E’ di grande attualità il piangersi addosso per la pesante crisi economica che sta manifestandosi in questa nostra vecchia Europa e, come da copione forse un pochetto obsoleto, ci si trova avvezzi nell’individuare le motivazioni, le cause e le problematiche scatenanti. Forse, e dico forse, sarebbe opportuno fare un serio esame di coscienza, visto che, tanto per ricadere nell’ovvio, a pagare il conto più salato saranno, come da sempre, i più disagiati, i più esposti, i meno protetti.

Fino a non più tardi di un paio di anni fa, le immagini dei nostri porti strapieni di container, in arrivo e partenza, ci riempivano di speranza (quasi certezza) circa il prezioso scambio di merci con ogni parte del mondo. Le nostre autostrade apparivano stracolme di autoarticolati che, diligentemente appartati nella corsia di destra, trasportavano beni, materie prime, pezzi di ricambio e componentistica: in una sola parola, destinazione ricchezza.

Poi, che questa tipologia di ricchezza fosse, tanto per cambiare, appannaggio dei soliti pochi, fa parte di un problema antico. Quasi all’improvviso, ci siamo venuti a trovare senza i ricambi per quel magnete che riesce a sollevare, trattenendolo, il container, e l’autocarro non trova più quel prezioso grasso indispensabile per mantenere correttamente l’aggancio tra motrice e rimorchio.

Ci si veniva a trovare dimentichi di quell’antico proverbio di assoluta saggezza popolare che disegnava una ineludibile verità: nella vita troverai sempre una mano disposta ad aiutarti … sì, in fondo al tuo braccio. Così, ben saldi nella nostra precaria certezza, abbiamo continuato ad inseguire guadagno e ricchezza incuranti di una delle leggi che, ferrea, indica, nella assoluta certezza del risultato, la presenza di ogni componente della produzione, della gestione, dello stoccaggio, della rete di vendita: in poche parole, non esiste linea industriale di produzione che possa infischiarsene di anche uno solo dei punti di cui sopra.

Così, lanciati in una vorticosa discesa senza esserci curati dell’integrità dei freni, abbiamo iniziato a “de-localizzare” intere catene di produzione, ricerca e persino magazzinaggio e trasporto. La ricerca del massimo profitto (una volta si chiamava concorrenza) ci ha privati dell’accortezza del buon padre di famiglia: ma siamo sicuri che domani …

Mentre le nostre pregiatissime merci prendevano luce sui piazzali davanti ai capannoni in attesa di nuove e maggiormente proficue destinazioni, non ci curavamo di osservare che una discreta percentuale dei componenti dei nostri sfavillanti prodotti, derivava dalla possibilità e dalla volontà altrui. Prima la pandemia, poi la guerra in territorio europeo, ma anche un forte sopraggiungere di maturità gestionale da parte di paesi fino a poco tempo fa incapaci di attenta gestione delle proprie possibilità, hanno fatto si che la campanella di allarme suonasse, e suonasse molto forte.

Tutta la nostra stupida certezza e superbia è finita con lo scontrarsi con l’evidenza: tu puoi avere tutto il legno che vuoi, ma se ti manca la vite per tenerlo assieme, puoi solo usarlo per accendere il camino. Se ti manca quel piccolo circuito elettronico, tutto il tuo computer non va. Se quella pressa localizzata in Ucraina non riesce più a formare quella cupola di vetroresina, la tua auto Hybrid o plug-in che dir si voglia esce senza il tetto. E quando piove ti bagni. Si deve poi considerare anche il fatto, non certamente trascurabile, che anche altrove hanno imparato ad arrangiarsi nella produzione industriale e magari riescono ad acquistare quel dannato pezzo di ricambio ad un prezzo più alto di quanto lo paghiamo noi. E noi restiamo all’asciutto.

Per finire, ma certo non da ultimo, l’aver fatto dipendere l’intera economia nazionale dalla fornitura di energia da parte di terzi, si sta rivelando un macroscopico errore di valutazione politica-economica che unicamente un totale sprovveduto poteva trascurare. Se poi il fornitore risultava essere un tipico esempio di pseudo-democratico, un oligarca con le proprie idee ben chiare, una “avversario” strategico conclamato, forse allora avevamo oltrepassato il limite di sicurezza. E il continuare a ricorrere a terzi, nella dipendenza, appare unicamente come il diversificare la mano che ti schiaffeggia: sarà solo questione di tempo, ma lo schiaffo arriva.

Ovviamente i destinatari del ceffone, come sopra, risulteranno sempre gli stessi: basti guardare al sistematico ricorso allo sforamento del debito per provvedere a sussidi, ristorni, sgravi, sovvenzioni, come se il debito in futuro fosse destinato ad essere pagato da terzi. E questa volta i terzi saranno i nostri figli.

(Mauro Magnani)