Bologna. Sui giornali di settore ed economici  ogni giorno, nell’ultimo mese, cresce l’attenzione sulla  crisi dell’agricoltura.

L’Icrea ci comunica che 1 azienda su 10 rischia di chiudere, questa situazione è ancora più grave nelle regioni settentrionali: Lombardia, Veneto ed Emilia -Romagna. Ai problemi cronici del settore si sono aggiunti quelli legati all’aumento dei mezzi tecnici (antiparassitari, concimi, carburanti, oli lubrificanti, imballaggi,) alla siccità, alla carenza di manodopera qualificata.

Il sistema istituzionale non sembra in grado si affrontare con le idee chiare e in maniera condivisa questa pesantissima situazione che purtroppo potrebbe aggravarsi ulteriormente. I fatti degli ultimi 40 giorni dimostrano  la confusione e l’insipienza di un sistema politico che ha vissuto solo per auto referenziarsi, il caso energetico è a riprova di ciò.

Siamo, perciò, andati in un azienda agricola della pianura bolognese, operante da più di quaranta anni, per chiedere al suo proprietario, un coltivatore diretto, un parere su come vede il suo prossimo futuro. Questa azienda è orticolo- frutticolo, metà a biologico e metà condotta in convenzionale. Aderisce ad una importante cooperativa ortofrutticola ed è sempre stata associata ad una Organizzazione professionale. Il nostro ospite è subito partito informandoci che rispetto al 2021 diminuirà la produzione degli ortaggi in pieno campo: da meno 40% delle zucche  al meno 80% dei meloni biologici, ha proceduto alla estirpazione delle pere Abate, che oltre i prezzi hanno anche problemi di gestione fitosanitari. Per il 2023 proseguirà in questa opera di ristrutturazione colturale in maniera graduale e sempre relazionandosi con le condizioni del mercato. In sostituzione delle colture abbandonate andrà a seminare soia per sovescio. In attesa di tempi migliori. Alla nostra domanda di come giudica gli interventi della sua cooperativa la risposta è immediata: vivono grazie agli aiuti comunitari e regionali, non sono riusciti a valorizzare il territorio dove operano i loro soci, hanno perso di vista la vera essenza della cooperazione ovvero la condivisione di valori con i soci, la voglia di farli crescere dal punto di vista imprenditoriale e la tutela del loro reddito. La cooperazione agricola purtroppo oramai ha come punto di riferimento solo il mero valore finanziario. Il sistema politico, regionale in modo particolare, non comprende che è in atto un processo sempre più veloce di cambiamento e queste aziende, ma anche quelle private, rischiano molto. Se l’obiettivo della politica era finanziare la “stabilità sociale” dei territori questa, almeno nel settore agroindustriale, è sempre più messa in discussione.

Per quanto riguarda la rappresentanza sindacale, continua , registro una totale mancanza di capacità di essere al passo con i tempi. Pensano solo ad erogare servizi, molte volte comportandosi come uffici pubblici, senza nessuna empatia per quei soci che li sostengono finanziariamente. Prosegue, poi, affermando : leggere quanto riportato sui siti delle tre più grandi Organizzazioni professionali è indicativo. Pensare di risolvere il problema di approvvigionamento dei cereali utilizzando i terreni a riposo nell’ambito della PAC può essere una soluzione per i paesi europei grandi produttori di cereali non certo per un paese come il nostro. Proporre un piano di autosufficienza alimentare con filiere al 100% italiane è pura utopia con i prezzi dei prodotti riconosciuti alle imprese agricole. Per chiudere un commento sulle Organizzazioni Agricole, sottolinea, che è significativo che solo la Coldiretti rivendichi la necessità di non avere più vendite che siano sotto ai costi di produzione. Peccato che sia all’ultimo posto delle sue proposte e che le altre Organizzazioni CIA e Confagricoltura su questo punto tacciano. E’ un silenzio assordante che può fare pensare male. Infine commenta : la guerra in Ucraina ci metterà di fronte alla realtà , alla fragilità di cose che si davano per scontate, per noi italiani , la libertà e perché no l’abbondanza delle risorse alimentari. Per noi europei forse è la fine di una fase storica, di una bolla della storia che non regge più alla realtà che impera nel resto del mondo e purtroppo non  siamo pronti ad affrontare il nuovo che avanza. Non abbiamo più certezze, quelle che negli ultimi 70 anni pensavamo di avere conquistato per sempre. Con questo amaro commento si chiude la nostra intervista, purtroppo il nostro ospite non vede segnali concreti che possano fare pensare ad un nuovo inizio, ad una ripartenza per il settore agricolo.

(r.m.)