Capitolo 18

La mattina dopo Vladimiro ritornò dal Sindaco Domenico come concordato, per iniziare a parlare delle attività da svolgere durante l’estate e delle altre iniziative che il teatro avrebbe ospitato. Domenico gli regalò una copia di un libro sulla storia del paese, in cui si trovava anche la cronistoria del teatro, pubblicato prima della Seconda Guerra Mondiale dall’allora podestà di Portico di Bagnara.

Portico di Bagnara, facente parte a quel tempo della Toscana, era stato inserito su volere del Duce, assieme ad altri comuni, nella Romagna. Domenico gli raccontò anche dei lunghi e nevosi mesi invernali tra il 1944 e il 1945 quando l’avanzata degli Alleati si era fermata sul versante toscano, delle privazioni subite dalla popolazione, dei rastrellamenti contro i partigiani e i civili che per fortuna, almeno lì, non avevano portato a eccidi o massacri.

Passarono a esaminare in dettaglio il cartellone degli eventi in programma per i prossimi mesi. Ma Vladimiro lo anticipò e gli sottopose l’elenco, redatto la sera prima, delle attrezzature tecniche che mancavano e che Domenico non mancò di leggere con attenzione e garantirgli di seguito la massima celerità per gli acquisti da fare.

Infine, gli sottopose il piano delle proposte che assieme al consigliere con delega alla cultura e ad Antonio avevano pensato, collegato alle diverse e varie manifestazioni che erano da svolgere e già programmate ancora prima dell’assunzione del responsabile del teatro; la prima da mettere in atto sarebbe stata la recita degli alunni della scuola primaria, prevista fra meno di una settimana.

Sarebbe seguita l’assemblea annuale della locale sezione dell’Avis e la messa in scena di una commedia da parte di una compagnia dialettale offerta dalla Pro-Loco di Portico di Bagnara. “Il lavoro non manca” pensò Vladimiro, ma soprattutto si doveva organizzare il laboratorio teatrale dedicato agli adolescenti a cui il Sindaco teneva in modo particolare.

Quella sera stessa, dopo avere di nuovo letto e sistemato in maniera organica tutti gli appunti, presi durante la conversazione pomeridiana con Domenico, Vladimiro si distese sul letto e prese in mano il volume su Portico di Bagnara. Greta era sul divano, il portatile e le cuffie in testa, collegata in video con Samantha.

Sfogliò brevemente la storia del paese e invece lesse con curiosità la breve cronistoria dedicata al teatro.

“Nell’anno 1751 sul lato sinistro della Porta d’uscita della Strada del Ponte, dove si trovavano i magazzini di raccolta del frumento, fu costruito nel piano rialzato un teatrino di legno a palchetti. Di questo piccolo teatro, si hanno notizie nella seduta del Consiglio dell’anno 1769 quando si deliberò di darlo in cessione durante la rappresentazione del primo presepe vivente alla locale parrocchia, a patto di trattenere tutto il materiale scenografico.
Nella seduta consigliare del giugno 1789 si decise di far dipingere da uno scenografo appartenente alla famosa famiglia dei Bibiena, un telone e alcune scene di carattere montano.
Nel marzo del 1801 si deliberò di acquistare il Palazzo Antonini onde realizzare lì il teatro che la cittadinanza aveva espresso il desiderio di avere.
Nella successiva seduta del 1802 si approvò il progetto dell’architetto pontificio Augusto Morselli, ma la mancanza di risorse finanziarie fece slittare il progetto e bisognò aspettare il 1829 per riprendere il discorso sul nuovo teatro, deliberando l’affidamento del progetto all’architetto bolognese Federico Prampolini.
Demolita la parte del palazzo Antonini che guardava la piazza, fu infine costruito il nuovo teatro a pianta rettangolare. Contribuirono alla sua realizzazione il capomastro faentino Lelli, lo stuccatore Tognetti, il pittore Giovanni Migliori di Ferrara, lo scenografo Antonio Badiali, il macchinista Massimiliano Contarini.
Il pittore bolognese Claudio Alberti (1808-1886) dipinse il sipario, tuttora esistente, composto di strisce di canapa/juta tessuta a telaio. “Questo non l’ho visto” pensò. L’Alberti celebrò la tradizione pittorica locale, raffigurando Bartolomeo Ramenghi, in atto di ricevere il senatore bolognese Astore Volta che gli presenta il giovane Girolamo da Treviso. Tra gli altri personaggi spiccano la contessa Boncompagni e il Primaticcio, già allievo del Ramenghi.
Nel 1840, finalmente il teatro fu terminato e inaugurato il 27 settembre 1845 con le opere Ernani di Giuseppe Verdi e Parisina di Gaetano Donizetti. Nel 1895 si tenne la prima serata cinematografica, con uno strepitoso successo.
Il teatro subì un breve restauro negli anni Venti”.

Completavano il capitolo, spaccati architettonici, disegni di scenografie, macchine ormai scomparse, per riprodurre gli effetti del vento, della pioggia, dei tuoni, particolari a colori del sipario, di affreschi andati perduti, le prime fotografie di spettatori, attori, serate mondane, per concludersi con le brevi e a volte incomplete biografie di chi aveva partecipato nel corso dei secoli precedenti alla sua costruzione e manutenzione.

