Come per la maggior parte dei pomeriggi estivi, Massimo ed io ci trovavamo seduti ad un tavolo del bar “Renzo”. In realtà “Renzo” era molto più di un bar: si trattava di un vero e proprio ritrovo di tutti i ragazzi e ragazze imolesi dai 12 o 13 anni fino alla maggiore età. Si chiacchierava del più e del meno, si prendevano appuntamenti per la sera o per le giornate successive e si sorbivano stupende “bibite” servite dentro enormi bicchieroni con manico, ricolmi di ghiaccio tritato profumato e insaporito con estratti di frutta o altro.

Nella mattinata, con partenza obbligata ore 08.00, avevamo raggiunto Firenzuola utilizzando le nostre scassatissime biciclette seguendo un programma mai scritto ma sempre rispettato: si arrivava sulle dieci alla meta, nel forno a sinistra prima della cittadina si acquistava un fragrante “toscano” appena sfornato, lo si faceva tagliare a metà (per il lungo) e lo si riempiva di “finocchiona dalla fetta grossa”. Ulteriore taglio per dividere il tutto in parti uguali e sosta per recupero energie presso la vicina fontana. Immediata ripartenza dopo l’ultimo boccone e via verso casa.

Non eravamo stanchi, ma un po’ annoiati si. Mentre ci “poltrivamo” in attesa di eventi fu Massimo ad avere l’idea: “Non mi avevi detto di quella gola piena di grotte? Dai che andiamo a vederla!” . “Ci aspetta altra fatica in salita, poi non so bene dove si trovi …”. “Tutte scuse, dai, alza il …”.

Inforcate le due bici su per la prima salita fino alla “curva del catino” e poi, tenuta la destra su per l’altra salita fino alla vetta dove occorreva prendere a sinistra. Occorre dire che all’epoca (inizio anni ’60) la pista (oggi autodromo Enzo e Dino Ferrari) non era uno scrigno chiuso come ora, ma un tratto di strada occasionalmente utilizzato per varie competizioni. Appena svoltati in una strettissima stradina non asfaltata ci fermiamo ad osservare la vallata alla nostra sinistra. “Dovrebbe essere laggiù, dove c’è il rio che poi arriva alla “Acque”, lo seguiamo sulla sinistra fin dopo una curva a “S”. Là occorre traversarlo e prendere a destra: la gola si dovrebbe cominciare a distinguere.”

Non occorse assenso: “parcheggiate” le due bici appena sotto la lieve scarpata ci incamminammo verso il basso e in breve raggiungemmo la sponda del rio (oggi so che si tratta del Rio Rondinella, ma allora …) che era quasi senz’acqua, seguimmo la sponda tra rovi di ogni tipo fino a trovare, con soddisfazione la “S” tracciata dall’acqua. Riscontrate esatte, con soddisfazione, le informazioni ricevute, varcammo il letto del rio e prendemmo a destra fino a scorgere un evidente varco che penetrava in una stretta gola ricca di vegetazione bassa e alta.

Ricordo, come fosse ora, che ci soffermammo affascinati da quel silenzio rotto unicamente dal frusciare delle foglie degli alberi per la brezza estiva e qualche raro cinguettio. Restammo immobili qualche minuto poi ci guardammo nel “fondo degli occhi” e trovammo reciproco assenso: mai avremmo confessato che un’ombra di timore percorreva le nostre membra, causa il silenzio, la traccia di sentiero che penetrava nel folto della vegetazione, l’ingresso della gola e l’attesa per le grotte.

I nostri quindici anni mostravano tutta l’insicurezza naturale per quell’età, controbilanciata da una forse smisurata spavalderia tipica. Fu Massimo che prese il comando della spedizione e si incamminò lungo il sentiero ora su un fondo di arenaria, quasi sabbia. Avanzammo con cautela osservando con attenzione ora a destra, ora a sinistra cercando di scorgere, lungo i lati, tracce di grotte o simili.

