Bologna. Ho scritto che attendevo il numero di Marzo del mensile geopolitico Limes e non ero sola: il periodico è oggi alla terza ristampa. Feltrinelli ne ha sponsorizzato la presentazione a Bologna in sala Borsa il 17 marzo; l’evento ha attirato un folto e attento pubblico. Mariangela Pira e Federico Petroni della redazione di Limes, con il contributo del Direttore, Lucio Caracciolo in remoto hanno presentato “La Russia cambia il mondo”.

Guerra in Ucraina

L’editoriale descrive come la “questione irrisolta dell’Ucraina” percorra tutto il XX secolo e la nazione abbia due anime: quella orientale, polacca, ebrea e lituana che parla ucraino da sempre in conflitto con quella industrializzata e slava ad ovest che parla russo.  che all’inizio degli anni ’90, con il presidente Bush (padre) e il Segretario Baker avevano assicurato a Gorbaciov che la Nato “non sarebbe avanzata di un pollice” si sono sentiti traditi quando, dal 1997 in poi anche a seguito delle pressioni dei paesi est Europei, e alla guerra Jugoslava, Nato ed Europa si sono estese, armi e bagagli, fino alle frontiere della Federazione russa, che si risollevava da una gravissima crisi economica e sociale.

Si sostiene che il dilemma di Putin sia parallelo a quello al tramonto della Russia zarista, che già si era scontrata con il nazionalismo ucraino: come salvare un impero sovranazionale dalle forze centrifughe delle nazionalità che lo compongono. Da conflitto interno ad una entità sovranazionale slava esso si trasforma oggi in un terremoto geopolitico che sconvolge le regole su scala europea ma anche globale, poiché la Russia resta potenza globale e atomica.

La Russia non è interessata alla Galizia , la parte occidentale già polacca, ma al resto dell’Ucraina, soprattutto  alla fascia con i porti sul mar Nero. Ritiene chi scrive su Limes che lo scopo della guerra sia per L’Ucraina la neutralizzazione più che la neutralità, un paese senza autonomia militare o di politica estera che rischia di perdere un territorio considerevole, nominalmente da assegnare alle repubbliche del Donbass semi-indipendenti.

Pur se ottenesse il suo scopo la Russia sarebbe alla fine perdente per esaurimento. Gli Usa si trovano in un conflitto che non avevano né previsto né voluto. Lo tsunami economico finanziario delle sanzioni colpisce sia l’Europa che l’Asia e porta instabilità. Gli alleati sonno tenuti ad armarsi, anche Germania e Giappone che avevano preso la strada della rinuncia ad un apparato militare significativo. La Germania torna protagonista militare in Europa e non è detto che Parigi sia contenta. Molto dipende dall’esito finale militare e politico di questa crisi e dall’ennesima “transizione politica” ucraina.

Tutti in Europa convengono a condannare le azioni russe e il consenso antirusso a Washington si rafforza. Pechino continua a sostenere Mosca, molto prudentemente. La Russia verrà d’ora in poi presentata come stato canaglia e Putin come lo Zar rosso. Uno scontro diretto anche nucleare diventa pensabile e possibile. Lo scontro in atto è economico, con conseguenze negative abbastanza prevedibili, e mediatico “per le menti e i cuori”.

Forse a questo pensava Biden quando ha avuto il lapsus: “Putin può bombardare l’Ucraina ma non può conquistare la mente e il cuore degli iraniani (sic)”. Stati Uniti e loro alleati hanno una superiorità schiacciante nella sfera finanziaria, la Russia dimostra la sua volontà di usare la pressione militare. Le componenti politico-economica ed ideologico-umanitaria sono affidate all’Europa, un’Europa che si riarma e sulla cui fedeltà non è prudente (questo mi pare suggeriscano alcune osservazioni dell’editoriale) che gli US facciano cieco affidamento.

Il capitolo “Ucraina, limes Europæ” a firma di Oxana Pachlovska, docente di lingua e letteratura ucraina alla Sapienza di Roma, prende spunto dal fatto che Ucraina significa terra di confine. Essa nota il ricompattarsi del paese di fronte ad un attacco che mira a distruggere la sovranità del paese, fino all’occupazione di parte importante del territorio. La libertà è un bene supremo per il quale bisogna lottare. Essa fa eco al risentimento ucraino contro la Germania, che avrebbe bloccato l’ingresso in Europa ad una nazione che aveva scelto l’occidente e la libertà (nel 2008 Germania e Francia si oppongono agli USA che dichiarano una futura accessione alla Nato di Georgia e Ucraina).

