Tanti interrogativi ma nessuna certezza a confermare una regola non scritta dello sport ossia che (quasi) sempre è poi l’atleta migliore a primeggiare, “nell’individuale” (atletica, tennis, pugilato, sci, ecc.) come in quello “di squadra” (calcio, basket, rugby, ecc.) dove chi sarà più “completo” avrà la meglio.

Il Gran Premio di Imola 2020 (Photo Niko)

Nel settore delle competizioni motoristiche a due e quattro ruote invece non è più così da almeno un decennio complice il rilevante avvento dell’elettronica e delle tecnologie avanzate che hanno messo all’angolo, sottopesandolo ovvero quel che in gergo si chiama “il manico” ovvero l’extraperformance dell’atleta, in questo caso del pilota, la cui adrenalina che serve a “dar gas” alla prestazione, un valore aggiunto a volte determinante per vincere.

Dalla progettazione alla costruzione di scocche e motori di auto e moto da corsa, l’intelligenza artificiale “parametra” ogni singolo componente meccanico che è elaborato elettronicamente ed assemblato in condivisione con tutto il resto, un regime sensoriale gestito da “remoto” ossia a tavolino influisce così su tattica di gara modulando assetti, aerodinamica, trazione, ecc.. E’ ciò che serve al pilota vincente di oggi e non più solo essere il più talentuoso in pista o avere l’istinto innato nel cogliere in una frazione di secondo l’attimo di gara opportuno per variare a suo vantaggio tecnica di guida o tattica di gara, o almeno non più da solo, perché tanto in pista a poche centinaia di metri quanto in una sede direzionale a migliaia di chilometri, un “remoto” lo può obbligare a far altro, come ad esempio “spremere” ancor di più la sua Yamaha M1 da 240 cv a oltre 300 km/h. oppure di “mantenere la posizione” alla guida della Ferrari F1-75. E negli anni non a tutti questo forzato trend è piaciuto.

Caso emblematico quello del pilota Mercedes Nico Rosberg, figlio (d’arte) di Kake Rosberg “mondiale” in F1 con la Williams nel 1982, che si ritirò appena trentenne dopo un decennio di gare (206), 23 Gp vinti e 57 podi, al termine della stagione (2016) del suo titolo iridato, inaspettatamente e fra lo stupore di tutti. A botta calda si lasciò scappare “che non ne valeva più la pena”, che volle dire tutto o niente, ma non per gli addetti ai box più “vicini” a lui e da sempre allergici all’overdose di tecno-mania che ha storpiato tanto del lavoro di squadra dei team, questo soprattutto perché da troppo tempo il “capitale umano” non gestisce più la gara dal muretto perchè la si decide solo da ovattati uffici direzionali dove i tatticismi prevaricano la tecnica e il talento e le simulazioni la fanno da padrone.

Tante perciò le nubi all’orizzonte alla (ri) partenza delle competizioni motoristiche 2022 ricordando ciò che è successo la passata stagione nell’anno del ritiro di Valentino Rossi, che per ben 9 volte è stato il miglio pilota del ranking dall’alto delle sue 115 vittorie e 65 pole position; il titolo 2020/2021 nella classe MotoGp è andato per la prima volta a un francese, Fabio Quartararo su Yamaha, magra consolazione per il team Ducati Lenovo sebbene i propri piloti Jack Miller e Francesco Bagnaia siano riusciti a far punti sufficienti per far vincere alla “Rossa” di Borgo Panigale almeno il titolo costruttori.

Poca Italia in classe MotoGp e ancor meno nelle classi minori dove nella Moto 2 il dominio del team Red Bull KTM è stato schiacciante, con piloti anglosassoni e spagnoli a far man bassa di pole e con la tedesca Kalex superlativa a dominare ogni gara per il secondo anno consecutivo; ancora peggio nella Moto 3, che ha visto vincente lo spagnolo Pedro Costa del team Red Bull KTM, con la moto austriaca che ha annichilito le concorrenti, giapponesi incluse, vincendo il titolo costruttori dopo un digiuno durato un quinquennio, infine a confermare l’amaro tunnel imboccato dal “tricolore” a due ruote è stato il gradino più basso del podio conquistato da Matteo Ferrari nella classe MotoE (elettriche).

In Formula 1 dopo anni di dominio tedesco e d’oltremanica, i test invernali sembrano finalmente sorridere alla Rossa di Maranello unico “tricolore” in pista che, se sarà finalmente vincente, potrà proiettare non solo il brand ma bensì tutto il comparto “automotive” nazionale fuori dai guai del settore, MotorValley compresa, l’ottica giusta per raggiungere traguardi internazionali ambiziosi; lo si vedrà presto in Barein se il monegasco Charles Leclerc e lo spagnolo Carlos Sainz saranno all’altezza del compito assegnato loro volto a interrompere il digiuno di un “alloro” che alla Ferrari manca dal 2007, granpremi che saranno come sempre durissimi quelli contro la Red Bull del campione in carica Max Verstappen e contro le Mercedes campioni del mondo marche di Hamilton e Russel, senza escludere gli altri sette team impegnati.

(Giuseppe Vassura)