Capitolo 12

Vladimiro guardava l’agendina come se avesse la mente vuota di pensieri.
Suonò il telefono: «Sì?»
«Sono io» disse Vanessa. «Come va?» proseguì.
«Normale» rispose lui, e Vanessa capì che non stava bene. Era il suo modo di comunicarlo senza volerlo dire apertamente. Lei non insistette.
«L’Astoria?» chiese.
«Ho portato le chiavi oggi. Non sono sicuro, ma credo che verrà demolito per farci appartamenti, negozi e non so cos’altro» rispose lui con voce mesta.
«Il comune non può intervenire?» disse quasi per esorcizzare la sua tristezza.
«Penso sia d’accordo. Ho sentito dire che vuole riqualificare il centro. Secondo Edmondo vorrebbero spostare lì la biblioteca, forse farci una piccola sala comunale. Ma sono voci, chiacchiere di paese».
«Perché non vai a parlare con il sindaco?»
«Lo sai che non sono molto in sintonia con la nuova giunta» disse quasi ridendo.
«Forse un tentativo potresti farlo lo stesso».
«Ci penserò».
«Fatti sentire, mi raccomando» concluse lei, in un improvviso slancio emotivo.
«D’accordo. Grazie».
«Ciao». Vanessa posò il cellulare e rimase a guardarlo, fissa, come se si aspettasse di essere richiamata. Si alzò, avvertendo una strana delusione che l’aveva invasa e per scacciarla, si versò un bicchiere di vino.

Vladimiro riagganciò la cornetta. Era la prima vera conversazione avuta dopo tanti mesi, ma sentiva in tutti e due l’ombra del distacco, della poca fiducia; il passato faceva pesare ancora la propria ingombrante presenza.
“Riusciremo mai a riavvicinarci?”, pensò.

Prese tra le mani il taccuino e lo aprì, sfogliando lentamente le minuscole pagine: erano colme di scritte, numeri di telefono senza riferimento, nomi di compagnie teatrali, cognomi di impresari, agenti, ditte di trasporto, distributori, fornitori, a cui spesso lui aveva telefonato, soprattutto negli ultimi anni, vergati ora con la biro rossa, blu, nera, ora con la penna stilografica usata a volte dal signor Vittorio: la memoria del cine-teatro Astoria; Vladimiro ne aveva iniziato a farne parte a ventuno anni.

Finito l’istituto tecnico, senza infamia e senza lode, dopo avere trascorso il servizio di leva con la qualifica di autiere in una caserma del Friuli era stato assunto da una ditta artigiana che fabbricava compressori per camion. A quel tempo stava con Rita da due anni, una delle ragazze del Cristal Bar.

Ma fu un film a imprimere alla vita di Vladimiro un mutamento di direzione che in quel momento non avvertì: La tragedia di un uomo ridicolo. Il cinema a lui non era mai interessato granché, tranne il breve periodo in cui aveva frequentato la parrocchia e la locale sala dove venivano proiettati, in modo saltuario e privo di una vera programmazione, film adatti ai ragazzi. Abbandonata la parrocchia, anche il cinema perse d’attrattiva. Vladimiro e Rita andarono a vedere quel film perché era un sabato sera d’inverno più noioso di altri e si recarono all’Astoria senza sapere cosa ci fosse in cartellone.

Al termine della proiezione Vladimiro rimase seduto come se fosse incollato e Rita lo dovette richiamare numerose volte, infastidita perché la pellicola non le era piaciuta e alla fine del primo tempo voleva andarsene. L’accompagnò a casa sulla 127 gialla usata, che aveva allora, mentre lei continuava a lamentarsi: «Era un film triste, lungo, noioso».

Vladimiro non rispose e quando si salutarono, fu la prima volta che lei non lo baciò; ma lui non gli diede peso.

Vladimiro prese a frequentare sempre più spesso l’Astoria, e Rita, vuoi per la stanchezza del lavoro, vuoi per i turni serali al bar, o per altre scuse, non venne più e le loro uscite si diradarono, come se quel film avesse tracciato un’invalicabile linea rossa tra loro. Ma ambedue fecero finta di niente e continuarono a frequentare la stessa compagnia, a essere ospitati dalle rispettive famiglie durante i pranzi domenicali, dove entrambi i genitori, li vedevano già sposati.

