Il mondo sembra diventato un posto complicato la cui evoluzione è imprevedibile, qualcuno ha ingannato lasciando credere che se ne conosca la direzione di marcia o la ricetta giusta per guidarlo, ma è durato poco, così si è dissolta la certezza di “esportare democrazia” nella ragion politica che mirava al consenso, ed illusoria si è rivelata la facile retorica che avrebbe dovuto vedere gli oppressi (liberati) avvinghiati come l’edera alle loro istituzioni nazionali.

Meglio sarebbe stato fin da subito riconoscere la limitatezza delle conoscenze altrui e di fare in concreto quel poco che si sapeva in saggezza, tutto questo per gran colpa della “passività” dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) che avrebbe dovuto garantire gli interessi degli Stati con interventi diretti, fino al limite estremo di invio di truppe internazionali in caso di conflitti. Un vuoto questo parzialmente colmato dalle Organizzazioni non governative (Ong) che però sono da sempre finalizzate a obiettivi umanitari e operano su base volontaria.

Per qualcuno che ne capisce si è smesso di “pensare in grande” sulla speranza di organizzare un governo mondiale per prevenire le guerre, una utopia (forse) troppo buonista che non ha retto al trend seguito nei decenni dalle nostre società che, persa la fiducia di poter realmente incidere (in modo positivo) sugli eventi pubblici, hanno delegato “altri” che hanno fallito la politica che sarebbe invece servita, agendo in modo sempre più “localistico” in un mondo sempre più “globalizzato”. Il compito di chi voleva vincere non solo la violenza ma anche l’ingiustizia è perciò mancato, perché una pace giusta non è mai stata solo quella passata da un conflitto ma in tanti casi anche grazie alla “solitudine” che ha messo in crisi l’aggressore, con forme di solidarietà tra “vicini” uniti dalla paura, mentre troppo spesso si è seguita la strada opposta reagendo alle violenze con la violenza.

Non si tratta di decidere se il miglior modo di tutelare la sicurezza del territorio sia quello di fare concessioni, di pretenderle, o peggio ancora di fare una guerra così che nessuno si azzarderà a sparare razzi o a far piovere bombe; quel che latita drammaticamente è il sentimento opposto all’orgoglio che tante persone hanno nel vedere un proprio soldato in assetto di guerra, inconsapevoli di ciò che lo aspetta nell’attraversare il peggior periodo della sua vita, fatto tanto dei giorni della preoccupazione nella vittoria (come nella sconfitta) quanto di quelli della vergogna etica e morale per aver tradito la generazione di quelli di “prima” e di quelli del “dopo” facendo la guerra anziché la pace, così da evitare che altri come lui andassero ad ammazzare e a farsi ammazzare.

Ecco perciò il perché la guerra con (o senza) toni epici sta bene solo sui libri di storia, come modello Omero e l’Iliade o a descrizione di lame scintillanti in brutali battaglie senza cercare tutto il bene in una parte e il male nell’altra di trame di uomini che ammazzano uomini, ciò che invece serve alla gente è la pace; pace utile non solo a uscire dalle banalità, come ad esempio dal quella del circuito lavoro/guadagno/felicità ovvero a studiare che poi lavori, lavora che poi guadagni, guadagna che sei felice, ma soprattutto pace che serve a donne e uomini per aggregare altra gente che (come loro) credono nella possibilità di costruire un mondo migliore, fatto si di persone brave ma che siano soprattutto brave persone.

Cambio di passo “cercasi” perciò da parte dei movimenti della gente (pacifisti compresi), che nel passato hanno scosso coscienze, che potranno così far uscire la pace dal vicolo cieco in cui è finita, ma solo se leggeranno con attenzione le metamorfosi belliche rispetto alle guerre del passato; oggi infatti in una moltitudine di fasi tanti nodi irrisolti (e irrisolvibili) sono giunti al pettine per “procura”, sia perché i responsabili delle potenze sanno bene che non possono (più) combattersi frontalmente, sia perché sanno altrettanto bene che non sono in grado di fornire soluzioni di pace.

Per questo sempre più spesso si fa la guerra senza dichiararla, in ambiguità, creando confusione anche dal punto di vista del diritto internazionale e coi governi preda della sfiducia che i propri soldati possano realmente mutare uno scenario. A conferma di ciò basta guardare i conflitti di questo inizio di millennio, dove nessuno ha prodotto stabilità (e pace) e dove a gongolare è solo l’industria delle armi.

(Giuseppe Vassura)