Ferrara. Serve una filiera del girasole che valorizzi la produzione. Dopo la messa al bando dell’olio di palma il fabbisogno è aumentato ma in Italia ne produciamo meno della metà e lo importiamo dall’Ucraina.

In Italia il fabbisogno di semi di girasole per la produzione di olio è coperto per almeno il 50% dalle importazioni dall’Ucraina. In base ai dati Istat, infatti, la quantità prodotta nel 2021 si è attestata su 280mila tonnellate, mentre il nostro fabbisogno interno è di oltre 700mila, aumentato dopo l’eliminazione, anche se non totale, dell’olio di palma.

Massimo Piva, produttore e membro del Gie (Gruppo di interesse economico) di Cia Ferrara

Un gap che secondo Cia-Agricoltori Italiani Ferrara bisognerebbe colmare ma che, come accade per molte altre colture cerealicole e industriali, non avviene soprattutto perché agli agricoltori non conviene. Come ormai è noto, spesso i prezzi pagati non coprono i costi di produzione, perché sono decisi su mercati esteri in maniera che si può tranquillamente definire speculativa.

Per il girasole, in particolare, manca una filiera che valorizzi la produzione e sia remunerativa per chi lo coltiva, come spiega Massimo Piva, produttore e membro del Gie (Gruppo di interesse economico) di Cia Ferrara, che monitora la situazione produttiva e di mercato del comparto. “In queste settimane credo sia finalmente maturata la piena consapevolezza dell’importanza dell’autosufficienza a livello di materie prime e produzioni alimentari – spiega Massimo Piva-. Un’esigenza che noi agricoltori conosciamo perfettamente e che abbiamo chiesto più volte ai Governi di perseguire, con misure di sostegno per promuovere la produzione cerealicola italiana e di qualità. Quando è stato messo al bando l’olio di palma abbiamo organizzato una campagna promozionale per riportare in Italia la produzione di girasole ma è mancata, a nostro avviso, una ferma volontà da parte dell’industria di trasformazione per la creazione di una filiera italiana. Il girasole è una pianta sostanzialmente rustica, che non richiede concimazioni: vent’anni fa sul nostro territorio siamo arrivati a 3mila ettari investiti, cifra che è poi diminuita negli anni attestandosi su una media di circa mille ettari. Ma è, come già ribadito, normale: attualmente il girasole per essere remunerativo deve avere un prezzo di almeno 65 euro/quintale, ma sono quotazioni difficili da raggiungere, nemmeno ora con la crisi produttiva dovuta alla guerra”.

Allora come fare? “Credo non sia possibile tornare indietro e ricominciare a usare massicciamente l’olio di palma, anche perché è molto più ricco di grassi saturi rispetto a quello di girasole che è quindi decisamente più salutare. Ma l’autosufficienza – conclude Piva – non si può raggiungere ‘a spese’ dei produttori: serve una politica lungimirante per promuovere le filiere e azioni per favorire magari alcune coltivazioni considerate minori – oltre al girasole anche avena, farro, orzo – in terreni che si trovano in zone marginali nel nord e centro Italia. Solo così, con una parte istituzionale come Cia che fornisce sostegni e interviene per rimediare alla mancanza di alcuni prodotti e una parte industriale che non specula, ma investe in una filiera con il valore distribuito in maniera equa, si può pensare di mitigare la dipendenza dalle importazioni e rilanciare alcuni comparti che possono diventare strategici per il nostro settore agricolo”.

(m.z.)