pandemia le aziende sono state colpite da un’ondata di dimissioni volontarie. Poi quel fenomeno ha fatto capolino anche da noi e abbiamo l’occasione di parlarne con dirigente di azienda bolognese che è rimasto sorpreso dagli eventi ed è impegnato in prima persona a capire cosa sta succedendo. Su queste colonne troverete noi prossimi giorni la testimonianza di chi ha lasciato volontariamente l’azienda nella quale lavorava da quasi una decade.

 

Partiamo dal concetto di crisi
“Le crisi – fossero politiche, sociali, economiche, ecc. – sono sempre state caratterizzate da lato aziendale da un calo dei fatturati, quindi dei posti di lavoro e dal lato della società da un aumento del costo della vita, da una crescita di disoccupazione.
I settori produttivi e le società, hanno vissuto diverse crisi nei corsi degli anni, e l’esperienza maturata ha permesso di mettere in atto azioni e meccanismi di difesa volti a ristabilire la situazione. In poche parole in un momento di crisi, gli attori coinvolti, fino ad oggi sapevamo a grandi linee “quello che occorreva fare” – a volte riuscendoci ed altre no – ma nella consapevolezza della situazione e degli strumenti da utilizzare.
Con la crisi pandemica che si è sommata alla successiva crisi delle materie prime, che a loro volta si sono sommate alla crisi del sistema logistico, ed ora, senza soluzione di continuità, alla crisi energetica, si sta delineando uno nuovo scenario dove tutti gli attori – aziende, lavoratori, nuclei famigliari, istituzioni, società in senso lato – si trovano ad improvvisare una recita, sulle tavole di un palcoscenico mai calcato, senza un copione.
Questa situazione, ove le responsabilità sono prettamente esterne alla gestione manageriale delle aziende – basti pensare al Covid e alle responsabilità politiche dietro la speculazione sul costo/approvvigionamento delle materie prime e dell’energia – banale a dirsi, “mette in crisi”, ossia ha effetti sicuramente esterni ma anche importanti effetti interni su tutti gli individui.”

Per essere più precisi…
“Le persone perdono i propri riferimenti e le proprie certezze; i momenti che scandivano la giornata e che per volere o per abitudine ci permettevano di affrontare il quotidiano mettendo in atto una serie di di strumenti atti alla gestione dei “fuori programma”, non esistono più.
Oggi il problema che tutti noi stiamo vivendo non è quello dell’affrontare e quindi gestire il ‘fuori programma’, ma è quello di gestire ed affrontare un programma del tutto nuovo per il quale non abbiamo la classica cassetta degli attrezzi frutto della  passata esperienza.
Brutto rendersi conto che quando ci credevamo ‘liberi’ eravamo solo liberi di muoverci all’interno di esperienze consolidate che – anche se  non idilliache – erano le nostre esperienze e quindi erano da noi gestibili. Poi questo grande cambiamento!
Improvvisamente non c’è più esperienza pregressa o  iniziative consolidate da attuare per ricercare la vecchia normalità.”

Cosa può generare una situazione simile?
“E’ veramente assurdo pensare che, tutti noi, pur figli dei medesimi valori legati alla famiglia, alla cultura, alla religione, stiamo costruendo una diversa gerarchia di questi principi? Avere vissuto direttamente o indirettamente avuto  la pandemia, aver direttamente o indirettamente vissuto l’esperienza della quarantena (con il rapido passaggio dal percepito di vacanza al percepito di prigionia), aver direttamente o indirettamente vissuto l’impossibilità di visitare i propri cari ricoverati in ospedali o case di riposo, aver dovuto riprogrammare la giornata per seguire figli in didattica a distanza o l’aver dovuto ricorrere a badanti o baby-sitter per gestire genitori anziani o figli piccoli perché la pandemia rendeva impossibile l’accesso alle strutture pubbliche, aver dovuto fare i conti con la propria percezione di professionalità e competenza venuta meno nel momento in cui il lavoro dagli uffici si è spostato a casa e molti si sono dovuti reinventare in esperti digitali, scoprendo che non lo erano…”.

Tutto questo può avere modificato la nostra percezione dei valori, delle priorità?
“A questa domanda io rispondo sì, e questo è comprovato da molte ricerche che mostrano negli ultimi mesi l’acuirsi di fenomeni sociali un tempo solo latenti. Li voglio mettere in fila: la carriera lavorativa diventa meno importante; le maggiori responsabilità lavorative non sono ritenute compensate dal miglioramento remunerativo; il bilanciamento lavoro-famiglia assume un’altra importanza; la consapevolezza della propria aleatorietà professionale con una tecnologia digitale che aumenta la separazione tra lavoratori anziani e lavoratori giovani; scoprire che gli incrementi retributivi ottenuti dopo tanti anni di lavoro, e destinati ad unvita più serena, sono ora destinati al pagamento del le rette di badanti, baby sitter, corsi di recupero scolastici per i figli, ecc.; una maggior incertezza sul futuro sempre meno prevedibile visto i cambiamenti repentini degli ultimi anni. Tutte queste situazioni inevitabilmente, anche senza rendercene conto, cambiano il nostro senso delle cose e conseguentemente cambiano il valore che attribuiamo alle stesse.”

