Mentre ancora infuria la guerra ai confini dell’Europa, tra forniture di ogni tipo di armi e milioni di donne, bambini, anziani sono costretti ad abbandonare la propria terra nella speranza di riuscire a sopravvivere a questa sublime prova della stupidità umana, tante le immagini “in concorso” tra chi più dettagliatamente illustra ciò che resta di città martoriate, altalene tra chi vuole inviare armi e chi sostiene che non bisogna farlo e, ma non da ultimo, le più dettagliate previsioni dello stratega o analista di arte militare che non ne azzeccano una.

Così mi è capitato di rivedere, su un canale Sky, il film di Emir KusturicaLa via del latte” (On the milky road) . Il regista e attore protagonista al fianco di una strepitosa Monica Bellucci, intesse la vicenda sulla traccia della guerra che per anni ha insanguinato la sua terra d’origine, riuscendo a intercalare l’oscenità del combattere tra uomini e la vicenda di tutti i giorni di noi poveri mortali.

La capacità di costruire immagini di Kusturica trova qui i più alti momenti della sua sintesi onirica, intercalando sprazzi di umorismo puro alla realtà della guerra: si passa dalla gallina che combatte la propria immagine allo specchio, al cecchino che uccide da lontano persone non belligeranti, la serpe attratta dal latte che le viene servito appositamente al soldato che spara persino su di un orologio a muro, le oche che sguazzano nel sangue di maiale all’uccisione del povero inerme somaro a colpi di fucile. Indimenticabili le scene di musica e di ballo sfrenato che nelle immagini di Kusturica non mancano mai: il colore, la musica, i canti a più voci e le abbondanti libagioni racchiudono tutta la poesia e la tradizione di un popolo fin troppo spesso forzato verso una violenza da lungo tempo sopita o forzosamente importata.

Tra il volare dell’amico falco, colpi di armi da fuoco verso il soffitto o verso altre persone, inseguimenti da parte di truppe armate e ironiche trovate per sfuggire alla caccia, il film ci mostra la disperata fuga di due persone, una donna e un uomo, in cerca di rifugio per riuscire a coronare il loro amore che terminerà con la morte della donna su di un campo minato tra pecore innocenti che saltano in aria. La morte dell’amata termina tuttavia unicamente nella vita, ma l’amore nell’uomo resta ben vivo e presente.

Mentre scorrevano le immagini, tra un irrefrenabile sorriso e riflessioni “forzate”, non riuscivo a non pensare a quanto sta accadendo in Ucraina, all’insano miscuglio tra donne e uomini in cerca della loro felicità, del loro amore, della loro gioia per una vita normale e il disumano desiderio di un pazzo (e di tutti quelli che lo assecondano, di quelli che lo osannano e lo hanno osannato) che vede nella ragione delle armi l’unico mezzo per saziare il proprio irrefrenabile desiderio di insana supremazia. Le immagini che Kusturica costruisce riescono a illustrarci magistralmente l’immenso stridore tra la normalità della vita e la stupidità atroce della guerra, sistema squisitamente umano di risolvere le diatribe nonostante, da sempre, si sia potuto constatare che, al contrario, non riesce a risolvere nulla.

Il finale del film, con il protagonista che arranca su una pietraia che sembra infinita, il cui biancore viene messo in risalto da arbusti di un rosso spento, trasportando a fatica due enormi sacche di pietre, destinate a terminare l’opera da lui stesso iniziata: ricoprire una immensa zona di verde erba con le pietre da lui portate a fatica. Del verde resta ben poco: oramai il suo duro lavoro è terminato e resta solo un piccolo spazio di erba che lui si accinge a coprire che l’ennesimo carico di pietre trasportate fin lassù.

La fatica dell’uomo gravato da carichi insopportabili, il trasportare sacche di pietre inerpicandosi su una china stracolma di pietre al solo scopo di ricoprire anche l’ultima esigua traccia di verde (speranza?) sintetizza, magistralmente, il percorso di vita della stra-grande maggioranza di noi umani, destinati a trascinare pesanti carichi per tutto il percorso della nostra vita finendo per distruggere anche quel poco di bello e di bene che rimane della nostra esistenza e della nostra terra.

Ciò che sta accadendo nella terra ucraina non lascia speranze: la ragione stupida delle armi sta distruggendo il colore, il profumo e il sapore di un intero popolo, lasciandolo in mezzo a rovine e a distruzione senza speranza e senza umano esito. Tutti noi, e non solo il disgraziato popolo ucraino, stiamo arrancando lungo scoscese pietraie trasportando a spalla il peso dei nostri errori, della nostra pochezza, della nostra superbia, trasportando inutili pietre con l’intento colpevole di distruggere quanto di bello intorno a noi.

Kusturica è un grande regista, con una visione della realtà umana che non lascia adito a dubbi: non avrà ragione?

(Mauro Magnani)