C’è una cosa che non sono mai riuscito a capire di noi italiani. Siamo molto bravi a trovare soluzioni semplici su temi complessi, soprattutto quando le responsabilità sono in capo ad altri, ma quando si tratta di agire e di mettere in pratica i buoni propositi le priorità diventano altre, prendono il sopravvento e alla fine restano soltanto i discorsi da bar, come si diceva un tempo.

Sono anni che ad ogni emergenza ci diciamo nulla sarà più come prima, poi passa la nottata e le parole si disperdono nel vento, la nostra vita riprende tranquilla e nella quotidianità si compie tutto il nostro piccolo mondo, senza memoria e quindi senza futuro, nella convinzione che l’interesse personale alla fine è salvo.

Tuttavia viviamo in un tempo accelerato non come singoli individui ma come collettività.

La scienza e le tecnologie sono le padrone di questa velocità che, nostro malgrado, non è compatibile con i tempi di adattamento della nostra specie.
Avere questa consapevolezza sarebbe già un grande passo avanti, saperlo ci metterebbe nella condizione di provare ad evitare future sofferenze e magari prospettare per la nostra specie un salto evolutivo.

L’era della globalizzazione, resa possibile da un lungo periodo di pace nel mondo occidentale e dalla caduta delle barriere imposte dai blocchi, da qualche tempo è entrata in crisi e contemporaneamente è cresciuta la certezza diffusa di vivere in un pianeta in grave affanno che dispone di risorse non infinite.

Sono le facce della stessa medaglia.

Le tensioni geopolitiche di questi giorni sono solo l’antipasto di quello che ci aspetta e i segnali, a saperli leggere, erano già evidenti nel 2021 con la crisi dei semiconduttori che ha colpito non solo il settore dell’auto ma gran parte dell’industria manifatturiera, per fare solo un esempio.

Quindi appare evidente che per trovare soluzioni non armate a queste tensioni serve molta diplomazia ma soprattutto è necessario avere chiaro a quale obiettivo si guarda.

La Cina, che apparentemente non prende posizione, ha molto chiaro il suo obiettivo e non perde occasione per sottolineare che il suo unico interesse è legato al commercio e ovviamente non vuole rinunciare a nessuno dei mercati disponibili sui quali getta l’opa, non i missili.

Non sono altrettanto sicuro sulla posizione dell’Europa, ammesso che ne abbia una sola, ma in politica come in economia ci sono delle regole imprescindibili, prima tra tutte che per sedersi ai tavoli delle trattative bisogna essere legittimati delle controparti e, su questo fronte, noi scontiamo una grande debolezza.

Il processo di unificazione politica in corso è troppo lento e le responsabilità vanno ricercate prima di tutto nella classe dirigente e in un elevato tasso di litigiosità interno dei e nei singoli paesi, segnale inequivocabile che non ci sono obiettivi condivisi e collettivi frutto di una strategia politica ed economica discussa e mediata.

Prendere coscienza di questa debolezza è certamente un processo da fare al più presto ma appare già chiaro che gli oltre settant’anni di pace, sviluppo e benessere crescente che abbiamo alle spalle sono un patrimonio al quale nessun cittadino sarà disposto a rinunciare senza un disegno convincente di prospettiva.

Gli impegni presi a Versailles sono un passo avanti, un piccolo passo avanti.

Purtroppo la politica degli ultimi 20 anni ha interpretato male (o forse troppo bene) questo sentimento diffuso semplicemente per tornaconto personale sottovalutando (questo sì) che il peso politico ed economico globale era in radicale trasformazione, continuando quindi a cercare consensi a breve termine, sfruttando principalmente le paure delle persone con una buona dose di cinismo, ma che tuttavia ha dato i suoi frutti.

E’ superfluo ripetere quanto distacco si è creato tra la classe dirigente e i bisogni del popolo ed è con grande sofferenza constatare che ad ogni tornata elettorale quasi la metà degli elettori non è andata e non andrà alle urne.

Ma i fatti di questi giorni hanno impresso un’ulteriore accelerazione che deve interrogare le nostre coscienze perché si è creata una cesura netta tra un prima e un dopo.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha in parte sfruttato la nostra debolezza, ci mette di fronte alla domanda chi siamo e cosa vogliamo essere, come popolo non come singolo.

Uno dei padri del Risorgimento italiano, Giuseppe Mazzini, aveva già intuito agli inizi dell’ottocento quanto fosse necessaria la costruzione di una Europa politica nell’interesse degli esseri umani che la abitano, non a caso metteva al centro l’emancipazione dei popoli; sono trascorsi duecento anni e due guerre mondiali ma il cantiere è ancora aperto.

Inoltre un punto fermo sull’obiettivo politico del progetto europeo dovrebbe essere un tema condiviso trasversalmente, nel nome dell’interesse collettivo, non oggetto di competizione politica.

Certo che le differenze tra gli schieramenti esistono e continueranno ad esistere; la contrapposizione tra modelli di società diversi tra i sostenitori del liberismo senza regole e i sostenitori di uno Stato Sociale inclusivo e universale, tra la concentrazione di grandi capitali nelle mani di pochi e una redistribuzione delle risorse che azzeri le diseguaglianze continuerà ad esserci, ma sulla necessità di dotare l’Europa degli strumenti necessari per diventare una federazione di stati serve un patto collettivo e trasversale.

L’Europa si deve dotare di un piano sulle risorse considerate strategiche per il benessere del continente che comprenda il controllo delle stesse con garanzia di una adeguata protezione a questi beni che vale per l’energia, per l’acciaio, per i presidi sanitari ad esempio i vaccini o, come nell’emergenza che stiamo vivendo, per la sicurezza e la difesa.

Io credo che sia necessario investire tempo e intelligenze per dare un traguardo a questo cantiere aperto, coinvolgendo i cittadini nelle scelte che inevitabilmente dovranno ratificare e questo compito spetta prima di tutto alla politica.

E comunque credo che sia chiaro a tutti che non è possibile progettare l’evoluzione della nostra specie distruggendola con le guerre.

(Paolo Stefani)