L’ 8 marzo cade quest’anno in un contesto che in pochi giorni ci ha proiettato da un’emergenza (non ancora conclusa) a un’altra. Da un’epidemia senza precedenti che ci ha messi a dura prova, a una guerra europea, una guerra vera, dove risuonano le detonazioni di armi vere. “Non c’è pace” si direbbe, commentando con un luogo comune. Infatti non c’è.

Giornata di lotta o festa celebrativa? Non amo molto le celebrazioni perché sconfinano quasi sempre in una retorica volatile, soprattutto in occasione di ricorrenze evocative. Se la memoria ha ancora qualcosa da dirci ( io credo di sì per sua stessa natura), preferisco la giornata di lotta. Del resto l’origine dell’8 marzo è questa. E se le donne oggi hanno ancora parecchia strada da percorrere per superare il gender gap e vedere affermato il diritto all’autodeterminazione, di lì dobbiamo attingere e prendere forza. Quando il passato ci parla abbiamo ancora qualcosa da fare, da analizzare, da guardare nel contemporaneo per riuscire ad andare oltre. E’ attenzione alla vita e responsabilità di presenza.

New York: lavoratrici in lotta 1857

All’origine della giornata internazionale della donna ci sono due episodi: 8 marzo 1857, le lavoratrici tessili invasero le strade di New York per far conoscere le loro richieste; 8 marzo 1917: le lavoratrici di Pietrogrado in rivolta, gettano le basi per il rovesciamento del regime zarista. Una data karmica che sarà definitivamente assunta in tutto il mondo a riferimento simbolico delle lotte femminili. Lotte con obiettivi comuni. Echeggiavano allora da un Paese all’altro fra quelli più industrializzati, condivisi oggi nel mondo globale, sempre più piccolo, della rete interconnessa.

In questo frangente di venti di guerra in cui un nuovo Zar attacca un altro Paese con le armi, ci mobilitiamo ancora una volta per la pace. Un impegno che ci ha viste sempre protagoniste perché è nella pace che la cultura e il pensiero delle donne esprimono il loro soffio vitale e creativo.

In questi giorni proprio le femministe russe hanno diffuso un appello contro la guerra scatenata dal loro Paese. “Guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. Tutto ciò è inconciliabile con i valori e gli obiettivi essenziali del movimento femminista. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale: come dimostra la storia, durante la guerra il rischio di essere violentata aumenta di molto per qualsiasi donna. Per questi e molti altri motivi, le femministe russe e coloro che condividono i valori femministi devono prendere una posizione forte contro questa guerra scatenata dalla leadership del nostro paese.”

Fatti ampiamente confermati nel corso della Storia.

Pietrogrado 1917: lavoratrici tessili

 

L’altro giorno un collega molto più giovane di me mi ha chiesto con scherzosa provocazione che cosa pensassi del fatto che le donne ucraine, a differenza degli uomini, non sono state obbligate a rimanere nel loro Paese per combattere. La sottile allusione alla parità è chiara. Ho risposto che in tempi di guerra, le donne preservano la vita, si occupano dei bambini e di chi ha bisogno di cura, funzione fondamentale per sperare in un futuro. Ha tagliato corto sorridendo facendomi capire, con un pizzico di ironia, che riteneva la risposta scontata, quasi banale. In realtà quella domanda è più significativa di quanto lui stesso abbia pensato. Ha rivelato una visione e una difficoltà insieme, aprendo a una riflessione utile: le situazioni di guerra ripropongono con violenza schemi sessisti. Ma sorgono un paio di interrogativi. Nella disparità evidenziata dal collega emerge un genere che in tempo di guerra si sacrifica più dell’altro? Le risposte sono nell’appello molto chiaro, e condivisibile, delle femministe russe. E se le donne combattessero a fianco degli uomini con le armi, avremmo raggiunto la parità? Non lo credo: si finirebbe per negare una identità e la sua visione vanificando ogni speranza di futuro a favore di un modello tutto maschile fondato esclusivamente sulla forza che genera morte. Le guerre sono sempre state scatenate dagli uomini a danno dei loro simili.

Parità di genere

Parità o spazi di parità?

