Andrea Pagani

La nostra rubrica letteraria, “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani, propone il terzo appuntamento con storie di avventura, di mare, di viaggio, il tema monografico del mese di maggio. Mondi incantati tutti da scoprire. Buona lettura!

Ci sono alcuni casi, piuttosto sorprendenti, in cui la letteratura imita la vita: casi in cui l’arte non ha bisogno di particolari sforzi di fantasia e aderisce in modo abbastanza fedele ai dati biografici.

La vita di Henry de Monfreid

È il caso davvero eccezionale dello scrittore francese Henry de Monfreid (1879-1974), le cui esperienze di vita sono così incredibili ch’egli, per scrivere le sue rocambolesche storie d’avventura, s’ispirò alla sua stessa vita, su cui, non a caso, il giornalista Stelio Solinas ha dedicato una biografia dal titolo emblematico Il corsaro nero.

Henry de Monfreid (By Unknown. Published in the New York Times, 1931 to 1936, da Wikipedia)

Se apriamo le pagine di uno dei capolavori di De Monfreid Avventure di mare, e ricostruiamo, in parallelo, le tappe della vita dell’autore siamo colti da una sorta di capogiro, di effetto di straniamento: non si riesce a cogliere, di preciso, la frontiera fra realtà e finzione; veniamo catapultati in una dimensione quasi surreale, come dentro un romanzo di Dumas, Salgari, Cooper, Verne, salvo poi scoprire che è la vita vera dello scrittore; siamo di continuo sospinti dall’interrogativo se quelle vicende siano state davvero vissute o siano invece frutto di fantasia.

Chi è De Monfreid? Lupo di mare incallito; uno dei pochi espatriati europei in Etiopia a disdegnare i piccoli lussi della comunità occidentale per fraternizzare con i locali, imparando la lingua e adottando anche un nome arabo, Abd el-Hay, quindi convertitosi all’Islam; amico degli italiani che occuparono l’Etiopia e nemico giurato dei britannici e di Hailé Selassié, che lo cacciò confiscando i suoi beni; arrestato dagli inglesi nel 1942 e in seguito recluso in un campo per prigionieri di guerra in Kenya; trasferitosi fra la colonia francese di Gibuti, lo Yemen e l’Etiopia, decise infine di fare di quell’area del Mar Rosso il centro nevralgico dei suoi traffici, più o meno illeciti: dapprima l’allevamento di perle, poi il commercio ben più redditizio di armi e di droga, hashish, ma anche oppio, di cui lui stesso ne fu consumatore.

Il romanzo

Queste, per sommi capi, le linee di una vita fenomenale, che si riverbera in modo speculare nel romanzo, dove il nome del protagonista, non a caso, è esattamente quello dell’autore: Gibuti, 1915. Abbandonate le vesti di mercante di perle, De Monfreid viene coinvolto in un traffico di armi. La sua carta vincente sono i segreti carpiti agli scaltri contrabbandieri indigeni. Ma il sambuco che trasporta il prezioso carico fa naufragio sulle coste dell’Arabia.

In una trama fitta, dinamica, concitata, il lettore viene catapultato in una ricca serie di colpi di scena, fra cospiratori, personaggi loschi, pirati e soprattutto servizi segreti inglesi che si accaniscono contro il protagonista, con l’obiettivo di eliminarlo una volta per tutte.

Alle prese con un’impresa narrativa del genere, al lettore vengono in mente, seppure in un contesto culturale molto diverso, le parole di Gabriele d’Annunzio, quando invocava, per la composizione dei suoi libri, l’idea di riportare le esperienze inimitabili della propria vita. Insomma: la vita come un’opera d’arte.

Fu proprio quello che dichiarò De Monfreid alcuni giorni prima di morire all’età di 95 anni: «Ho avuto una vita ricca, irrequieta e magnifica».

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(Andrea Pagani)