Il 1º Maggio del 2022 può essere il giorno di lotta in cui lavorare per ricostruire una “complessità” del mondo del lavoro in grado di offrire ai lavoratori un nuovo terreno di unitarietà e di consapevolezza degli interessi “della sua parte e della sua condizione”. Per troppo tempo, infatti, si sono erroneamente confuse le parti in causa, come se esistesse un “bene universale” nelle dinamiche economiche e che questo “bene” partisse sempre dagli interessi delle parti sociali che sono al comando di aziende e di luoghi “decisionali” presentati come “neutri”.

Oggi riscopriamo, a dure spese, che non esistono scelte politiche o economiche “neutre” e che se abbiamo interesse a un “funzionamento” buono della società occorre partire dagli interessi “di parte” dei lavoratori che poi si “estenderanno” a quelli delle altre parti sociali. Non è solo perché così è scritto nella nostra amata Costituzione ma perché, una volta finita la sbornia della globalizzazione emergono tutti i danni dei “postumi”, dopo la “dipendenza” dalla droga del neoliberismo monetarista, la società mondiale è entrata nell’era della “crisi di astinenza”; dalle sensazioni forti della fase euforica dell’illusione della possibile ricchezza per tutti, sarebbe bastato lasciare libere le mani del mercato, il mondo è precipitato nella dura realtà: una finanza che non è più in grado di garantire il sostegno ai cicli di “sviluppo”, una distribuzione della ricchezza sempre più sbilanciata e concentrata in poche mani – sia negli stati sia tra gli stati -, un progresso tecnologico che paventa una riduzione verticale del mondo salariato, processi di precarizzazione crescente del lavoro, una riduzione della disponibilità delle materie prime e delle fonti energetiche, un depauperamento dei cicli ambientali, la distruzione della biodiversità e i pericoli di un’estinzione di massa della vita sul pianeta che vedrebbe l’uomo come prima “vittima”. E potremmo continuare ancora nella descrizione di diritti che non si sono mai concretizzati come tali o che stanno perdendo valore a  favore di competizioni sociali sempre più aspre e pericolose.

Per rompere questo quadro, che esce enormemente aggravato dal biennio della pandemia e ora dalla guerra in Ucraina, occorre lavorare ad una “ricomposizione” del mondo del lavoro, alla ricostruzione della sua “coscienza” collettiva, del ritorno alla consapevolezza generale che deve tornare ad assume il punto di vista del “lavoro”.

Ma cosa serve per fare ciò? In primo luogo serve una nuova cultura del mondo del lavoro che sappia vederne la “complessità” della sua conformazione e donarle una “prospettiva unificante” degli interessi. Schiacciare ancora oggi l’interesse del lavoro su quello dell’azienda (come se fossero in dipendenza indiretta) è come se volessimo affermare che viene prima l’interesse dell’economia e poi quello umano. In altre parole, occorre capire chi è il soggetto “centrale” della vita e dal quale occorre partire non solo per garantire una “pace sociale” ed evitare fratture che si addensano all’orizzonte della storia ma per “ripensare il modello” di vita a cui siamo stati sottomessi in questi ultimi 40 anni. Modello che ha spogliato la vita sul pianeta, mettendola in serio pericolo, e creato disparità mai prodotte nella storia umana.

Da dove ripartire, allora? In primo luogo dalla ricomposizione sociale che deriva dal riconoscimento e dalla pari dignità del mondo del lavoro. La rivoluzione digitale ha stravolto i cicli produttivi dell’era meccanica rendendo il taylorismo digitale. Questa trasformazione ha reso la “flessibilità organizzativa” delle tecniche digitali la spaventosa precarietà sociale che attraversa l’intero mondo del lavoro. Se nelle grandi fabbriche ha prodotto una riduzione drastica del numero degli occupati e uno stravolgimento delle professionalità e delle mansioni, la riorganizzazione dei cicli produttivi e distributivi ha generato forme di vero e proprio “neoschiavismo”, come i riders dimostrano ogni giorno.  Ma quella stessa potenza tecnologica ha generato forme di lavoro “ricco”, “intelligente”, “creativo” che non sente alcuna vicinanza con il mondo trasformato dal taylorismo digitale. Credo proprio per il deficit di comprensione della trasformazione digitale che ha impedito alle forme organizzate del mondo del lavoro classico di costruire i “ponti”, le “connessioni” culturali e politiche necessarie. La stessa esperienza imposta dallo smartworking durante la pandemia è stata “smarrita” come opportunità di ricomposizione che avrebbe potuto “svelare” la condizione produttiva nell’era del digitale, condizione che va ben oltre le ore di lavoro salariato che si svolgono nelle pareti aziendali. Il “lavoro implicito” che tutte le persone connesse al mondo della rete o che vivono nelle città immerse nei sensori e nelle telecamere, che fanno la spesa con le tessere sconto, le carte di credito, i cellulari, le blackbox delle assicurazioni delle auto, ecc… Ci parlano di nuove forme di produzione di valore che vanno a sommarsi ai “lavori classici”.

Non possiamo solo aspettare di vedere l’impatto complessivo dell’Industria 4.0 sul corpo complessivo delle nostre società per mettere in campo rivendicazioni di nuovo tipo, di nuovo livello. Abbiamo l’obbligo di indicare una strada “altra” che significa essere all’altezza di una proposta non solo “rivendicativa” (nei confronti del governo o delle imprese). C’è bisogno di costruire percorsi “altri”, all’altezza di quella che fu la storia del movimento operaio quando, di fronte alla società industriale che avanzava e alle condizioni sociali che imponeva al mondo, ebbe il coraggio di proporre le Leghe e la Cooperazione, forme di tutela e modalità “altre” per produrre le cose necessarie a vivere.

Il 1^ Maggio 4.0 deve essere il 1^ Maggio capace di ripartire dalla “complessità” del reale e rivendicare il ruolo centrale del mondo del lavoro che, detto in altre parole, è il ruolo centrale dell’uomo nel sistema della sua società, della società umana. Dovrebbe essere una tautologia… e, invece, è ancora una conquista!

(Sergio Bellucci – Foto è di Massimo Ankor)