Dopo il processo Aemilia cosa sta succedendo? Ne parliamo con Mirto Bassoli della segreteria Cgil di Bologna, responsabile Legalità.

Quale il quadro attuale, dopo l’esplosione del processo Aemilia?
“Dopo la conclusione dell’indagine Aemilia nel gennaio 2015, i numerosi arresti, l’avvio e il successivamente svolgimento del processo, nei vari gradi di giudizio, sono accadute molte altre cose. Ma, prima è necessario sottolineare che, a Bologna prima e, successivamente, a Reggio Emilia, si è svolto il più grande processo italiano alla ‘ndrangheta. Già questo dovrebbe far riflettere sulla portata di quanto accaduto.
Nei sette anni trascorsi da allora la magistratura ha portato a termine numerose altre indagini, avviando i relativi processi: Grimilde, Stige, Perseverance, e altri.
I cosiddetti reati spia non si sono significativamente ridotti e le Prefetture della nostra regione hanno continuato ad emettere interdittive antimafia. Ciò conferma, purtroppo, la fondatezza di quanto dichiarò uno dei pentiti del processo Aemilia, Antonio Valerio, quando in sostanza disse che con, nonostante quel processo, le numerose condanne, le incarcerazioni, nulla poteva ritenersi concluso e che la forza della ‘ndrangheta rimaneva immutata.”

Si può parlare di radicamento mafioso nella nostra regione?
“Aemilia ha consentito di aprire gli occhi e riconoscere una realtà molto difficile da digerire. E cioè il fatto che queste terre, da molti decenni, sono state infiltrate da tutte le mafie nazionali ed estere. Ma, soprattutto, che la ‘ndrangheta ha messo radici profonde, tali da consentirgli di penetrare in profondità numerosi settori dell’economia.
Come è riportato nell’ultimo rapporto semestrale della Dia: “la consorteria ‘ndranghetistica emiliana si connota per una spiccata vocazione imprenditoriale e finanziaria, in grado di infiltrarsi nel ricco tessuto economico e produttivo della Regione, evitando per deliberata strategia di porre in essere falli eclatanti (in particolare: di sangue) onde evitare di attirare l’attenzione delle Forze dell’Ordine sul fenomeno mafioso in Regione.
Quindi una mafia autonoma, nonostante i rapporti con i capi di alcune delle più importanti cosche calabresi, in particolare quella dei Grande Aracri. Ma non va sottovalutato anche il ruolo svolto in diverse parti della regione, Bologna compresa, anche da parte della camorra e cosa nostra.”

A distanza di tempo possiamo dire che molti segnali di pericolo sono stati ignorati. Perchè?
“Sicuramente è necessario dire che c’è stata tantissima sottovalutazione, soprattutto da parte della politica e delle istituzioni, nonostante queste ultime siano risultate solo in misura limitata coinvolte nelle vicende di mafia che hanno interessato la nostra regione. Naturalmente, fatte salve le eccezioni negative: Il Comune di Brescello, nel reggiano, sciolto per condizionamento mafioso; alcuni esponenti politici coinvolti nelle indagini ma, va detto, con poche condanne.
Ciò che tuttavia è necessario mettere in evidenza è il ruolo che ha avuto il sistema imprenditoriale cosiddetto nostrano. Claudio Fava, quando rivestì il ruolo di vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, riferendosi all’atteggiamento di una parte degli imprenditori locali, ha parlato di complicità e convenienza. Lo stesso Pubblico Ministero del processo Aemilia, nella sua requisitoria finale, a conclusione del primo grado, disse che ”furono gli imprenditori a spalancare le porte alla ‘ndrangheta e non viceversa.
A dimostrazione di questo vi è anche la caratteristica di molti dei reati, connessi alle vicende di mafia, commessi in questi anni, accertati giudizialmente: false fatturazioni, frodi carosello, intestazioni fittizie, ecc… . Si tratta di reati di natura fiscale, che hanno consentito sia alla ‘ndrangheta, che agli imprenditori complici, di arricchirsi ai danni dello Stato. Ovviamente questi sono reati tipicamente funzionali al reimpiego e al riciclaggio.”

C’è stata una reazione da parte del tessuto sociale di questa regione?
“Indubbiamente c’è stata la reazione e ciò deve confortarci rispetto alla possibilità che il tessuto sociale ed anche quello politico-istituzionale riescano a ricostruire quegli anticorpi che, purtroppo, si sono rivelati inesistenti o largamente insufficiente di fronte all’aggressione delle mafie.
Avere investito risorse pubbliche per far svolgere il maxiprocesso Aemilia in questa regione, evitando che venisse trasferito altrove, ha rappresentato di per se un fatto positivo. Ancora di più, è stata estremamente importante la scelta di costituirsi come parti civili da parte di oltre quaranta soggetti istituzionali e associazioni, a partire dal ruolo svolto da Cgil, Cisl e Uil regionali e di diversi territori dell’Emilia Romagna. Un fatto mai visto in nessun altro processo di mafia svolto nel nostro paese.”

Cosa può essere concretamente fatto per prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale e nel tessuto sociale?
“La parola chiave è, appunto, prevenzione. E’ importante ma non basta essere a fianco delle forze dell’ordine e della magistratura, che pure stanno svolgendo una funzione fondamentale, tra l’altro, dovendo registrare la positiva recentissima scelta di operare un rafforzamento delle strutture della Dia in questa regione.
In questi anni si è agito mettendo in campo importanti protocolli di legalità. Pensiamo, ad esempio, a quello relativo alla ricostruzione post terremoto. Sono state definite fondamentali leggi regionali  – il Testo Unico regionale sulla Legalità del 2016 rimane una pietra miliare su scala nazionale -. Da parte del sindacato confederale si è provato a mettere in gioco la contrattazione collettiva e si è rafforzato il rapporto, oltre che la capacità di iniziativa, con tutti gli altri soggetti impegnati sul terreno dell’antimafia, a partire da Libera e Avviso Pubblico. E’ indubbiamente questa la strada che è necessario ancora battere se si vogliono sconfiggere definitivamente le mafie.”

(m.z.)