La nostra rubrica letteraria, “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani, dà il via ad un nuovo tema monografico, molto curioso, poco conosciuto, che ci accompagnerà per 4 puntate nel mese di aprile: letterate da riscoprire. Quattro grandi scrittrici di metà Novecento, che ci hanno consegnato alcune preziose perle letterarie, che forse sono state un po’ dimenticate. Buona lettura!

Andrea Pagani

“La felicità non è, ma era” disse il grande scrittore americano William Faulkner. Non è un caso che il romanzo di Lalla Romano, La penombra che abbiamo attraversato, sia illuminato da questa frase, secondo l’ammissione della stessa autrice.

Si tratta d’una sorta di viaggio nella memoria, ispirato a una frase della Recherche di Marcel Proust che, messa in epigrafe, dà il titolo al libro. Una narrazione che ci inabissa indietro nel tempo. Eppure, sarebbe errato parlare di scrittura autobiografica o di romanzo a chiave in relazione alle esperienze personali dell’autrice, perché il tempo della narrazione è un tempo tutto interiore, appunto in senso proustiano, dove il ricordo elabora le vicende secondo una proiezione introspettiva.

Ci ritroviamo in prossimità della prima guerra mondiale, a Punte Stura, un piccolo paese nelle valli di Cuneo, “con i bassi porticati e i balconi in legno”.

La narratrice è una bambina, che registra ora per ora, alternando un tono fiabesco ad un tono curioso e confuso, i fatti del microcosmo cittadino. Dapprima dal balcone dell’Albergo Europa, da cui si affaccia, assieme alla madre, per osservare le grandi manovre della rivista militare che si svolgono nella piazza Nuova, e poi, via via, lungo una scia di personaggi, calati in un tempo remoto: il padre di cui ascolta rapita i racconti epici di certe spedizioni di caccia; gli zii, che da Torino salgono al paese, e portano una ventata di vitalità e allegria, prima che la Grande Guerra se li rapisca; la mano calda della mamma che l’accompagna all’asilo; suor Nazzarena, la maestra, il primo vero amore della scrittrice bambina…

È come se la sensibilità della piccola protagonista spiasse quel remoto mondo di piccoli segreti, studiasse i compaesani e i parenti, con un’innocenza che tuttavia non esclude una garbata sottile ironia. Il titolo, di derivazione proustiana, si spiega così come il desiderio di recuperare l’atmosfera dell’infanzia, nella sua essenza e profondità, quindi con una nota carezzevole di malinconia e ombrosità, senza indulgere nel patetico, ed anzi scivolando non di rado nel tono struggente di chi osserva quell’età perduta dalla sponda della maturità. Tutto il libro è pervaso da questo “sentimento del dopo” (Giovanni Pannacci).

Deriva da qui il registro lirico, intimista, lieve e sofisticato di Lalla Romano, con una sapienza che rasenta l’incanto, nutrito di un sentimento robusto, mai retorico, ma esatto e nitido, in un “fitto incrociarsi e integrarsi di prospettive e di voci: la prospettiva del passato infantile, già con un suo spessore, via via che la realtà incomincia a prendere forma; la prospettiva dei discorsi degli adulti, allusione, per la bambina, a verità e leggi ancora tutte da sondare; la prospettiva del presente, che ora la narratrice proietta sul passato” (Cesare Segre), che si restituisce la complessa stratificazione del tempo.

E ne deriva anche un’idea piuttosto amara e disillusa di quel recupero memoriale, ben diversa dalla salvifica intermittenza del cuore proustiana, come se per Lalla Romano fosse consentito solo dar voce ad un passato guardato dal presente, costruito da ciò che esso è divenuto, un passato non più vicino e afferrabile, ma inesorabilmente lontano, riconoscibile nella sua struggente bellezza ma anche ineluttabile alterità.

Così, la celebrata felicità del “tempo di prima”, non serve ad altro che a ricordarci – leopardianamente – che “l’esperienza della felicità è possibile, in qualche modo, solo a ritroso, solo proiettandola nel passato” (Giovanni Pannacci).

Appunto: La felicità non è, ma era.

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(Andrea Pagani)