Emmanuel Macron ha vinto al ballottaggio le elezioni francesi confermandosi presidente con il 58,6% dei voti contro il 41,4% di Marine Le Pen. Un risultato tondo, seppur inferiore a quello ottenuto cinque anni fa fra gli stessi due contendenti quando Macron raggiunse oltre il 66% dei consensi. Poi c’è da tenere ben presente un’astensione quasi record, del 28,5%.

Insomma, non è tutto oro quel che luccica. I francesi in buona maggioranza hanno difeso i valori della repubblica “Libertè, Egalité, Fraternitè” e dell’appartenenza all’Europa minacciati dall’estrema destra, ma esiste un chiaro malessere sociale forte dimostrato dai voti che, in piccola parte anche dalla sinistra radicale, sono andati alla Le Pen, le tante astensioni e i disordini a Parigi e nelle principali città francesi nella notte della vittoria di Macron al quale alcuni contestano di appartenere a un’elitè di ricchi e di non aver difeso le classi povere della popolazione e nemmeno quelle medie.

Emmanuel Macron

Il presidente ha mostrato subito, nel suo discorso di insediamento, di aver compreso “che molti mi hanno votato non perché erano convinti dalle mie idee, ma per fermare l’estrema destra”. E ha detto che li ringrazia e che cercherà il loro consenso. Sia perché ora Macron, come ha detto, è “il presidente di tutti i francesi” sia perché a metà giugno ci saranno le elezioni legislative in Francia e deve cercare di ottenere una maggioranza a suo favore in Parlamento per non dover passare un quinquennio in coabitazione con una maggioranza che non controlla. Il sistema elettorale francese per il Parlamento è a doppio turno in 577 collegi dove se chi si piazza primo non raggiunge il 25% dei consensi venendo eletto subito in Parlamento, anche tre o quattro candidati possono andare al secondo turno se superano la soglia del 12,5% dei voti. Dunque se non si formano alleanze forti, si rischia parecchio anche perché l’estrema destra di Le Pen ed Eric Zemmour, se starà insieme nel secondo turno, sarà assai temibile.

Intanto, Macron ha già premuto sul tasto dell’ecologia cercando un avvicinamento al partito ecologista, ma non basta. Deve fare un passo, oltre che verso socialisti e comunisti, verso la sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon (22% al primo turno delle presidenziali con tanti giovani a sostenerlo nelle grandi città) che ha nel suo programma il salario minimo, l’età pensionabile a 60 anni, l’agricoltura biologica, l’uscita dal nucleare e congelare i prezzi dell’energia. Sia chiaro che non può concedere tutti questi punti, ma prenderne alcuni e tentare una mediazione sì.

Insomma, da un leader centrista come è stato finora anche se è nato nel partito socialista, deve diventare un leader di centrosinistra e verde. Ecco la sfida più importante per lui.

(Massimo Mongardi)