“”Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”
“Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda”.

Dallo studio liceale di filosofia agli studi economici-sociali dell’Università, la mia personale passione per la ricerca delle domande giuste piuttosto che per le risposte può essere riassunta in questo passaggio del libro Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.

Per me la politica, quella buona, quella sana, non è altro che la ricerca delle corrette domande da porre a sé stessi e alla comunità.

Mi rendo perfettamente conto che negli anni degli slogan e della politica in 280 caratteri su Twitter (in realtà vengono in media usati solo 33 caratteri), risulto estremamente controcorrente, ma ritengo che le persone abbiano oggi voglia più che mai di essere stimolate al pensiero critico e questo può essere fatto solamente attraverso un lavoro maieutico.

Sono anche consapevole che abbracciare l’incertezza e le possibilità che le domande offrono è molto più facile, per un ragazzo del ‘96, che è nato e cresciuto in un sistema che si è dimostrato e continua a dimostrarsi fallimentare, rispetto a delle persone che sono nate e cresciute con l’illusione della “fine della storia”, che si sono ritrovate poi catapultate in un ventennio marcato da innovazioni tecnologiche e crisi globali mai viste prima.

E forse proprio da questo deriva il grande scisma sociale che separa le generazioni X, Y e Z dalle precedenti, l’accettazione del fallimento del sistema. Quando un sistema fallisce bisogna costruirne un altro o modificare quello esistente, ma in entrambi i casi bisogna avviare un processo dialettico fra le parti, un percorso sociale di dialogo Hegeliano per portare poi ad una sintesi.
Questo processo però non può avvenire se non si iniziano a porre dei quesiti sul mondo che ci circonda, iniziando a rifiutare le semplici e tranquillizzanti risposte che vengono offerte nel dibattito politico odierno.

Perché dunque un 25enne convinto nel fallimento del sistema globale dovrebbe prendersi la responsabilità di accettare un incarico come quello di segretario del partito democratico di Massa Lombarda?

Forse perché mai come ora ai giovani viene chiesto di prendere in mano le grandi questioni globali, allora chi sono io per tirarmi indietro quando mi viene chiesto di aiutare nel mio piccolo la comunità e la cittadina che mi ha accolto e nella quale ho vissuto dalla quinta elementare in poi.

Pavese scrisse nel “La luna e i falò” che “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”, Massa Lombarda e la Romagna sono il mio paese e quando il tuo paese chiama tu rispondi.

È per questo motivo che ho accettato l’incarico, con la speranza di far diventare Massa Lombarda il paese di tutti coloro che ci abitano, combattere nel piccolo quel sentimento di alienazione ed isolamento sociale a cui il mondo post-capitalista spinge.

Un luogo dove si sa di venire ascoltati, dove si sa che non si è soli, una città che non lascia indietro nessuno.

Per fare tutto questo bisogna che però il partito ritorni ad essere forte con solide basi ideologiche, bisogna avere ben chiaro in mente qual è la Massa Lombarda ideale e tendere ad essa, così come un’unione dei comuni ideale e tendere ad essa, un Emilia-Romagna ideale, uno stato ideale, un mondo ideale e tendere ad essi.

Un mondo migliore è possibile e ci sarà bisogno dello sforzo di tutti per realizzarlo.

(Alberto Canelos)