Capitolo 10

Lo psicologo accavallò le gambe. Le dita di Greta strette in grembo giocherellavano nervose con un sottile anello mentre lo sguardo vagava tra un contenitore di vetro pieno di caramelle e un dispenser di fazzoletti di carta di cui non trovava una spiegazione della presenza.

Gli mancava in realtà il coraggio di rivolgere lo sguardo all’uomo che continuava a osservarla in silenzio, un blocco e una matita tra le mani.

Infine, Greta alzò il viso fingendo di esaminare la stanza, mentre la sua attenzione era tutta rivolta al dottore. La baldanza con cui era entrata era svanita. Si sentiva assediata, ma priva di armi di difesa, come se fosse nuda e allo stesso tempo trasparente; non erano gli occhi di un maschio, ma di un altro essere, asessuato e questo, l’intimidiva. Si aspettava di essere sommersa da domande di ogni tipo ma il suo silenzio la spiazzava.

«Io non volevo venire qui. E’ stato mio padre. Non ho niente da dirle. E non voglio tornare» disse tutto d’un fiato, con quanta più rabbia aveva.
«Va bene Greta. Io sono pagato lo stesso anche se tu stai in silenzio. Sei grande abbastanza per scegliere».

Greta si richiuse dentro la sua corazza ma le dita si dilungavano a fare girare l’anellino regalatogli da Sammy per Natale. Guardò la finestra. Ma la tenda e il vetro bianco non facevano intravedere l’esterno. Non si udiva calpestio di passi, grida di bambini, musica; solo i loro respiri. Le sembrava di essere dentro una navicella spaziale persa nell’universo e loro due, gli unici sopravvissuti alla scomparsa del genere umano.

«Vai a scuola Greta?» disse lo psicologo dopo lunghi, interminabili, minuti.
«Sì», rispose automaticamente.
«Ti piace?»
«Sì».
«Cosa studi?»
«Liceo Artistico. Via Aldrovandi 35. Terza B» replicò con sarcasmo per irriderlo.
Ma lui non abboccò alla provocazione.
«Interessante. Disegni, dipingi?»
Non rispose subito. «Disegno».
«Bianco e nero, colori?»
«Con la matita».
«Solo?»
«Sì».
«Astratto, figurativo?»
«Dipende».

“Un interrogatorio” pensò, innervosendosi ma allo stesso tempo, attratta dal suo interessamento, che aveva già capito dove volesse andare a parare.

Allo stesso tempo però, era il primo adulto che gli chiedeva della passione nascosta a tutti. Né il padre, né la madre, avevano il permesso di frugare tra i suoi disegni, anche se Vladimiro parlando con i professori, sapeva molto bene cosa stesse facendo, ma per un malinteso senso di rispetto, non aveva mai trovato il coraggio di chiedere alla figlia di mostrargli ciò che faceva.

Così lui, quando entrava in punta di piedi in camera sua, visto che era vietatissimo, solo per controllare che fosse in ordine, a fatica teneva a bada la tentazione di esplorare il suo mondo per conoscerla meglio. E si doveva trattenere dal frugare tra le pile di disegni sparsi un po’ ovunque. Usciva, sempre con un peso dentro, per quella distanza che li separava.

«È bello avere una passione».
Lei non rispose.
«Con i compagni come ti trovi?»
«Normale».

Greta continuava a evitare il suo sguardo e cercava, allo stesso tempo, di non cedere a quelle che le sembravano lusinghe. Ma il tepore della stanza, l’ordine discreto che regnava, l’assenza di rumori, la calma dello psicologo, iniziavano a fare breccia nel muro che si era costruita attorno. Ma non voleva dargliela vinta.

Si accese un lucina rossa sul tavolino accanto al “dottore”; lui spinse un bottone.

Vladimiro entrò nel palazzo, spalancò la porta e si trovò nella sala d’attesa dello studio dello psicologo. Una donna sedeva intenta a guardare lo smartphone. Si salutarono quasi sussurrando e nessuno dei due udì il “buongiorno” dell’altro.

Si andò a sedere dalla parte opposta e prese una rivista dalla pila che si trovava sul basso tavolino di vetro e iniziò a sfogliarla, senza in realtà provare nessuna attrazione per le immagini di spiagge e acque meravigliose, montagne innevate, carovane di cammelli in marcia dentro il tramonto. Parevano finte, tanto erano perfette.