Chiuse il volumetto. Il teatro, dopo la forzata chiusura e trascorsi due anni di ristrutturazione, era stato riportato alla sua originale configurazione anche se erano andati perduti parte degli antichi arredi, dei manufatti, dei decori, dei fondali dipinti.

Senza accorgersene, le palpebre si abbassarono. Greta si accorse che la conversazione con Samantha si era protratta per quasi un’ora e la stanchezza la convinse a interrompere la comunicazione con l’amica.

Notò la luce accesa nella stanza del padre. Dormiva, un libro sul petto, gli occhiali per leggere abbandonati nella mano distesa sulla coperta. Spense l’abat-jour e andò a dormire.

Le giornate iniziarono a riempirsi di incontri, lavori da eseguire, lunghe telefonate con i fornitori, i cantonieri del comune, operai addetti agli ultimi ritocchi o aggiustamenti.

Vladimiro si sentiva traboccante di un’energia che pensava di non possedere più. Una vitalità che aveva contaminato anche Greta che non pensava più a Donegallo. Affrontavano entrambi la fatica del lavoro senza mai fermarsi; lui inchiodava e ingrassava rocchetti sui travetti, gettava giù le corde, allacciavano insieme, quinte, cieli e fondali, montavano stangoni di legno, sistemavano in belle file le cantinelle appena portate dal falegname del paese, ordinavano la stanzetta che ora fungeva da laboratorio, magazzino per gli utensili e sui cui troneggiava il vecchio martello che Vladimiro aveva ereditato da un macchinista il primo anno passato all’Astoria; lui andava in pensione e glielo aveva regalato.

I pranzi erano consumati in fretta: mangiavano al chiosco piadine farcite, o un panino al salame, seduti su una cassa di riflettori. Erano immersi in un’atmosfera apparentemente caotica; ma tutto procedeva secondo un piano prestabilito, come se stessero mettendo insieme un gigantesco puzzle di cui solo Vladimiro conosceva la posizione di ogni singolo pezzo.

Il teatro, con la porta sempre aperta sulla piazza, era un po’ alla volta ritornato a essere frequentato dagli abitanti del paese che avevano adottato padre e figlia anche se parlavano con quell’accento “straniero” ed erano, a detta loro, un “po’ troppo” riservati.

Entravano, da soli o in coppia, e si fermavano subito dopo la porta della sala ad ammirare soddisfatti il teatro come se fosse casa loro.

Ogni tanto qualcuno, più curioso, si avvicinava a Vladimiro se lo vedevano al mixer luci o audio, e iniziavano una conversazione, meglio un monologo, in cui raccontavano al distratto Vladimiro, un episodio che lo aveva visto coinvolto in quella sala; il film visto da bambino, una festa di Carnevale, la visita di un importante personaggio pubblico.

Vladimiro annuiva senza staccare gli occhi dai pulsanti e i cursori e quando l’uomo scompariva, lui se ne accorgeva solo a lavoro terminato.

E venivano anche donne, per lo più anziane, che invece erano più interessate alla vita privata del “regista”, come qualcuno lo aveva catalogato, che al teatro. Le domande all’inizio erano molto vaghe e le sue risposte brevi; non voleva essere scortese.

In realtà le comari, come avanguardia in avanscoperta di un esercito, volevano sapere: chi era, da dove veniva, se era sposato, se fumava, beveva super alcolici, o peggio, se fosse un drogato. L’assenza poi di una moglie, aveva da subito alimentato fantasiose dicerie che si erano sparse, inarrestabili, di casa in casa.

Quando apparve Vladimiro non la riconobbe. «Buonasera», disse solo.

«Buonasera», rispose la giovane donna mentre si toglieva gli occhiali scuri. «Agnese De Santis. Sono l’insegnante della scuola elementare di Portico. Domenico… il sindaco mi ha detto che l’avrei trovata qui. L’ultimo giorno di scuola dovremmo fare qui la recita scolastica».
«Possiamo organizzarci per un altro giorno? Ho una figlia che mi aspetta».
«Sì, ma certo. Mi dica lei».
«Domani pomeriggio ho il primo incontro con i ragazzi del laboratorio. Non sarà una cosa lunga. Alle cinque ha tempo?»
«Sì. D’accordo. A domani» e uscì. “Nun fa na piega” pensò lei.
“Maestra. Speriamo bene” pensò lui.

Quella sera, per la prima volta dopo l’arrivo a Portico, Vladimiro scrisse un breve messaggio a Vanessa e lei, malgrado fosse già impegnata nella preparazione della cena, rispose immediatamente e il dialogo successivo durò molto di più di quello che tutti e due immaginavano; continuarono a rispondersi per quasi un quarto d’ora sino a quando l’arrivo di Osvaldo in casa non interruppe la conversazione. Ma a tutti e due, rimase per lunghe ore, il piacevole e strano ricordo delle sensazioni provate ma non dette, nemmeno a se stessi.

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