Compie 15 anni il marchio “Made in carcere”: un’impresa sociale che affida alle detenute la produzione di capi di abbigliamento ed accessori. Il lavoro e la bellezza sono i due capisaldi di questa esperienza che con grande anticipo sulla Riforma della giustizia e sul tema della giustizia riparativa, ha fatto da tempo passi in avanti verso un modo culturalmente nuovo di pensare alla esecuzione della pena.

Come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

Esistono progetti “visionari”, che in anticipo sui tempi hanno provato ad investire sulle persone detenute, con risultati di grande valore umano, perlopiù sconosciuti al grande pubblico.

Un esempio è la storia di “Made in carcere”, un marchio nato nel 2007 dall’idea della manager bancaria Luciana Delle Donne, che ha lascito la sua carriera per dedicarsi all’economia sociale. Grazie alla cooperativa sociale “Officina Creativa”, Delle Donne ha dato vita ad un progetto di lavoro per far realizzare alle detenute del carcere di Lecce capi di abbigliamento, con materiali e tessuti di scarto. I primi prodotti del brand sono state le borse gioiello e le borse “palle al piede”. Lo stile del brand vuole osare con ironia l’accostamento audace, di colori e tessuti, ma anche di concetti. “Grazie all’ironia”, afferma Luciana Delle Donne “siamo riusciti a sdoganare la parola “carcere” e inserirla in un contesto che ha a che fare con l’estetica”.

Oltre all’ironia, l’altra parola chiave dell’esperienza di Made in Carcere è “rigenerazione”. Le creazioni della Maison, infatti, non solo “rigenerano” le persone detenute mettendole a lavorare nel mondo dell’estetica, ma sono anche realizzate con tessuti “rigenerati”, provenienti da aziende che cedono gli scarti, invece di disfarsene e inquinare. Per questo il progetto di Delle Donne è quello che si definisce “un modello di economia circolare e rigenerativa”.

La diffusione del progetto dal carcere di Lecce si è estesa in altri cinque istituti penitenziari, fra cui Bari, Trani, Taranto e Matera. A Nisida, oltre a Made in Carcere, è stato avviato un ulteriore progetto in collaborazione con un’altra cooperativa, e con il sostegno di Fondazione Poste Italiane e Fondazione Megamark. Il settore stavolta è quello del Food, e i prodotti sono biscotti con certificato biologico vegano, chiamati “Scappatelle”. In circa 13 anni di attività, oltre 200 persone sono state coinvolte in questa esperienza lavorativa.

Molto interessante, già dal nome prescelto, è poi il progetto BIL: (Benessere interno lordo), nato con Fondazione con il Sud, che dà lavoro a 65 detenuti, anche minori, e Sartorie Sociali di periferia che realizza l’intenzione di Delle Donne di trasferire il proprio know how.

Sono tanti i riconoscimenti ottenuti dall’impresa sociale in questi anni. Persino Papa Francesco, ricorda la fondatrice, ha indossato il braccialetto del brand con la scritta “non farti rubare la speranza”.

Restano tuttavia molti ostacoli economici perché questo modo di fare impresa possa affermarsi. Le difficoltà, spiega Delle Donne, sono “da una parte, che si sensibilizzino gli imprenditori a portare lavoro in carcere, dall’altra, che si spronino le grandi aziende ad acquistare prodotti che possano sostenere progetti che aiutino le persone a riconquistare dignità e consapevolezza”.

Ma aldilà delle fatiche imprenditoriali, non manca la gratifica dei risultati nel percorso di recupero dei detenuti: una ricerca empirica sulle persone coinvolte in questi anni segnala che nessuna è rientrata in carcere.

Un bel modo per attuare la nostra Costituzione!

(Tiziano Conti)