Il punto è proprio questo: le disuguaglianze di genere si eliminano realizzando una parità che assume un modello maschile dato? Più esplicitamente: si eliminano ottenendo più spazio nell’ambito di un sistema fondato sulla cultura patriarcale? La risposta affermativa è, come tale, illusoria e contraddittoria. Se è questa che produce disuguaglianza in quanto strutturata su stereotipi sessisti che sanciscono il potere di un genere sull’altro, come si può realizzare la parità senza sovvertirne il modello? Parità non significa omologazione, bensì convivenza di differenze di genere/i le cui soggettività sono riconosciute come ugualmente titolari di cittadinanza, dignità e diritti. In altre parole si intende un sistema sociale, politico, economico dove vige la libertà di scelta e il diritto di autodeterminazione individuale, fondato su una cultura condivisa che lo prevede e lo sostiene. Un significato ben più radicale che non si limita alla conquista di “spazi di parità”. Si può estendere la presenza delle donne nello spazio pubblico vantando  un incremento di modernità. Il conflitto diviene più gestibile e aumenta la soddisfazione di chi ha le condizioni per farcela. Ma non garantisce a tutte le stesse opportunità di perseguire le proprie aspirazioni senza dover fare i conti con scelte obbligate e con le difficoltà dovute a una mentalità preclusiva e all’azione di stereotipi sessisti. Non cambia davvero la condizione delle donne perché il sistema continua a funzionare sui meccanismi che la producono. Il fatto che il lavoro di cura gravi in grandissima parte sulle donne è un ostacolo enorme. E’ la causa di molte rinunce e di marginalità visto che non è riconosciuto a livello normativo né economico. Eppure esso rappresenta una ricchezza gigantesca per la qualità della vita, delle relazioni sociali e per l’economia. A quello svolto in ambito domestico non è attribuito valore materiale né in termini di retribuzione né in termini di tempo. Se svolto nel settore dei servizi dove l’occupazione femminile è prevalente, è compensato con stipendi irrisori rispetto alla natura logorante del lavoro.

Promuovere le donne non basta

L’ingresso delle donne con ruoli anche importanti in settori fino a qualche tempo fa a loro preclusi, è stato indicato giustamente come un segnale di progresso, incontrando il compiacimento di molti uomini. Realizzare e garantire la parità di genere tuttavia implica mettere mano all’organizzazione delle città e degli spazi urbani, all’organizzazione dei servizi, del lavoro e dei tempi. Implica eliminare ogni forma di violenza, orientare la ricerca e la medicina a un’ottica di genere che assuma parametri differenti di misurazione della salute, riconoscere il diritto all’autodeterminazione anche nella procreazione. Implica assumere un linguaggio e un modo di comunicare in grado di raccontare una società composta di più generi.

Donne in corteo, anni ’70

Da sempre le storie individuali e la storia collettiva delle donne (a lungo lasciate ai margini della conoscenza)  sono state il terreno di evoluzione di un pensiero che esprime una visione diversa della vita, della società, del lavoro. Una risorsa di grande potenziale innovativo. La cultura della cura è l’esempio più lampante di come si possa aspirare a una società più umana. Dove le donne occupano posti di potere nella finanza come nella guida di Governi la differenza è tangibile, rintracciabile nei dati di Istituti internazionali di ricerca e statistica autorevoli.

Il mondo femminile è plurale. Si può accedere a ruoli assumendo un modello maschile. E’ una scelta legittima. Ma per raggiungere una parità reale servono pari opportunità effettive. Serve una ridistribuzione dei poteri e delle responsabilità fra uomini e donne. Diversamente la parità è una concessione e, come tale, conferma il potere prevalente di un sesso sull’altro e dei suoi privilegi a fronte di una limitazione dei diritti. Se orientare le ragazze a percorsi tecnico-scientifici, non corrisponde a un orientamento dei ragazzi verso percorsi umanistici e di cura, non può realizzarsi un sistema paritario. Così come senza una redistribuzione reale del lavoro di cura e della responsabilità genitoriali. Per questo sostenere la promozione delle donne in ruoli di responsabilità finisce per essere da parte degli uomini un’azione demagogica e di superficie con un potenziale minimo e non risolutivo al fine di superare il gender gap, ancora prevalente. Il superamento della cultura patriarcale, vera responsabile della disuguaglianza fra i generi, implica l’elaborazione di una critica anche da parte degli uomini e la rinuncia ad ampi spazi di potere nel privato, nella società e in ogni sede decisionale.

 

(Virna Gioiellieri)