Padre e figlia s’avvicinarono allo sportello dell’anagrafe. Una donna sulla cinquantina era seduta davanti al computer.
«Buongiorno», disse Vladimiro.
«Un attimo», rispose lei senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Dica» disse dopo un po’, guardandolo fisso senza mostrare alcuna espressione.
«Ho un appuntamento con il Sindaco».
L’impiegata guardò l’agenda aperta sul tavolo.
«Signor Ugolini?» domandò.
«Sì».
«In fondo al corridoio. Ultima porta a destra» e si rimise a battere sulla tastiera.
“Carina!” pensò Greta seguendo il padre che si fermò dinanzi a una porta semi chiusa. Bussò.

«Un secondo» rispose un uomo da dentro. La voce continuava a parlare, forse al telefono. Loro due non riuscivano a muoversi, né a guardarsi, tanto l’attesa li innervosiva. La porta s’aprì, apparve una giovane donna con gli occhiali scuri che passò davanti a loro con un veloce “buongiorno”.
Il Sindaco era dietro di lei, un’espressione cupa in volto che subito svanì. «Buongiorno. Prego, entrate» disse.

Si fece da parte e li lasciò entrare. La stanza rifletteva in pieno l’architettura del palazzo, così come l’arredo composto da mobili di legno scuro, antichi ma di fattura non pretenziosa, solidi e robusti, fatti per durare nel tempo.
Si sedettero; Vladimiro cercava di dissimulare la tensione, gli pareva di rivivere l’esame di stato delle superiori, la visita medica per la leva, o l’attimo prima di entrare in sala parto da Vanessa.
«Domenico Zappi» disse il Sindaco allungando la mano, che dimostrava non più di quarant’anni.
«Vladimiro e mia figlia, Greta».
«Dunque, Vladimiro, posso darle del tu?» lui annuì «Oggi pomeriggio si riunirà la commissione per valutare i candidati…»
Vladimiro deglutii.
«… ma, le dico subito che l’unica domanda pervenuta, è la sua» e si lasciò andare contro lo schienale della poltroncina in pelle, il volto ora disteso.

Vladimiro fece uscire tutto il respiro trattenuto fino ad allora, mentre Greta allungava una mano sulla sua per stringergliela.
«Per cui le dico, in anteprima e in modo confidenziale che, avendo letto e approvato il curriculum che ci ha inviato, il colloquio che avremo prima della decisione finale, sarà una formalità e penso avrà esito positivo».
«Grazie» mormorò lui mentre cercava di frenare la felicità mescolata alla paura, alla tensione, che era gli esplosa dentro.

«Ma ora non voglio trattenervi oltre. Sapete, come Sindaco di una comunità così piccola devo occuparmi anche di questione molto pratiche. Nel frattempo, avverto uno dei miei cantonieri che vi porterà a visitare il teatro. Poi vi accompagnerà nell’appartamento che vi abbiamo riservato. Ci vediamo qui oggi pomeriggio alle quattordici e trenta. Il ristorante qui vicino è ottimo» e si alzò per salutarli.

Padre e figlia si ritrovarono fuori in attesa del cantoniere, muti, ancora non completamente sicuri di ciò che stava succedendo. Si tenevano per mano. Arrivò il cantoniere, il telefono all’orecchio che discuteva in dialetto a voce alta. Li salutò con un cenno e sempre parlando s’incamminò con passo pesante; loro lo seguirono, un po’ in affanno, spaesati.

Raggiunsero in breve il teatro, che sorgeva poco distante, sulla piazza. L’uomo accese le luci e, gesticolando e quasi gridando, li invitò a entrare in sala e ritornare davanti alla porta dell’entrata, ignorandoli, mulinando le braccia come chele di una mantide religiosa mentre continuava la telefonata.

Loro due s’inoltrarono tra le splendide tende rosso cardinalizio e sbucarono nella sala illuminata da decine di lampioncini appesi sotto ogni palchetto, e si bloccarono.

Come entrambi sapevano, il piccolo teatro antico, dopo una chiusura protrattasi per decine di anni, era stato ristrutturato e riportato al suo aspetto originario e ultimato solo da pochi mesi. Le diverse sfumature di tinte cremisi, gli arredi, i disegni alle pareti, i dorati stucchi in gesso, avevano preso di nuovo vita e ora l’interno si mostrava in tutta la sua magnifica bellezza.

Malgrado il riscaldamento fosse spento, i vividi colori emanavano un calore accogliente; il grande lampadario centrale, composto da una miriade di prismi di cristallo, spandeva una pioggia di punti luminosi sui tre ordini di palchetti che circondavano la platea con le ordinate file delle cento poltroncine di velluto rosso.

L’ansia e la tensione che ancora avvolgeva i due esterrefatti estranei, andavano scemando, come se non fosse la prima volta che si trovavano lì.