La Russia non si sente più alla periferia dell’Europa ma al centro dell’Eurasia, potenza terrestre contro l’impero marittimo anglosassone. Putin lancia una sfida all’insidioso paese che organizza rivoluzioni all’estero ed “esporta” la democrazia; ma la ferma resistenza ucraina, armata dalla Nato, ha fatto fallire la guerra lampo russa. Essa riconosce anche le difficoltà: la composizione multietnica e multireligiosa del paese, unificata dalla lingua ucraina. Dopo aver scritto che il paese ha “scelto la libertà” aggiunge che il percorso democratico è ostruito dalla corruzione, che Zelensky è andato al potere con promesse elettorali irrealizzabili ed è un populista “una sorta di versione locale di Beppe Grillo”.

“Pensiamo che questa storia elettorale è stata plasmata[pagata da, ndr] da uno degli oligarchi più tossici, Igor Kolomojs’kyi, attualmente sotto processo negli USA”[1] dopo aver citato la corruzione, il nepotismo e l’incompetenza scrive che vi sono migliaia di filorussi infiltrati nell’entourage del presidente. Riguardo agli accordi di Minsk scrive che il paese “rigetta un assetto federativo del paese”. Federico Pietroni[2] “Che cosa (non) vogliono gli Stati Uniti da Putin” argomenta che non vi è mai stata unanimità negli Stati Uniti dal 1991 ad oggi su quale sia la relazione che essi vogliono con Mosca ovvero “la tenace ostilità da parte degli apparati federali e del congresso ad ogni intesa con il Cremlino”. Importante, oltre ai fronti in Europa e nel Pacifico, la terza faglia interna alla società americana fra populisti patrioti che vogliono “prima gli americani” e globalisti fautori dei diritti umani e vessilli della democrazia.

Su questo punto si spende anche l’editoriale di Limes del gennaio 2022. Considerando che ci potremmo trovare nel 2024 con un Presidente repubblicano più presentabile di Trump ma con idee analoghe questa crescente polarizzazione nella società statunitense è un’altra chiave di lettura. Anche in America si levano voci a dire che i responsabili della crisi siamo noi e la Nato, il paese è in grave crisi di identità e la popolazione, già colpita dalla pandemia non ha nessuna voglia di far sacrifici per una nazione ucraina che non sa nemmeno dove sia sulla carta. Il progetto USA è di finire la Federazione russa il più velocemente possibile per poi dedicarsi alla Cina. Le spoglie della Russia saranno affidate all’Europa (Buona fortuna!).

La scrivente desidera qui citare il proverbio “non vender la pelle dell’orso prima di averlo ucciso”. Putin ha certamente il favore del suo popolo[3] e della maggioranza dei governanti ed oligarchi e fino ad oggi ha dimostrato acume strategico e visione globale. Per ben due volte è riuscito a cogliere di sorpresa (Crimea annessa e invasione del 24 Febbraio) con una mossa che in inglese si definisce “hiding in plain view”, come la lettera importantissima del racconto “la lettera rubata”[4] che non viene vista perché lasciata in bella vista sul caminetto, dove nessuno pensa di cercarla. Non vorrei che lo stesse rifacendo, mentre leggo articoli di militaria sulla vulnerabilità delle divisioni russe e l’ eroismo degli ucraini. Sarebbe miracoloso che un tale spiegamento di forze russe perdesse la contesa, mi chiedo chi sia il suggeritore di Zelensky, più preoccupato dell’integrità del territorio che dell’incolumità dei suoi compatrioti.

