Un mese di maggio dal chiaro sapore d’estate non ci tragga in inganno. Il giusto desiderio di un po’ di libertà in sicurezza non ci sia foriero di facili illusioni. Mai dimenticarsi che prima di agire occorre pensare. Riflettere.

In questo primo quarto di secolo ventunesimo, la nostra povera umanità si vede costretta ad affrontare tenzoni non facili né da superare né da dimenticare. La pandemia di covid 19 sembra che ci stia lasciando, anche se i decessi si contano ancora a decine ogni giorno: in molte occasioni riscopriamo il piacere di poter respirare in assenza di barriere protettive (per noi e per gli altri) in luoghi e in situazioni che fino all’altro ieri erano impensabili per la maggior parte di noi.

Mentre prenotiamo giornate di libertà e di piacere sarà bene usare ancora una volta prudenza: meglio un dubbio oggi che un ricovero in ospedale domani. E’ di questi giorni la scoperta di un nuovo malanno che al momento non sembra impensierire più di tanto ma i primi casi scoperti indicano prudenza: sembra che il vaiolo delle scimmie (così chiamato perché fino all’altro ieri colpiva esclusivamente questa specie animale) abbia “migrato” verso l’uomo e, anche se non sembra pericolosissimo per la nostra razza, i primi segnali di allarme si sono uditi da parte di chi sta allerta per la nostra salute.

A pandemia non ancora terminata abbiamo pensato bene di fare una bella guerra in pieno territorio europeo e, oltre alle tragiche notizie tipiche di questo vezzo dell’uomo di spararsi addosso a vicenda, stiamo scoprendo, dopo il valore, il peso dell’interdipendenza: unicamente l’agricoltore di qualche anno fa poteva dichiararsi completamente indipendente: dal campo esteso tutto attorno alla sua casa era capace di procurarsi tutto il necessario per sé e per la propria famiglia.

Noi, avvezzi a districarsi nel bel mezzo di una società cosiddetta civilizzata, stiamo scoprendo che senza il nostro vicino di casa potremmo trovarci in seria difficoltà: la miriade di prodotti dell’industria (chi più e chi meno necessario …) risultano essere assemblati da esperti processi industriali che mettono assieme decine e decine di componenti i quali, per convenienza, per opportunità, per maggior guadagno o per l’impossibilità di produrseli in proprio provengono da altre industrie, da altri luoghi e, quando un gradino si inceppa (esattamente come capita nelle scale mobili) il tutto subisce un rallentamento e, quando va male, un arresto.

Sembra che solo ora ci si renda conto che dipendere da altri (i quali solo ora ci appaiono cattivi …) per beni di prima necessità possa assumere le caratteristiche tipiche della dabbenaggine, della superficialità, della faciloneria per finire nell’incompetenza. Fra non molto, chi di calcolo sa, ci avverte che verrà a mancare il grano e ancora una volta a farne le spese saranno i popoli più poveri, quelli che già ora appena sopravvivono tra una carestia e l’altra: verrà a mancare il pane e state pur certi che verranno a cercarlo dove ancora ce n’è.

A proposito di beni di prima necessità: sta passando in sotto tono un problema che, per certi aspetti, potrebbe superare in gravità anche la carenza di frumento, materie prime e idrocarburi vari in quanto stiamo parlando di acqua. La notizia viene dal Trentino-Alto Adige ove stanno osservando il bassissimo livello non solo del fiume Adige (il secondo fiume d’Italia) ma anche dei bacini di raccolta destinati a far funzionare le turbine per la generazione di energia elettrica. La scarsità di acqua presente e l’altrettanto basso livello delle nevi residue sulle montagne fa prevedere una difficoltà non indifferente nella produzione di energia e, se non bastasse, si sta valutando anche un possibile razionamento dell’acqua potabile. Non si è molto lontani dalla realtà se si è portati a credere che la problematica sia destinata ad estendersi anche in altre zone.

L’incuria, l’ignavia, la sottovalutazione e la supponenza con la quale, per decenni, abbiamo sottovalutato il problema dell’inquinamento, e di conseguenza la variazione climatica, sta presentando il conto e sarà alquanto salato. A tutt’oggi, per quanto riguarda l’inquinamento da idrocarburi dell’aria, stiamo spendendo unicamente parole, dispiegando progetti ancora tutti da realizzare e ci si scontra tra fazioni politiche, sociali ed economiche ben distanti tra di loro, mentre occorrerebbe una seria riflessione circa il domani che ci attende. E non accadrà tra venti o trent’anni, ma domani mattina.

La leggerezza e la dabbenaggine con la quale il problema viene affrontato dall’attuale classe politica, senza eccezione alcuna, dovrebbe farci sentire timorosi e pronti ad azioni di responsabilizzazione e di richiesta di cambi di marcia. Purtroppo nulla di tutto ciò anche se viviamo in una realtà cittadina la cui dimensione consentirebbe interventi di non impossibile realizzazione.

Un esempio? Per cinque giorni, ogni settimana, un fiume di autovetture trasporta i lavoratori imolesi dalle zone residenziali alle zone di produzione e il fenomeno si produce due volte al giorno, alle stesse ore e per la stessa durata, mattina e sera. Un servizio di autobus obbligatorio, vista la gravità incombente, è proprio da scartare? E sarebbe proprio la fine del mondo se le fabbriche non aprissero tutte i battenti alla stessa ora? E chiudessero il ciclo produttivo alla stessa ora la sera?

Si consideri, statene pur certi, che il problema non si manifesterà tra anni, ma in tempi brevissimi. E delle auto sovra-alimentate che scorazzano, a scopo divertimento, sulla pista dell’autodromo, lasciando i residui di un litro di idrocarburo ad ogni giro di pista? Passi, ma ci sarebbe da discutere, per la gara di F 1 che sembra sia irrinunciabile per l’economia della città, ma tutto il resto è davvero irrinunciabile?

Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma questa volta il conto sarà alquanto salato e a pagarlo, per la quota maggiore, saranno i nostri figli.

(Mauro Magnani)