Anche nel terzo trimestre del 2021 il numero dei lavoratori dimissionari, che nel secondo trimestre aveva raggiunto un aumento-boom dell’85% sullo stesso periodo del 2020, ha registrato una crescita rispetto al terzo trimestre 2020, sebbene più contenuta (+26,7%). Complessivamente, nel 2021, secondo i dati del ministero del Lavoro, si contano 2 milioni di abbandoni volontari da parte dei dipendenti, un +33% rispetto al 2020. Anche se con numeri notevolmente inferiori rispetto agli Stati Uniti, ove si sono registrate 4,5 milioni di dimissioni nel solo novembre 2021 (al punto che si parla di “Big quit” o “Great resignation”), nel nostro Paese continua dunque una tendenza che per alcuni studiosi è una risposta ai mesi di pandemia, per altri invece un mutamento radicale dei paradigmi lavorativi.

In effetti, come abbiamo scritto in un precedente articolo, non è semplice né univoco cercare di capire le ragioni di questo fenomeno, poiché incidono elementi diversi, dall’insoddisfazione della propria condizione lavorativa alla conciliazione vita-lavoro, dal rimbalzo economico del post pandemia alla diffusione dello smart working.

Da un lato, così, assistiamo allo slancio dato all’economia dalla ripresa (almeno fino al conflitto russo-ucraino) e dello sblocco dei licenziamenti, con conseguente dinamizzazione anche di un mercato del lavoro tradizionalmente rigido come il nostro. Dall’altro, però, è sempre più evidente il segnale di un malessere diffuso, soprattutto tra le fasce più giovani. “La pandemia ha accelerato un trend che era già in atto – spiega Mariano Corso, professore del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Risorse Umane e Smart Working – perché ci ha dato il tempo di capire se il nostro lavoro, il nostro capo e le prospettive di carriera ci soddisfano. Questo momento di disconnessione ha creato a livello internazionale un’attenzione forte a queste tematiche”.

Dimissioni dal lavoro (Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Non stupisce, allora, che il fenomeno riguardi in netta maggioranza giovani dai 25 ai 35 anni. Con il numero di Neet (i ragazzi under 30 che non studiano, non si formano e non cercano lavoro) più alto d’Europa, un altissimo tasso di disoccupazione giovanile e una forte emigrazione intellettuale, in Italia il dato sulle dimissioni è un campanello d’allarme. In Europa, secondo le stime di Gallup, i lavoratori soddisfatti della propria occupazione sono il 10%; in Italia sono il 5%, ossia la metà. L’aumento di dimissioni volontarie può pertanto essere visto come la deflagrazione, innescata dal lockdown e dal post-lockdown, di un malessere per molto tempo covato ma che ora sempre più giovani non intendono continuare a subire, andando alla ricerca di nuove prospettive.

Ma non è solo questo. Secondo quanto emerso dalla ricerca “Employer brand research” dell’agenzia per il lavoro Randstad, a guidare le scelte dei lavoratori – oltre a carriera e retribuzione – è il “work life balance”, ossia la sostenibilità del lavoro e della vita privata, dove l’aspetto economico, sebbene ancora centrale, è subordinato alla salute psico-fisica. Non a caso in Italia si registra un 21% di lavoratori che intendono cambiare lavoro nei prossimi 6 mesi; la percentuale sale al 30% tra chi ha avuto il Covid. “C’è quasi un effetto post traumatico in questa voglia di cambiare vita”, commenta il professor Corso. La ricerca di Randstad sottolinea che l’equilibrio tra vita privata e professionale è stato messo a dura prova durante il lockdown, con il risultato che «la sua rilevanza è aumentata esponenzialmente e oggi i lavoratori sono meno propensi a sacrificare il tempo libero. Spesso scappano da condizioni “tossiche”, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata». Ci si dimette quindi per riappropriarsi del proprio tempo libero. Non a caso, sempre secondo Randstad, «dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti lavoratori ricercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza», offerte peraltro in aumento a inizio 2022.

Conciliare lavoro e vita privata significa anche conciliare lavoro e vita familiare: da questo punto di vista, in Italia c’è ancora molta strada da fare, e i numeri sulle dimissioni volontarie ne danno un’ulteriore conferma, con un aumento della quota non di dimissioni per cercare un nuovo lavoro, bensì di rinunce tout court all’occupazione, soprattutto per le lavoratrici. Secondo un rapporto dell’Ispettorato del Lavoro, le dimissioni di lavoratori con figli fino a tre anni nel 2020 hanno interessato per il 77,2% dei casi le donne: un dato in crescita rispetto al 2019 quando la percentuale era del 73%.

I lavoratori e le lavoratrici richiedono, in misura maggiore rispetto al passato, flessibilità, valorizzazione del singolo e ascolto. Secondo lo studio di Randstad, questo si traduce anche in richieste di percorsi di carriera strutturati e ambiziosi, un migliore ambiente di lavoro e finanche una maggiore corrispondenza tra i valori e gli ideali personali e quelli dell’impresa in cui si opera.

Non a caso le aziende più accorte, per non rischiare di perdere attrattiva e talenti, stanno lavorando per creare condizioni di lavoro più consone alle aspettative dei dipendenti, adottando un modello di organizzazione a più alta flessibilità, promuovendo lo smart working (con il beneplacito di Confindustria) e ripensando i rapporti con il personale con nuovi modelli di leadership e welfare, che sappiano anche valorizzare le differenze tra gli stessi dipendenti.

Lo stesso “luogo” di lavoro diventa fluido. Il lavoro da casa ha dato impulso al fenomeno del south working, ossia la scelta di risiedere lontano dalle città in cui si trovano fisicamente le aziende: questo potrebbe far perdere centralità a città come Milano o Roma, in cui il costo della vita è alto e i cui governanti devono ora sviluppare policies in favore dell’attrattività.

Attenzione, però, a non cadere nell’errore di pensare che questo fenomeno riguardi esclusivamente le professioni tecniche e ad elevata specializzazione: se, infatti, una parte delle dimissioni interessa i servizi e, in particolare, i vertici della piramide professionale, i dati dei primi tre trimestri 2021 ci informano che il fenomeno è trainato anche dal settore delle costruzioni, dove è avvenuto il 9,7% delle dimissioni. “L’ottima fase di ripresa che vive il comparto si accompagna infatti non solo all’aumento delle dimensioni delle imprese, ma anche alla difficoltà di recupero di manodopera, innescando meccanismi di concorrenza di cui si stanno avvantaggiando i lavoratori”, si legge nel report della Fondazione consulenti del lavoro. Si spiega anche così il dato sui titoli di studio di chi si dimette: il 54,4% dei lavoratori che hanno presentato le dimissioni nei primi nove mesi del 2021 ha un titolo di studio inferiore al diploma superiore; solo il 14,5% ha una laurea mentre il 31,1% un diploma di istruzione superiore. La spinta al cambiamento, quindi, è molto più trasversale di quanto si potrebbe supporre.

I dati sulle dimissioni volontarie in Italia, in definitiva, implicano che il nostro sistema economico debba urgentemente investire e reinventarsi se vuole trattenere il suo capitale umano e non perdere la sua spinta verso il futuro, a maggior ragione in uno scenario compromesso dalla guerra ucraina. In particolare, la diffusione dello smart working sta modificando la relazione tra impresa e lavoratori, cambiando anche il ruolo del management e la regolazione del lavoro. E per questo dovranno profondamente cambiare anche il sistema scolastico, le politiche per la formazione continua e, non ultima, la cultura sindacale.

(Mainardo Colberti)