Le pareti, coperte da ogni sorta di vegetazione si intravvedevano a stento, giallastre e sempre più scoscese: la gola si andava restringendo sempre più, poi, quasi all’improvviso si allargò e fu allora che, sulla nostra sinistra, scorgemmo l’ombra scura del primo antro.
Immobili quasi a perentorio comando, restammo ad osservare la forma dello strano ingresso e concordammo che c’era qualcosa che non funzionava.

Fu Massimo ad esternare la propria idea. “Ma quella non è una grotta naturale, quella è scavata: ha una forma quasi perfetta con le pareti alte che terminano ad angolo retto quasi perfetto.” Pochi passi ancora ed ecco un’altra apertura simile alla precedente questa volta sulla nostra destra, seguita da un’altra e da un’altra ancora. Avanzavamo lenti, attenti e affascinati dal luogo, dalla scoperta, da ciò che ci circondava.

Fu mia, questa volta, l’iniziativa: abbandonai il sentiero e mi diressi all’imbocco di una di queste “grotte” alla mia sinistra. Pochi passi e raggiunsi l’ingresso, notando con interesse che dentro l’apertura si allargava notevolmente con un fondo di forma rettangolare, pareti quasi perpendicolari.
Quella di fondo era stata ulteriormente scavata ricavando una sorta di nicchia: nelle pareti tracce di incavi chiaramente destinati a sorreggere ripiani! Giratomi per chiamare Massimo e renderlo partecipe della scoperta, mi accorsi che, appena sopra l’ingresso era stato ricavato un foro rotondo a mo’ di finestra e, sulla sinistra dell’ingresso partiva un altro scavo ad altezza d’uomo.

Mi incamminai intenzionato a scoprire dove quest’ultimo portava e dopo pochi metri mi ritrovai in un’altra “stanza” simile alla prima, con tanto di nuovo ingresso (altra “grotta”) e, straordinario, uno scavo profondo quasi un metro, appena a destra dell’ingresso, annerito dal fuoco e dal fumo, con tanto di scanalatura che portava ad un’apertura scavata verticalmente per consentire la fuoriuscita del fumo: un vero e proprio camino!

“Massimo, vieni a vedere!” urlai presso la seconda uscita. “Dove sei?” . “Vieni avanti un po’, qua le due entrate comunicano e c’è pure il focolare”.

In breve, ispezionammo tutta la gola, in un crescendo di emozioni ed esaltazione per la scoperta di un luogo che, per noi, aveva l’aspetto e l’odore di una magia. Quando raggiungemmo il fondo della gola (percorso forse un duecento metri), avevamo contato trentaquattro aperture (lo ricordo perfettamente: un’immagine certa con il profondo profumo di “scoperta”) e scoprimmo che nel fondo la gola si apriva a foglia di insalata e, sulla parete verticale di arenaria sabbiosa, era ricavata una scaletta (le intemperie l’avevano insultata ma non distrutta) che conduceva ad un’ulteriore antro scavato che portava ad una ripida salita che usciva verso la cima della collinetta nelle viscere della quale era venuta a crearsi la gola che avevamo appena percorso.

Inutile dire che il ritorno fu tutta un’esaltazione per la scoperta e una sistematica ispezione di ogni “grotta” in un crescendo di quasi euforia e riconquistata certezza delle nostre possibilità: il timore quasi referenziale provato all’ingresso aveva lasciato il posto alla consapevolezza delle individuali possibilità anche se, per la verità, non si trattava altro che una vittoria sul quasi dovuto timore per la giovane età.

Il ritorno assunse l’aspetto di un vero e proprio trionfo e la scoperta venne rivelata a tutti gli amici e compagni di giochi e avventure: le incursioni, nei giorni a seguire, divennero giornaliere e persino, un paio di volte, notturne e senza luci: occorreva provare a noi stessi che si era adulti, anche se, per la verità, nella seconda avventura notturna, il volo di un rapace notturno che sorvolò le nostre teste, produsse vistose grida e suggerimenti di un pronto ritorno …

Nei giorni seguenti, discorrendo qua e là, venimmo a sapere che si trattava, forse, di un rifugio di alcune famiglie in tempo di guerra che avevano fatto ritorno “alla normalità di un’abitazione” dopo la fine delle ostilità e la liberazione del territorio.