Nicola Pedde[5] nel testo “Chiudere il gas non conviene a nessuno” esamina il noto problema della dipendenza energetica dell’Europa ed argomenta che sia reciproco interesse-russo ed europeo- non alterare la situazione. La rigidità della rete di trasmissione (gasdotti) vincola i ricettori ma anche i fornitori. L’Europa non ha agito in modo deciso e unitario. Egli ritiene che la sospensione della certificazione del North Stream 2 sia temporanea. ”Gli Stati Uniti hanno sistematicamente cercato di impedire il consolidamento dei rapporti energetici Europa-Russia, esercitando forti pressioni affinché Italia, Germania, Polonia e Ucraina si affrancassero da gas e petrolio russi. A fronte di queste richieste è sempre mancata la capacità di offrire agli europei alternative valide e sostenibili, soprattutto sul piano economico”.

Giorgio Cuscito ritiene che “La Cina non morirà per la Russia”[6], Cina e Russia si oppongono all’espansione della Nato ma difendere la Russia potrebbe danneggiare i forti legami commerciali cinesi con l’occidente. La scrivente, al contrario, vede delinearsi chiaramente un blocco Cina-Iran-India che, con la Russia, potrebbero creare una zona di scambio energetica ed usare valute locali come lo yuan creando circuiti finanziari alternativi a Swift, circuiti già in fase di attuazione in Cina e Russia.

Ritengo che la severità delle sanzioni finanziarie, cui la Russia sta cercando di rimediare per restare parte dei circuiti monetari internazionali, abbia creato un effetto boomerang, particolarmente su nazioni già oggetto di sanzioni come Iran e Cina, che si sentono solidali con la Russia. La minaccia russa di pagare i debiti in rubli, la decisione indiana di pagare carburanti con scambi rupia-rublo e quella degli emirati arabi di accettare per il petrolio pagamenti in yuan certamente allarmeranno gli Stati Uniti Un altro beneficiario della situazione è certamente la Turchia, il nemico storico della Russia, ma oggi legato ad essa dal commercio di armi e grano. Erdogan si adopera con la diplomazia e, come tutti noi, sta a vedere come andrà a finire. Ma la guerra economica che è iniziata durerà a lungo con riverberi globali imprevedibili. A questo proposito non dimentichiamo l’Unione Economica Eurasiatica (Kazakistan, Kirghizistan, Bielorussia, Armenia e Russia).

I legittimi interessi economici dell’Unione Europea non possono essere sacrificati sull’altare della Nato, la popolazione allertata e allarmata dall’aumento del combustibile reagirebbe, vedi gilets jaunes francesi.  La versione ucraina (e polacca) della crisi è diventata l’unica versione difendibile e manca un tentativo equilibrato di esaminare interessi contrastanti, luci ed ombre, possibili menzogne e fake video da entrambe le parti passano inosservate: il mondo mediatico ritorna al bianco e nero, senza chiaroscuri.[7]

Dell’interessante discussione ricordo alcuni interventi di Caracciolo: l’esclusione dalle discussioni dell’Italia, ultima ruota del carro, potrebbe essere dovuta alla sua vicinanza economica a Russia e Cina e/o al fatto che Draghi ha detto che le sanzioni dovevano essere economicamente sostenibili. Rispondendo ad un intervento che parlava del discrimine fra democrazie e governi autocratici lo ha triturato irritabilmente: che cosa sia la democrazia o meno è controverso, quando Biden cerca petrolio si dirige verso il dittatore Maduro e quando vi sarà la tregua dovrà trattare con il sanguinario criminale internazionale Putin.

Egli ha anche spezzato una lancia per i contatti artistici e culturali con la Russia, ponti che dovrebbero restare aperti. Attendo ancora impaziente il prossimo numero Limes, per una riflessione meno frammentaria e , francamente, ambigua o contradditoria, sempre attendibile e interessante. Il mensile ci ricorda che anche nell’incalzare degli eventi occorre lasciare tempo per investigare, riflettere e abbracciare la storia e la geografia in un quadro più vasto del nostro “particolare” punto di vista.

(Cecilia Clementel)

[1]  Limes 02/2022 p.48

[2] Ibid. p. 71 Pietroni fa parte della redazione di Limes.

[3] Le voci discordi e i renitenti alla leva si accomodino altrove o in prigione.

[4] The purloined letter di Edgar Allan Poe

[5] ibid. p.101.Nicola Pedde è direttore dell’Institute for global studies del CEMISS centro militare di studi strategici.

[6] Ibid. p.107

[7] vedi