Il sipario era aperto. Vladimiro si riprese e mosso dalla curiosità s’avvicino al boccascena mentre Greta scattava foto a ripetizione; non vedeva l’ora di spedirle alla madre e di raccontarle tutto. Lui si fermò e appoggiò le mani sul palcoscenico; le tavole di legno chiaro levigate e perfettamente in squadro, odoravano di olio di lino. I mantegni di ferro e legno erano vuoti di mazzi di corda, segno che forse non c’erano, e i due angoli lontani erano sgombri di cantinelle; sollevò gli occhi verso il graticcio.

Non c’erano stangoni di legno, americane di ferro, tranne la prima attaccata subito dietro al sipario tenuta da fili d’acciaio, forse azionata da un motore elettrico, ma vuota di riflettori.
Non vide neanche i rocchetti inchiodati sui travetti di legno della graticciata.
Vladimiro prendeva nota di tutto ciò che mancava come se sentisse già di essere il padrone e custode del teatro. Si sentiva ritornato a casa, dopo una lunga prigionia.

Usciti dal teatro si recarono alla trattoria segnalata dal Sindaco e malgrado l’atmosfera casalinga, il buonumore del ristoratore, il cibo così buono e appetitoso che Greta divorò come da molto tempo non faceva, Vladimiro continuava a essere preda dell’inquietudine e sorrideva a stento all’allegria contagiosa della figlia che, dopo avere spedito le foto alla madre e alla sua risposta ben augurante sugli sviluppi del lavoro, si era convinta che ormai il padre non doveva più avere dubbi.

Il posto era suo. E anche lei, era decisa e convinta di buttarsi a capofitto in quella avventura. Donegallo era lontana migliaia di chilometri, ai confini del mondo e una parte di lei, era rimasta là, con le macerie, le miserie, le sconfitte.

Giunsero con largo anticipo al colloquio a cui partecipava il Sindaco e il signor Antonio, presidente della Pro-Loco di Portico di Romagna, il volto severo e indagatore. Parlò solo Domenico. Vladimiro scoprì che in realtà, per questioni burocratiche, lui sarebbe stato assunto dalla locale Pro-Loco e che, come era stato specificato nella richiesta che il Comune aveva pubblicizzato quando si era messo alla ricerca di una figura che potesse gestire il teatro, l’addetto si sarebbe anche dovuto occupare di trovare e allestire la prossima e prima stagione teatrale. Per il giorno dopo lui e il Sindaco avevano già in programma il primo incontro per organizzare i lavori e il programma che l’amministrazione aveva redatto.

«Com’è andata?» chiese Greta mentre si alzava dalla panca situata nel corridoio.
«Bene, direi».
«Ti hanno fatto molte domande?» chiese preoccupata.
«No, per fortuna. Si sono fidati» e sfogò l’ansia con un lungo sospiro.
«Vedrai che non ci saranno problemi» lo rincuorò lei.
«Speriamo» e si trovarono in strada diretti verso l’appartamento in cui avrebbero risieduto.

«Eccoci qui» disse l’anziana signora Teresina accedendo nell’appartamento, seguita dai due nuovi inquilini.
«Vi piace?» chiese, facendosi da parte.
«Sì, certo. Va benissimo» rispose Vladimiro.
Nonostante la bonarietà della proprietaria, ora, al termine della giornata piena di novità, d’incontri, e soprattutto, dell’avere raggiunto il traguardo così a lungo sognato negli ultimi mesi, sentiva il bisogno di potersi lasciare andare, di sciogliere la tensione accumulata in quegli ultimi mesi.

Cercò di essere cortese e quando la donna li lasciò soli, prese tra le braccia Greta e la alzò. Rimasero così per lunghi minuti.
«Peso?» disse lei.
«No» ma la mise giù. Avevano ancora le giacche addosso.

Le finestre davano o sulla via principale o sul dirupo che scendeva verso l’ansa del torrente. Il ponte gobbo s’intravedeva poco lontano, mentre una stretta fila di minuscoli orti fiancheggiava la riva sinistra; sulla riva destra una legnosa ringhiera fungeva da protezione per il percorso che si allungava per un lungo tratto.
Le gradazioni del verde sulle sponde erano così innumerevoli che Vladimiro non riusciva a staccare lo sguardo. Macchie colorate di fiori erano illuminate dal sole.

Greta, sedutasi, era intenta a spedire altre foto alla madre.
“Tutto bene. Un posto fantastico. Papà è molto contento. Siamo molto stanchi. Ti aggiorno.”
“Sono felice. Grazie” rispose Vanessa, che aveva atteso per tutto il giorno loro notizie e anche al lavoro si erano accorti della sua disattenzione. In ufficio non aveva raccontato nulla, per una stupida idea di scaramanzia.

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