Bologna. Sono tre le condanne emesse al termine del primo grado nell’ultimo processo sulla strage del 2 agosto 1980, in cui furono uccise 85 persone e ferite più di 200. Concorso in strage, depistaggio e false informazioni al PM: Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel, Domenico Catracchia, rispettivamente.

Si aggiunge così un altro tassello nella ricostruzione di un quadro terrificante, nel quale per via più e meno diretta rientrano volti oscuri, protagonisti di una stagione che, a scanso di equivoci, non può dirsi conclusa nel capoluogo emiliano-romagnolo né quel maledetto 2 agosto, né mercoledì scorso.

Giovedì sera, nell’incontro organizzato dai militanti del Pd presso il circolo Candilejas dopo la sentenza, l’avvocato Andrea Speranzoni del Collegio di parte civile ha parlato di una soddisfazione cupa. Anche in un giorno decisivo per la lotta per la giustizia e la verità, le ragioni trovano posto, malvolentieri, anche tra i banchi dell’inquietudine. Perché la sentenza pronunciata il 6 aprile non ci parla di un evento passato. Ci parla di qualcosa di più, del nostro “attuale”, del nostro rapporto con il “politico”. Per una ragione: la rete occulta che ci consegnano i processi più importanti del nostro Paese non ha esaurito la sua carica avvolgente, la nostra distanza temporale dall’atto non può sostituire la nostra prossimità spaziale ai tentacoli di chi l’ha voluto.

Nelle occasioni pubbliche dedicate alla commemorazione della strage, si sente spesso ripetere l’osservazione di Lidia Secci, secondo cui i terroristi hanno fatto un solo errore, quello di colpire la città di Bologna. La città dello spirito democratico, la città che non poteva arrendersi dopo essere stata colpita dalla violenza fascista. La storia recente di Bologna è indubbiamente la storia dei diritti, della solidarietà, del Partito, di quella energia civica che è riuscita a trasformare le macerie della guerra nelle fondamenta di una pace, sociale, conditio sine qua non della cosa davvero pubblica. Bologna semplicemente non è senza la sua storia politica. E la strage del 2 agosto è a tutti gli effetti un atto politico.

Una premessa fondamentale per ancorare al presente i tragici fatti di quel giorno: non c’è dubbio che la storia della nostra repubblica sia – anche, e ci mancherebbe – la storia di uno scontro tra istituzioni e società civile. Non è esagerato sostenere che le nostre istituzioni ci hanno – ribadisco: anche, non solo – sparato addosso. Ascanio Celestini nel suo ultimo spettacolo su Pasolini fa sua la tesi secondo cui le istituzioni non solo ci hanno “puntato” in passato, ma tengono il grilletto a portata da un secolo a questa parte. Una provocazione? Il fatto è che con la nostra storia se ne può e deve discutere. A partire da una constatazione, dal principio di realtà. Ciò che è certo, infatti, è che mentre le periferie premevano il grilletto o facevano saltare l’ordigno, i centri di comando erano impegnati a costruirsi un’armatura invisibile per piegare, nel tempo, non solo la ricerca di verità e giustizia ma lo spirito democratico nel suo insieme, che nella visibilità ha il proprio lume.

Siamo chiamati a riflettere. Se un altro pezzo dell’armatura è saltato, questo è accaduto mercoledì scorso. Se è accaduto soltanto mercoledì scorso, della giustizia questa non è che un’amara vittoria. Perché quello che è successo negli anni che vanno dalla strage alla sentenza è quello volevano loro. Loro che alla visibilità democratica hanno opposto l’invisibilità autoritaria. Mentre la catena di depistaggi aggiungeva un anello dopo l’altro, l’armatura manifestava la sua inscalfibilità. Mentre le nostre armi si scoprivano sempre più spuntate, il “politico” fuoriusciva dal campo del discorso, lasciando una voragine che sembra impossibile richiudere. Laddove verità e giustizia aggiungono un altro tassello, per cui dobbiamo essere immensamente riconoscenti a quanti si sono impegnati in tutti questi anni, a partire dall’Associazione dei familiari delle vittime, rimane sospeso ad attuale memoria il lascito nefasto del 2 agosto: l’omissis della nostra democrazia.

(Alberto Pedrielli)