Di lì a poco, ci impossessammo della gola delle “quaranta grotte” che divenne teatro delle nostre “battaglie” a suon di cerbottana: ci si dava appuntamento nel primo pomeriggio, con tutti i mezzi a disposizione si raggiungeva il fondo della gola, si sorteggiavano le due squadre e armati di auto-costruite “armi” a ripetizione, ricavate non dico dove e non dico come, irte di “siluri” ricavati dalla carta dei quaderni dell’anno scolastico appena terminato e si dava inizio alla tenzone: una squadra presidiava il fondo e l’altra dava l’assalto per la conquista.

Quanti splendidi pomeriggi trascorsi in quel magico luogo con dispute, richieste di arbitraggi imparziali, indicazioni di evidenti trucchi fuori regolamento (mai scritto da nessuno …) e poi riformazione delle squadre, nuovi assalti e strenue difese. Si ritornava quasi a sera, con la promessa scontata di certe rivincite, promesse di nuove armi capaci di avere pronti quattro e anche sei colpi in canna!

In breve, il fondo del terreno della gola, risultò cosparso dai resti dei “siluri”, della carta strappata e insultato dalle nostre orme dentro e fuori dalle “grotte”. Quando ripenso a quei pomeriggi trascorsi nella disputa un profondo senso di nostalgia mi assale: nostalgia per l’irripetibile, per il fuori dal tempo, per le vivaci sensazioni di una giovinezza impossibile nel ripetersi. Di tanto in tanto incontro qualche compagno di allora, ora con i capelli bianchi, gli occhiali e immancabilmente ci ripromettiamo di riorganizzare, in fondo alla gola delle “quaranta grotte”, una memorabile ripetizione di una battaglia a suon di siluri fino all’ultimo sangue o pezzetto di carta che dir si voglia.

L’inverno dello scorso anno sono andato a rivedere Massimo, insegnate universitario nella vicina Bologna per la cattedra di Storia medievale (ora da non molto in pensione): risiede in una casetta sulle bellissime colline marchigiane, tra montagne di libri e raccolte di appunti: il suo tempo fra letture senza fine, scritture di saggi approfonditi o rivisti, tanto silenzio e un’immensa ricchezza interiore.

Ci siamo scambiati le storie del nostro tempo che passa, qualche ricordo, improvvisi lampi di realtà e qualche sogno dei quali quasi ci si vergogna.
Poi. Improvvisa, la sua domanda: “Sei tornato a vedere le quaranta grotte?”.
“Non ci sono più, caro amico, l’acqua, il vento, il tempo che passa, hanno finto per cancellare quasi ogni traccia di quello che fu il nostro campo di battaglia, il luogo della nostra individuale ricerca della capacità di combattere per affrontare il domani che ci attendeva: un po’ di erosione, qualche frana, il fondo è ora una sorta di ‘discesa sabbiosa’ verso la cima della collinetta. Qua e là, a ben guardare, si intravvede la sommità di qualche apertura: con buona evidenza il fondo si deve essere alzato non di poco.”

Un po’ di silenzio da parte di entrambi poi: “Tu però dicevi sempre che non ti avevamo preso!” “No, eri tu che non prendevi in niente!”. “Buseder e imbrugliò: Allora e inco! (1)” E giù a ridere come allora, come quando si era ragazzi. Come allora, con il vento tra i capelli della provinciale verso Firenzuola, con il profumo della finocchiona, con il gusto della lunga discesa verso Imola e poi il verde silenzio della solitaria gola: e che la battaglia abbia inizio!

(Mauro Magnani)

(1): Bugiardo e imbroglione: Allora e oggi!