In questa percezione di cambiamenti importanti, le aziende, i sindacati, il mondo del lavoro nel suo complesso si trovano obbligati ad interrogarsi sulle relazioni da instaurare con i dipendenti.
“Come incentivarli? Come trattenerli in azienda quando carriera, retribuzione, ecc. diventano strumenti secondari? Che ruolo e che potere può avere il welfare aziendale quando in crisi è l’intero welfare istituzionale a partire dagli ospedali? Sono domande che evidenziano la necessità di ricercare un nuovo terreno di dialogo che sia più attinente alla nuova realtà. Questo è quanto sembra stia accadendo sul fronte aziendale e di chi fortunatamente ha un lavoro; ma cosa accade nel mondo dei giovani e quindi dei ragazzi in cerca di occupazione? Inutile dire che anche la modalità con cui i ragazzi si affacciano al mondo del lavoro risultano influenzate dalla nuova situazione.
I giovani sono abituati ad una presenza costante su diverse tipologie di social; i loro interessi, i loro hobbies, le notizie inerenti alla loro vita personale sono pubbliche.
Questo forse giustifica un trend che si sta rilevando nella redazione dei CV inviati alle aziende o nei colloqui di lavoro: le informazioni una volta ‘di rito’ quali età, hobbies, corso di laurea, specializzazioni, l’essere automunito, ecc. quando non sono omesse hanno una narrazione molto stringata, frettolosa, quasi ritenuta superflua.
D’altronde, come dicevo, sono informazioni normalmente pubbliche e quindi i ragazzi potrebbero ritenerle non necessarie di approfondimento; le aziende devono rendersi conto di questo e quindi non affrettare giudizi di superficialità sull’intervistato.
Altra cosa da considerare è che la pandemia e con essa l’uso dei collegamenti on-line ha reso molto più facile e meno formale la prassi del colloquio di lavoro. Una prassi sicuramente datata, come la lettura dei CV, ma che fino ad oggi costituisce uno degli strumenti cardine per la selezione del personale.
Un tempo, quando l’azienda fissava l’appuntamento per il colloquio, per i ragazzi l’incontro aveva in sé il valore della “occasione della vita”, il valore della possibilità di iniziare un percorso di indipendenza finanziaria e quindi di autonomia dalla propria famiglia. Era quindi un momento che richiedeva la giusta preparazione, anche solo si trattasse di una pianificazione del modo con cui raggiungere nell’orario stabilito la sede del colloquio.”

Tutto questo è cambiato?
“Si. Oggi, on-line nella tranquillità della propria camera, un ragazzo può sostenere decine di colloqui al giorno indipendentemente da dove abita e da dove è situata l’azienda. Sicuramente una maggior possibilità per l’incontro tra domanda e offerta ma è inevitabile che questa facilità induce ad abbassare l’attenzione sia da parte dell’azienda che da parte del ragazzo. Il colloquio di lavoro diventa ‘uno dei tanti tentativi’ non un evento importante della propria vita.
Per non parlare dell’outfit, l’essere dietro uno schermo e l’essere impegnato in uno dei tanti colloqui, non spinge il ragazzo, come un tempo, a voler trasmettere con il proprio abbigliamento e con la cura della propria persona un messaggio di maturità, di serietà e professionalità. Non esiste più una relazione diretta tra azienda e ragazzo, ma una relazione intermediata da un monitor. La famosa ‘prima impressione’ è oramai fuori moda.
A questo si aggiunge una eccessiva tendenza delle aziende nel ricercare nel candidato e quindi valorizzare le tanto acclamate ‘soft skills’.
Ecco quindi che una un ragazzo riservato o poco sfrontato che un tempo l’azienda avrebbe letto come educato o al peggio timido, sia oggi probabilmente percepito come debole caratterialmente e quindi incapace di gestire i conflitti; oppure può succedere che un ragazzo che abbia diverse esperienze lavorative o che si è dedicato a diversi sport, un tempo percepito dall’azienda come come scostante, difficilmente fidelizzabile, ecc. oggi probabilmente sarebbe letto come individuo con alte capacità di adattamento, polivalente e quindi con buona apertura mentale.
Come dicevo la crisi e la pandemia sta contribuendo ad una nuova lettura della realtà e di noi stessi; aziende, lavoratori, ragazzi, ecc. sono chiamati ad affrontare la vita con una scala di valori che, pur restando a grandi linee i medesimi di sempre, hanno sicuramente assunto un peso, una priorità diversa e spesso una lettura e quindi significato diverso.
Per le aziende e per le risorse umane diventa quindi importante comprendere come è cambiato il contesto in cui viviamo ma ancor più importante comprendere come siamo cambiati noi.”

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(a cura di m.z.)