Abbiamo chiesto a Michele De Palma, segretario nazionale della Fiom Cgil una riflessione sulla Festa del Lavoro.

La crisi della democrazia

La stiamo attraversando in maniera così esplicita perchè i partiti, più che preoccuparsi della disaffezione degli elettori, guardano solamente a quante sono le percentuali di coloro che ancora votano. Voglio ricordare che quando nelle fabbriche si vota per eleggere i propri rappresentanti, perché il voto sia valido devono votare almeno il 50% più uno dei lavoratori e quasi sempre il dato è molto alto.
In questo periodo gli operai sono diffidenti, e lo sono giustamente, perché nel corso di questi anni gli si è chiesto di sacrificarsi per il bene del Paese. Loro hanno pagato quei sacrifici e questo ha significato molto spesso non salvare né loro né il Paese che nel frattempo ha perso un asset fondamentale per sedersi fra i Paesi del G7, cioè l’industria. In questo momento i metalmeccanici, ma anche tutti i lavoratori, hanno fatto di necessità virtù perché sono stati lasciati soli. I partiti popolari usciti dalla seconda guerra mondiale avevano i lavoratori come interlocutori e non solo le imprese. Oggi dobbiamo recuperare quel rapporto, tornando a discutere dei problemi veri dei cittadini e dei lavoratori.

Il futuro del sindacato

Il sindacato nel prossimo futuro o è europeo o non è. Questo per una ragione di fondo, perché per poter negoziare con una multinazionale con sedi transnazionali che mettono in competizione i vari Stati e i lavoratori fra loro, dobbiamo avere un’organizzazione europea. Questo perché la nostra prossima sfida è immensa. Senza le stabilizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici precarie si crea una condizione di ricatto che rende impossibile la contrattazione sindacale. Senza la stabilizzazione dei permessi di soggiorno dei lavoratori migranti non daremo mai un salario che possa far arrivare dignitosamente a fine mese. Noi non vogliamo essere come dice la Costituzione uno dei soggetti individuati per tenere insieme questo Paese, e se i partiti hanno smesso di occuparsi della politica del lavoro, il sindacato dovrà sobbarcarsi l’onere di fare ancora più politica per rappresentare chi vive del proprio lavoro

Incidenti sul lavoro una pagina nera sempre aperta

Il dramma delle morti sul lavoro: non è soltanto una questione tecnica o almeno non possiamo affrontarla solo con questa visione. È la conseguenza di scelte politiche precise che hanno radici antiche. C’è chi la chiama emergenza ma da anni ormai non può essere considerata tale, poiché non è più un fatto straordinario, ma una triste consuetudine. La verità è che ci siamo abituati all’idea che il lavoro porti con sé il rischio di morire, di contrarre malattie professionali o di avere infortuni gravi e tutto questo è successo per una ragione di fondo: perché come sistema-Paese abbiamo perso la centralità del tema del lavoro e delle persone che lavorano. In una situazione di ricattabilità, e mi riferisco in primis al lavoro precario ma anche a tutto il sistema di appalti e subappalti, la vita stessa dell’operaio è messa in pericolo, poiché la sua sicurezza è messa in secondo piano dalla paura di perdere l’impiego. Questo processo di svalorizzazione è stato soppiantato da una valorizzazione di altri elementi come il profitto, la rendita e la capacità di guadagnare denaro senza nessuna responsabilità né nei confronti della società né nei confronti dell’ambiente. E i risultati di questa perdita di valori sono quelle che una volta si chiamavano morti bianche, come a indicare che non ci fossero colpe, ma che hanno dietro una responsabilità delle imprese.