Rita, come diceva sempre la madre di Vladimiro, «è una ragazza da marito» sottolineando la frase con un occhiolino.

L’avvento delle televisioni private, con la messa in onda quotidiana di molti film, aveva contribuito da anni ad accentuare l’inarrestabile emorragia degli spettatori e la crisi non aveva certo risparmiato l’Astoria, i cui spettatori erano diminuiti sempre più.

Vladimiro divenne invece una presenza fissa nel foyer dell’Astori e dopo le prime frasi banali scambiate con il signor Vittorio, i discorsi tra loro, sera dopo sera, si fecero più profondi.

Il signor Vittorio aveva una vera passione per il cinema e la sua conoscenza era così approfondita che Vladimiro sarebbe rimasto ad ascoltarlo per ore parlare di film, registi e attori.

Fu un giorno di qualche mese dopo che il destino, il caso, la fortuna fecero compiere una vera svolta alla vita di Vladimiro. L’anziano proiezionista del cinema ebbe un infarto e Vittorio non ebbe nessuna ritrosia nel chiedere a Vladimiro se gli andava di prendere il suo posto, che lui accettò senza alcun dubbio.

L’addestramento all’uso del proiettore da 35 mm fu rapido e senza eccessive difficoltà. Vladimiro provò subito una strana euforia a sentirsi padrone di un mezzo manovrato solo da lui, una strana sensazione di attitudine mai provata. Ma le serate trascorse al cinema allontanarono ancora di più Rita, sino a che lei non si fece più sentire, né vedere, con grande dispiacere della madre di Vladimiro, la quale per diversi mesi chiese notizie di lei, accusandolo di averla trascurata per il cinema, quando un lavoro serio e ben pagato l’aveva già. Vladimiro non diede mai spiegazioni e non cercò più Rita.

Le mansioni e l’impegno all’Astoria, mese dopo mese aumentarono fino a che il signor Vittorio assunse Vladimiro a tempo indeterminato.

L’incontro tra Vladimiro e Vanessa avvenne nel foyer del cinema. Si conoscevano solo di vista, anche perché lei era più giovane e frequentava amicizie diverse. Dopo Rita, le relazioni sentimentali di Vladimiro erano state di breve durata, confuse, quasi prive di sentimento. Le ragazze che aveva incontrato sembrava che pensassero solo al matrimonio, fare dei figli, cose che a Vladimiro fino ad allora non avevano interessato.

Vanessa invece era reduce da due lunghe relazioni, tutte finite senza troppi drammi, forse perché erano “iniziate con poco amore” come confessò alla sua migliore amica del momento e così scoprirono che erano entrambi single.
Si trovarono l’uno fra le braccia dell’altro nell’arco di poche settimane senza bisogno di parole; una naturale empatia li aveva uniti.

Tre mesi più tardi lui si trasferì da lei e al termine dell’anno successivo nacque Greta. Non sentirono la necessità di formalizzare legalmente la loro unione e convissero così fino a che l’amore si diluì sempre più, per finire spiaggiato davanti al tappeto dell’Ikea, lasciandoli ambedue muti e attoniti.

Vladimiro concentrò tutta l’attenzione e l’energia su Greta e l’Astoria, aggrappandosi a loro per non cedere del tutto alla sofferenza, e più loro assorbivano il suo tempo, più lui si faceva trascinare dalle incombenze che doveva svolgere e solo nelle lunghe ore notturne, in compagnia solo di sé stesso, ritornava Vanessa, le immagini di lei, di lui, di loro, che si sovrapponevano in un turbine caotico in cui scompariva ogni sequenza logica.

I rapporti con gli amici, i conoscenti, si liquefecero e si tenne lontano anche da nuove relazioni sentimentali. Fu l’incontro con la Zitella e il successivo entusiasmo per gli oggetti, le idee, i film del suo passato che allora non aveva visto, a farlo resuscitare e riappacificare con sé stesso. Il futuro, per il momento, venne messo da parte, ma il presente incombeva e dopo la scomparsa del signor Vittorio, tornò a bussare alla sua porta.

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