Bologna. Antifascismo è una definizione in positivo: essere antifascisti significa comprendere e sostenere il valore fondante della nostra Repubblica e del federalismo europeo. È la radice da cui si diramano gli articoli della prima parte della nostra costituzione, e l’indicazione base per la loro progressiva attuazione.

A questa considerazione positiva dell’antifascismo come fondamento comune della nostra democrazia per troppo tempo e ancora oggi la destra sovranista nei fatti si oppone, cercando di confinare l’antifascismo come evento superato dagli anni e come  fenomeno archiviato che non si può ripetere. Sappiamo che non è così: per i numerosi episodi di affermazione elettorale di forze nazionaliste e razziste, per le violenze antisemite, per l’esistenza attiva di gruppi che al fascismo e al nazismo si richiamano per pratiche e ideologia.

La lotta tra democrazia e dittatura è purtroppo molto attuale nel mondo, come dimostra da ultima l’invasione della Ucraina da parte della Russia di Putin. La lotta per la libertà, per i diritti umani, per i diritti civili e sociali è una lotta di liberazione che oggi vede l’Europa in prima fila contro chi nega la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina e chi nel mondo attua una politica di repressione delle minoranze e della dignità umana. È una lotta per mantenere la memoria e la ricerca storica, e di promuovere una didattica della storia della resistenza, dell’antifascismo e della storia contemporanea che continuano invece ad essere ignorate dai nostri programmi scolastici. Sappiamo che ci sono fenomeni estesi di analfabetismo di ritorno nella popolazione adulta e che l’istruzione adeguata è ancora un traguardo da raggiungere. Ma se la nostra educazione civica è trattata non come materia specifica imperniata sulla conoscenza della Costituzione, ma è una specie di ora alternativa per un massimo di trenta ore annue, con innumerevoli ambiti di temi possibili, e con insegnanti non dedicati, ma presi in prestito da altri insegnamenti, come pensiamo di fare fronte anche con la scuola alla caduta di senso civico consapevole, all’individualismo egoista e indifferente? Diffondere cultura e tornare alla battaglia culturale e politica significa affermare che se siamo antifascisti non possiamo essere nazionalisti, come insegna la storia europea con le guerre subite. Il nazionalismo è l’anticamera dell’autoritarismo, è la condizione necessaria per l’affermazione delle dittature. Sentiamo parlare con rapida mossa inversa da parte della destra italiana di Nazione Europea. L’Europa che le destre combattono è l’Europa federale e unità perché dotata poteri sovranazionali. Non vogliamo una confederazione di Nazioni, ma una federazione. In queste ore che la tragica guerra in Ucraina ha visto una nuova capacità di reazione e di decisioni dell’Europa unita. Questo varco va tenuto aperto e ampliato con scelte efficaci nel breve e medio termine, ma con la prospettiva dell’unità politica sovranazionale affidata alla commissione e al parlamento europeo. Oggi di nuovo si manifesta per la pace, ci sono state forti manifestazioni di partecipazione. E’ chiaro da tempo, ma non siamo riusciti a trarne azioni conseguenti, che l’Europa va costruita anche dal basso, dalle città, dalle associazioni, dai partiti. Oggi il tema di come radicare l’europeismo federale in un campo largo di forze è un tema da non più rinviare. Può essere l’antifascismo una base culturale per questo lavoro politico? Credo di sì, può essere una base necessaria, fondante. Ma non sufficiente, se non accompagniamo il valore della libertà e della democrazia e della pace al valore della giustizia, della solidarietà e della uguaglianza.

Stare tra le persone più deboli o escluse, non lasciare solo chi ha bisogno di lavoro e di assistenza. La destra alimenta rabbia e rancore, non dà soluzioni ma addita nemici. Ai democratici spetta il compito di dare una alternativa alla solitudine e di fare sentire le persone far parte di un noi, di una speranza, di una risposta collettiva.

 

Virginio Merola è il Presidente dell’ Istituto Parri di Bologna