Capitolo 16

Vladimiro estrasse le patate dal forno e il profumo si sparse per tutta la cucina. Greta allungò le dita e ne prese una. «Scottano» rispose lui invano, e lei dopo avere soffiato per alcuni secondi, diede un piccolo morso.
Il campanello suonò.
«Vado io» disse lui e aperta la porta salutò con un debole «ciao» Vanessa e le sfiorò appena una guancia con le labbra, come se fosse un bacio d’addio.
«Ciao», rispose lei, rigida.
«È quasi pronto» disse Valdimiro mentre si distaccava veloce.
«Bene».
«Ciao mamma» s’intromise Greta tra i due e l’abbracciò stretta.

Greta parlava senza sosta per rompere l’inquietudine che rendeva silenziosi e contratti i due genitori. Raccontava alla madre tutti i particolari del nuovo possibile lavoro del padre, delle incognite, della sua paura di un possibile fallimento.

«Non mi ha detto molto» disse Vanessa guardando Vladimiro che arrossì.
Lui non rispose e Greta gli diede, da sotto il tavolo, un colpetto con il piede.
«Non c’è stato tanto tempo. E poi hai già i tuoi problemi» cercò di scusarsi lui.
«Problemi? Non ho problemi» rise finalmente lei.
«Volevo dire, il lavoro, la casa…».
«I soliti».

La tensione, lentamente, anche per il buon vino che Vladimiro si era procurato, si allentò. Vanessa chiese a lui tutte le informazioni sull’impegno che l’attendeva, il paese dove sarebbero andati, le idee che voleva mettere in atto; sembrava interessata. Greta ora aveva smesso di parlare e li guardava con la speranza che questo momento non fosse solo un episodio ma l’inizio, per loro, di un nuovo modo di stare insieme, un’ulteriore possibile sfaccettatura del volersi bene, e chissà, dell’amare.

Quando i due genitori si salutarono, Greta era già scivolata via in silenzio in camera sua; loro due, non riuscivano a staccare gli occhi l’uno dall’altro, come se si vedessero per la prima volta.
«Devo andare» disse sottovoce lei.
«Certo».
«Mi terrai informata? Mi farebbe piacere».
«Va bene, te lo prometto».

Si baciarono quando Vanessa uscì. Entrambi rimasero immobili, divisi solo dalla porta chiusa fino a che non trovarono la forza per riprendersi e separarsi dall’immagine dell’altro; quella sera, prima di addormentarsi, entrambi si chiesero se cinque anni prima non si fossero arresi troppo presto, prigionieri ognuno delle proprie insicurezze.

La provinciale, abbandonato il piano e l’antico squadrato tracciato della pianura, si era ora incanalata tra il torrente ancora colmo d’acqua primaverile e colline gibbose ora scarnificate e grigie di terreno argilloso, verdi di trifoglio, o ricoperte di ordinate file delle piantine di grano, orzo, che costringevano la strada a continui saliscendi.

Minuscole frazioni, piccole fabbriche, case coloniche semi abbandonate, chiese chiuse, qualche rudere ormai non più riconoscibile, si succedevano mentre la ragnatela di piccole strade, cavedagne, corti ponti di mattoni rossi, si dipanava verso mete e luoghi sconosciuti ai più e che non si scorgevano dal fondovalle.

Greta osservava il panorama scorrergli attorno con un’attenzione che non aveva mai avuto. Con i suoi genitori non aveva mai viaggiato molto e solo le gite della scuola l’avevano portata lontano dalla realtà in cui era nata e vissuta fino ad allora. D’altra parte, non aveva mai sentito negli ultimi anni, il bisogno di evadere, come se il mondo fuori Donegallo fosse un pianeta alieno, pieno di pericoli. Ma ora, d’improvviso, avvertì il piacere di essere evasa dai confini della sua piccola città.

«Ci siamo» disse Vladimiro.

Il cartello stradale sull’ennesima rotonda diceva “Portico di Bagnara 6 km”.

Greta era stupita dal modo di guidare del padre che la vecchia Zitella pareva assecondare; era delicato ma attento. Il motore non era mai sotto sforzo e il suo brontolio era costante, pareva un’orchestra guidata con sapienza dal direttore sul podio. Tra poco sarebbero arrivati. Il momento era giunto e in un solo istante entrambi avrebbero capito se tutti gli sforzi e tutta l’energia messa in gioco, l’impegno dei mesi scorsi, sarebbero stati sufficienti: un semplice sì o no, avrebbero potuto imprimere alla vita del padre una svolta.

Scrisse alla madre “Quasi arrivati.”
Di nascosto, incrociò le dita.
Lei rispose. “In bocca al lupo. Saluta papà.”
Rabbrividì.

Il paese apparve dopo una lunga serie di curve che impegnarono l’attenzione del padre. Lei s’accorse subito del ponte a campata unica, “medievale?” si chiese, che attraversava il torrente. «Papà» disse indicandolo con un dito.
«Meraviglioso» disse lui e pensò “Oggi mi gioco tutto”.
La vista del paese gli fece emettere un lungo sospiro.

Fra non molto poteva iniziare un nuovo capitolo della sua vita o terminare miseramente il tentativo messo in atto; l’essersi “venduto” per ciò che non era. Il pensiero l’aveva afflitto nei mesi precedenti. Non faceva parte del suo carattere, ma era un’occasione, ancorché parziale, di uscire dal pantano in cui si era trovato dopo la chiusura dell’Astoria. Era pronto e deciso a dimostrare che non era del tutto un bluff. Tutti i libri letti, le informazioni raccolte, il mestiere che aveva imparato e che conosceva a fondo, lo avevano fortificato; aveva delle buone carte in mano. Bisognava solo giocarsele con attenzione.

Parcheggiarono e usciti dall’auto, furono investiti dall’aria frizzante.
«Brrr» commentò Greta stringendosi nella giacca leggera che indossava. «Non sapevo che facesse ancora così freddo».
«Seicento settanta metri» rispose lui mentre prendeva lo zainetto.
«Sai dove andare?» chiese lei, incamminandosi.
«Non di preciso. Ma il comune è in centro. Il teatro è lì accanto».
Si diressero verso la strada pedonale in salita che s’inoltrava tra i palazzi mentre la provinciale costeggiava le vetuste mura.

L’ansia di cui Vladimiro era pregno, gli impediva di godersi la tranquilla forza interiore che emanava il paese e che traspariva nella dignità dei rari passanti. I negozi esponevano le merci in perfetto ordine, le facciate delle case esibivano tutta la loro lunga storia con orgoglio, senza nascondere le rughe del passato e prive com’erano dei falsi belletti della modernità, del rifiuto della chirurgia estetica da agriturismo alla moda.

Greta si era fatta abbracciare dall’atmosfera e una strana quiete si era impadronita di lei. Si sentiva leggera, come priva di corporeità e, lontana da Donegallo, libera delle incrostazioni accumulate negli ultimi anni, della ruggine che le aveva corroso la mente, della matassa inestricabile in cui si era sentita avvolta.

«Eccolo» disse Vladimiro e in pochi passi raggiunsero l’entrata del comune. Si fermarono.
«Dai entriamo» disse Greta con tono entusiasta e per incoraggiare il padre, lo prese sottobraccio.
Lui emise un sospiro profondo. «Sì, o la va o la spacca» disse e s’inoltrarono percorrendo un lungo corridoio.

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