Non è facile pensare di scrivere una recensione per un libro di Achille Occhetto. Non solamente per il timore referenziale che colpisce quando si commenta un’opera di colui che è stato l’ultimo segretario del Partito comunista italiano ma anche il primo del Partito democratico della sinistra, altrimenti noto come PDS, nonché colui che impersonifica la svolta della Bolognina.

Recensire Occhetto è difficile anche perché lo stesso autore negli ultimi tempi ha scritto veri e propri saggi di filosofia politica, non facilissimi da comprendere alla prima lettura ma che, con la dovuta attenzione, sono vere e proprie lezioni sulla situazione economica e politica nazionale ed internazionale.

Quest’ultima pubblicazione ha proprio la forma di raccolta di lezioni, in tutto 57, divise in tre parti con intermezzi ed altro.

Si toccano tutte le tematiche, ovviamente in particolare quelle tanto care (o che dovrebbero esser care) alla sinistra, vale a dire il lavoro e la lotta contro lo sfruttamento. Il tutto partendo dalle radici culturali della sinistra, ossia Marx, Gramsci ma anche altri.

Ciò non tragga il lettore in errore: Occhetto non affronta le questioni rimanendo ancorato alle idee del ‘900 (ammesso e non concesso che siano idee in tutto o in parte superate), quando l’Europa era divisa in due sistemi. L’ex segretario del PCI piuttosto riprende quei principi contestualizzandoli nel sistema attuale; anzi, offre spesso una “tirata d’orecchi” all’attuale sinistra, rea di non aver saputo comprendere i cambiamenti, come ad esempio l’avvento di internet e delle nuove tecnologie.

In sintesi, “Perché non basta dirsi democratici” non è il lavoro di un vecchio dinosauro della Prima Repubblica, ma anzi l’eredità di un pensatore libero e di altissimo livello che riesce ad offrire riflessioni profonde e per nulla obsolete.

(Andrea Valentinotti)