La guerra in Ucraina è un qualcosa che ci colpisce tutti. Siamo sommersi da immagini, parole, analisi socio politiche. Ma tutto questo non esprime il disagio che ognuno vive dentro di sè. La stessa cosa è capitata da due anni a questa parte con la pandemia. In tanti parlavano, ma nessuno era in grado di raccontare ciò che ognuno avvertiva nel proprio intimo.
Noi ci provammo inventandoci #ioracconto, che ha raccolto tantissimi contributi di persone, lettori, che raccontavano le loro paure, le loro angosce, la loro vita in questi due anni maledetti.
Ora vi chiediamo di fare la stessa cosa con la guerra in Ucraina. Raccontateci ciò che vivete dentro. 

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… vediamo se ho preso tutto: uova, latte, burro, l’olio che è in offerta, brodo di verdura, una rete di arance e tre belle mele verdi. Mi sembra ci sia tutto a parte il dentifricio e il collutorio (quello con l’etichetta rossa se no son guai) e i ricambi per lo spazzolino elettrico. Eppure mi sembra che manchi qualcosa. Mah!

Alla cassa veloce ci sono posti liberi: bene, così mi sbrigo in fretta. Perché poi in fretta visto che non ho nulla da fare per tutto il resto della giornata a parte terminare di leggere l’ultimo di Marìas che come al solito non mi fa star bene finché non lo termino. Ho ancora la sensazione che mi manchi qualcosa. Passo i pezzi sul lettore e per una volta tutto sembra andare bene. Ecco la carta di credito, seleziono il metodo di pagamento e digito il codice. Transazione corretta. Mentre ripongo la spesa nella borsa ho ancora la precisa sensazione di essermi dimenticato qualcosa. Eppure …

Passo il codice a barre sul lettore che mi autorizza l’uscita dal supermercato e mi incammino verso il parcheggio. Non c’è tanta gente oggi in giro e anche i tavolini del bar sono quasi tutti vuoti. I saldi di fine stagione invadono le vetrine dei negozi e promettono acquisti a prezzi incredibili. Un gruppo di ragazzi mi sfreccia accanto e quasi di corsa si allontana. Ah! Però: mica male quel paio di scarpe bianche con solo una riga (discreta) rossa. Sessantasette euro grazie allo sconto. Ci faccio un pensiero. Non è che dovevo comprare un paio di scarpe? No, è che continuo a pensare a cosa posso aver dimenticato. Ne sono quasi certo: nella mia povera testa c’è qualcosa che non funziona più e mi lascia buchi vuoti. E va beh, tornerò nel pomeriggio.

Questo pensiero fisso circa la dimenticanza mi fa star male e ho come un senso di insolvenza, di mancanza. Ecco l’auto: con i primi soli in anticipo sulla primavera, una volta dentro mi crogiolo in un bel tepore. Resto fermo e mi guardo attorno: altre persone conducono carrelli o reggono grandi sporte di cibo o altri beni per il loro fabbisogno: sembriamo tante piccole formiche con destinazione formicaio privato. Ognuno per sé anche se tutti compiamo le stesse azioni, tutti con il soprabito di colore diverso ma ognuno per la propria strada e la strada verrà percorsa dentro un’auto diversa dalle altre, di colore diverso. Ognuno con destinazione diversa ma la stessa per tutti. Siamo quasi buffi. Senza quasi.

Guerra (Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Mentre rimugino e osservo non ho ancora inserito la chiave per l’avvio del motore e neppure mi sono assicurato al sedile con la cintura di sicurezza. E’ perché sto ancora interrogando il mio inconscio circa quello che, oramai ne sono certo, ho dimenticato. E’ come un malessere che ti prende dentro, come un vuoto, un’assenza tangibile che potrebbe sembrare un languore ma non lo è. Sono dentro la mia auto quasi nuova, grigio perla, avvolto da un piacevolissimo tepore, la borsa della spesa nel bagagliaio, sono in orario perfetto per tornare a casa per pranzo e non sto bene. Si, non sto bene. E più ci penso, più rimugino più questo sentore di mancanza prende forza, mi inibisce il normale svolgimento della mia giornata sempre così ordinata, prevedibile. Già. Ordinata e prevedibile: riassumendo “normale”.

Non posso continuare a mentire a me stesso. Non è possibile persistere nel cercare qualcosa al di fuori di me che manca. Che mi manca. Non è qualcosa fuori di me: è qualcosa dentro di me. E’ qualcosa che non dovrei e non vorrei avere ma, molto più forte di me, mi sovrasta, mi opprime, mi accerchia.

Mi appoggio allo schienale del sedile in cerca di riposo e di conforto, ma non posso mentire a me stesso. Non è possibile. Fuori da questa mia auto tiepida di sole, di un bel grigio perla, oltre questo parcheggio con tanto di righe e di siepi divisorie, oltre le mura e le insegne di questo grande supermercato pieno di tutto e anche di più, oltre i limiti di questa mia città che mi ha visto crescere, che ha visto crescere mia figlia, la ragione della mia vita, oltre le terre della mia regione e oltre i confini di quella distesa di terre e acqua che viene chiamata stato, in fin dei conti non troppo lontano da qui e se fosse ancor più lontano sarebbe la stessa cosa, ci sono milioni di persone che non possono liberamente parcheggiare la propria auto e poco conta se non è grigio perla, che non possono entrare in un grande supermercato, girare tra i banchi ben forniti di merci di ogni specie e colore, solo nei loro sogni riescono a riempire il carrello e a destreggiarsi con disinvoltura con la carta di credito, quel pezzetto di plastica colorata che ci fa diversi e non possono tornare verso la loro casa, i propri cari, i propri figli, i genitori anziani, il loro cane che sdraiato sulle pietre d’ingresso finge un’inutile guardia in attesa di premio.

Nella loro terra si spara, si lanciano bombe, razzi, missili e la loro casa non c’è più. Non c’è più nulla di tutto ciò che ritenevano loro, di proprietà o di diritto. Non c’è più nulla. Quando ti manca la libertà non hai più nulla. Quasi non sapevi di che grande dono potevi disporre e solo ora, che ti manca, ne assapori l’amaro sapore della sua assenza. Un amaro ti prende alla gola e ti ritrovi privo di forze, di colori, di profumi. Di vita. Poco conta chi o cosa abbia causato tutto questo: sarà stato il pazzo di turno, pazzo come ce ne sono stati tanti e come tanti ce ne saranno ancora, pazzi con la loro personalissima verità, una verità alla quale credono solo loro, ciechi e sordi immersi nella loro verità. E ancora bombe, granate, missili, razzi: la morte e la distruzione sono ricchissime di molteplici terminologie che si possono riassumere in poche solitarie parole: la morte dell’altro. Immancabile, il frinire delle cicale si fa più intenso, cresce a dismisura, diviene ossessivo, imperante, devastante: il canto dell’inutile dopo il crimine commesso.

Resta, come ora lo sono io, ben chiuso nella tua auto (anche se non è grigio perla), con la spesa ben custodita e protetta nel bagagliaio, con la tua casa sicura che ti aspetta, con i tuoi cari in attesa, con i tuoi piccoli che ti riempiono la vita. Con i sorrisi, i lazzi, i silenzi e i rumori che tanto ami.

Finché là si muore di guerra ti mancherà sempre qualcosa. E non serve chiudere la porta.

(Mauro Magnani)