«Bene Greta. Per oggi terminiamo qui» disse lo psicologo e si alzò.
Lei rimase attonita. Non si aspettava che fosse davvero finita. Si riprese dallo stupore.
Lui intanto aveva aperto la porta.
Suo padre entrò, il volto contratto come indossasse una maschera funeraria. Si salutarono.
Lo psicologo consegnò a Vladimiro la ricevuta.
Lui, nel frattempo aveva estratto il portafoglio.

Greta prese il telefono e digitò: “Finita. Non ne potevo più”.
“Tipo?” rispose Samantha.
“Di merda. Uno stress. Non vengo più.”
“Fai bene. Che si fottano.”

«Prego» disse lo psicologo aprendo la porta a vetri che era nascosta dietro la tenda.
“Almeno non mi vedono tutti” pensò Greta. Rispose distratta al saluto dello psicologo e si trovò avvolta dalla nebbia e immersa nella semioscurità del pomeriggio inoltrato che volgeva alla sera.

Ombre entravano e uscivano dai coni di luce dei lampioni, dei fari delle auto e avvertì una sorta di nostalgia per quella specie di nido accogliente che si lasciava alle spalle in cui non si era sentita, dopo tanti anni, giudicata.

Si ritrovarono dentro la Zitella tesi e chiusi in un silenzio più profondo e compatto del solito, come se fossero due kamikaze giapponesi pronti per il loro ultimo volo, da cui non sarebbero mai più tornati vivi.

Ora una pioggerellina finissima s’aggrappava al vetro e l’unico rumore presente nell’auto era lo strofinio del tergicristalli.

Vladimiro tratteneva a stento la voglia di chiederle cosa ne pensava di quel primo incontro e Greta, allo stesso tempo, non voleva dargli la soddisfazione di raccontarglielo, di dirgli che in fondo aveva provato una strana sensazione di serenità, di calma, e ammettere a se stessa, che si poteva fidare di quell’uomo.

Il tragitto verso casa proseguì senza che nessuno dei due volesse rompere il guscio che proteggeva entrambi dalle proprie insicurezze, per la paura di ferirsi l’un l’altro da parole che avrebbero potuto pronunciare.

Entrarono nell’appartamento. Vladimiro taceva. Greta pure.

D’improvviso lui si girò, mentre lei si stava togliendo il capotto, e l’abbracciò forte sollevandola da terra.
«Papà, sei matto» disse con la bocca sui suoi corti capelli; l’ultima volta che era successo aveva tredici anni.
La riappoggiò per terra. «Scusami» disse lui, gli occhi che non riuscivano più a trattenere le lacrime.
«Non ti preoccupare» rispose lei sforzandosi di sorridere per trattenere un pianto così a lungo rimandato.
«Preparo la cena» disse Vladimiro, dirigendosi in cucina, come a volersi rintanare di nuovo nel bunker assediato dalla propria finta tranquillità.

«L’Astoria chiude» disse Vladimiro con il volto girato verso i fornelli, per non tradire con lo sguardo, la stupida vergogna che provava.
«Lo so. Me l’ha detto la mamma. Cosa pensi di fare?» chiese Greta, intanto che condiva l’insalata con una finta calma per dissimulare il dispiacere che sentiva per il padre; ora era lui ad avere bisogno.
«Non ci ho ancora pensato. Domani porto le chiavi dell’Astoria e mi darò da fare. Un po’ di persone le conosco. Inizierò a contattarle. Comunque, un po’ di soldi da parte ce li ho».

Fece una pausa. «Se vuoi trasferirti dalla mamma…»
«Tu vorresti?»
«No. Ma devi decidere tu».
«Non sopporto quella statua di cera che si tiene in casa».
«Osvaldo non è cattivo».
«Sì. Ma è insopportabile. Con la sua mania di dovermi piacere a tutti i costi. Preferisco stare con l’uomo più incasinato che conosco. Almeno è più divertente» e sorrise.

Finita la cena, mentre Vladimiro era intento a lavare i piatti, Greta entrò in cucina, si sedette e disse. «Vuoi vederli?»
Vladimiro si girò.
Sulla tovaglia ingombra di briciole, Greta aveva posato uno spesso faldone dei suoi disegni.
«Sì, ma togli la tovaglia».

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